| «Partire è un po' morire»:
il vecchio proverbio sembra oggi capovolto. Non solo le agenzie di viaggio
in questi anni hanno conosciuto un'espansione straordinaria, ma
anche le associazioni di volontariato internazionale e le Ong (oltre
160 in Italia), sono assediate dai curricula degli aspiranti
partenti, in stragrande maggioranza giovani: oltre 6.500 nel 2003 solo
allo sportello informativo della Focsiv, la federazione di 56 Ong di
ispirazione cristiana.
Sicuramente la crisi del mercato del lavoro in Italia e il sempre maggior
bisogno dei giovani di «fare esperienze» sono determinanti
per spiegare il forte aumento delle candidature. Ma non si tratta solo
di questo. C'è anche una sensibilità più
diffusa verso i problemi dei Paesi poveri, mentre gli attuali mezzi
di comunicazione rendono la scelta del volontariato internazionale più
abbordabile. Sono finiti i tempi in cui il volontario partiva con la
prospettiva di tagliare per anni i suoi rapporti con l'Europa.
Ma se l'alone di eroismo che circondava i volontari di un tempo
sembra essersi dissolto, le difficoltà non sono diminuite. Sono
solo cambiate.
«Tessitori di reti»
Se escludiamo le esperienze brevi dei campi di lavoro, per i volontari
che scelgono di passare anni a fianco delle popolazioni povere sono
richieste sempre più capacità e competenze specifiche,
che permettano di inserirsi in progetti precisi al servizio delle comunità
locali, luoghi dove spesso - per fortuna - in questi anni sono cresciuti
bravissimi tecnici, altrettanto qualificati. Non basta allora essere
un buon medico o un agronomo preparato per essere utile a una comunità;
è fondamentale il modo in cui si interviene, come ci si sa rapportare
con la realtà che si incontra, come si riescono ad avviare dinamiche
di sviluppo autonomo di quella comunità, e via dicendo. Gli stessi
Governi e le associazioni locali sono molto esigenti, anche perché
si possono fare molti più danni che benefici se non si è
preparati seriamente.
Dunque chi oggi parte per il Sud del mondo, più che essere un
semplice tecnico o, peggio, un ragazzino in cerca di avventura, deve
fungere da «catalizzatore» di risorse e capacità
locali, conoscere un mestiere (e le lingue straniere, naturalmente),
spesso saper svolgere mansioni organizzativo-manageriali, rapportarsi
con le autorità, saper parlare con ministri e vescovi... Insomma
un «tessitore di reti», come lo definisce Javier Schunk
nel suo libro Il progetto prima del progetto (Harmattan, 2001),
«capace di mettere in contatto associazioni del Nord e del Sud
per migliorare il lavoro di entrambe; capace di avere uno sguardo che
supera i confini delle piccole comunità locali e degli stessi
Paesi di intervento, per individuare le potenzialità e i limiti
delle attività che si stanno facendo».
Un «superman della solidarietà», si direbbe. Ma non
è proprio così, perché alla fine quello che conta
davvero è la capacità di sapersi mettere in ascolto delle
comunità locali, vivendo ciò che si fa prima di tutto
come un'esperienza di scambio, di crescita comune, in cui nessuno
ha le ricette per risolvere i problemi. L'esatto contrario di
chi pensa di poter «esportare» democrazia o sviluppo.
Solidarietà e giustizia
Particolare significato assume poi l'azione internazionale dei
giovani nell'attuale scenario mondiale: con la guerra globale
al terrorismo e l'intensificarsi degli interventi armati, la cooperazione
tra popoli assume una valenza fondamentale per affermare che «non
c'è pace senza giustizia». La pratica quotidiana
di progetti portati avanti insieme da israeliani e palestinesi, hutu
e tutsi, serbi e albanesi, sta a testimoniare che esistono altre vie
per la riconciliazione tra popoli oltre l'intervento armato (anche
quando lo si chiama peacekeeping), mentre dati allarmanti come quello
secondo cui il 35% dei ragazzi palestinesi si dichiara disposto a fare
il kamikaze, indicano chiaramente che solo lo sradicamento della povertà
è vera prevenzione contro il terrorismo.
E sullo sfondo, soprattutto per chi si riconosce nei valori del Vangelo,
rimane come riferimento la famosa frase del vescovo brasiliano Helder
Câmara: «Se aiuto un povero mi danno del santo, ma se chiedo
perché uno è povero dicono che sono un comunista».
Il messaggio è chiaro: la solidarietà deve diventare anche
capacità di azione politica. «La trappola del nostro agire
- chiarisce Sergio Marelli, direttore Focsiv - è considerare
la solidarietà un obiettivo: la solidarietà è solo
uno strumento, l'obiettivo resta la giustizia sociale, da ottenere
attraverso regole eque, uguali per tutti, che vincolino i meccanismi
dell'economia internazionale». Un esempio tra i molti è
la campagna di informazione sul commercio equo e solidale, lanciata
15 anni fa proprio dagli organismi di volontariato internazionale e
oggi portata avanti con risultati notevoli da cooperative e associazioni
specializzate. Per questo, accanto ai giovani (e meno giovani) che partono
per il Sud del mondo, non va dimenticato chi lavora qui, nelle società
occidentali, per cambiare giorno dopo giorno il nostro stile di vita.
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