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 Novembre 2000 - Dossier: Migranti in cerca di futuro

Africa: in cammino per fame e per paura

Per migranti le statistiche intendono i cosiddetti ""non national", cioè coloro che sono sprovvisti della cittadinanza degli Stati in cui risiedono.
Dei 118,5 milioni di migranti presenti all'inizio del 1990 nei vari Paesi del mondo, l'Africa deteneva il 12,4% del numero complessivo, circa 14,7 milioni di persone. Per il continente africano l'aumento dello stock di migranti nel periodo compreso fra il 1965 e il 1990 è stato del 90,9%, il dato maggiore rispetto agli altri continenti. La popolazione straniera dell'Africa sub-sahariana, soprattutto in seguito al movimento di rifugiati e di profughi dei conflitti. Rispetto alle altre zone del pianeta per il contesto africano è difficile distinguere fra coloro che si spostano per motivi professionali e coloro che lo fanno perché spinti dalla necessità di sfuggire a condizioni di vita drammatiche.
Va sfatata l'idea che l'enorme massa di migranti si riversi sempre sui Paesi economicamente più avanzati. L'Africa ne è un chiaro esempio. Strettamente connessa al fenomeno migratorio in questo continente è la crescente urbanizzazione, l'abbandono delle zone rurali per la città. In genere questo passo è seguito dal tentativo di emigrare fuori della nazione. Nell'Africa del nord, dove esistono Paesi poveri, ma economicamente emergenti, questo avviene frequentemente.
Due Stati africani risultano inoltre fra i 5 Paesi del mondo che nel quinquennio 1990-95 hanno avuto un saldo superiore al milione di unità del flusso immigratorio: Zaire (1,1 milioni), Mozambico (1 milione).
Per quanto concerne l'emigrazione, alla fine del 1996, Marocco, Algeria e Tunisia erano i Paesi africani da cui proveniva il maggior numero di immigrati nell'Unione Europea, rispettivamente 1.112.900, 658.000 e 283.600. Per quanto riguarda l'Italia, rispetto al panorama europeo, gruppi nazionali africani più consistenti erano quelli provenienti dall'Egitto, dal Senegal, da Capoverde e dalla Libia.


Alberto Castaldini


Ciad, muoversi con le stagioni

Quando inizia la stagione secca, intorno a febbraio, i giovani dei villaggi del Ciad si recano in massa verso le città, alla ricerca di lavoro. Terminato il raccolto, da agricoltori si improvvisano così costruttori di mattoni, scaricatori nei mercati, non disdegnando di dedicarsi anche al contrabbando con il vicino Camerun. Rimangono in città dai due ai tre mesi, spinti dalla necessità di garantire il sostentamento delle famiglie. Tutto questo era impensabile fino a qualche decennio fa, quando nella stagione secca gli uomini dei villaggi si dedicavano alla caccia, alla costruzione delle abitazioni di paglia e celebravano le feste stagionali. Il panorama della società tradizionale ciadiana è infatti fortemente mutato, condizionato da un nuovo scenario economico.
Il fattore climatico ha una forte incidenza sulle abitudini della popolazione del Paese. La siccità ha obbligato la gente del nord - come è già avvenuto migliaia di anni fa per i pigmei - a spostarsi verso sud, alla ricerca di acqua e foraggio per il pascolo. Questo ha provocato una serie di drammatiche conseguenze. La popolazione del nord è musulmana, gode di maggiore ricchezza e ha soprattutto l'appoggio delle autorità di governo islamiche. La popolazione del sud è invece cristiana e animista, con stili di vita e usanze differenti. La convivenza è difficile e non mancano i momenti di scontro. Come quando gli allevatori permettono al proprio bestiame di invadere i campi coltivati dei contadini, oppure quando nello stesso modo vengono violate le aree riservate ai riti della tribù. Gli allevatori infrangono tabù secolari e questo determina il conflitto. L'anno scorso la tensione è culminata nell'uccisione di un nomade che aveva violato uno spazio sacro, con la conseguente repressione militare degli abitanti del luogo.
Negli anni scorsi molti ciadiani sono emigrati in Sudan, in Nigeria e in Camerun. Oggi, a causa della guerra in Sudan e della crisi economica in Nigeria, hanno fatto ritorno alle proprie case. Erano convinti che "l'erba del vicino fosse più verde", ma in realtà il quadro si è rivelato non così diverso da quello del loro Paese. L'instabilità politica delle nazioni confinanti ha ingenerato per contro una riscoperta dell'importanza della terra, della proprietà tribale gestita comunitariamente dal vecchio patriarca del clan. Le stesse missioni, per avere in concessione un appezzamento di terreno, devono ottenere il permesso dell'anziano. La terra è ancora nel cuore dei ciadiani.

Franco Martellozzo S.I.



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