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 Giugno/Luglio 2004 - Dossier: giovani, rotta verso Sud

Lo sguardo delle nuove generazioni
Giovani, rotta verso Sud
Quali motivazioni spingono sempre più giovani a dedicare una parte della propria vita e delle proprie capacità a Paesi e popoli più poveri? Quali le ricchezze, le lezioni e le fatiche legate a queste esperienze? Dopo l'introduzione della direttrice di un mensile dedicato al volontariato internazionale lasciamo la parola a ragazze e ragazzi che, da punti di osservazione diversi (dal volontario alla cooperante, dalla coppia di sposi al missionario), ci raccontano il Sud del mondo visto con occhi giovani.

«Partire è un po' morire»: il vecchio proverbio sembra oggi capovolto. Non solo le agenzie di viaggio in questi anni hanno conosciuto un'espansione straordinaria, ma anche le associazioni di volontariato internazionale e le Ong (oltre 160 in Italia), sono assediate dai curricula degli aspiranti partenti, in stragrande maggioranza giovani: oltre 6.500 nel 2003 solo allo sportello informativo della Focsiv, la federazione di 56 Ong di ispirazione cristiana.
Sicuramente la crisi del mercato del lavoro in Italia e il sempre maggior bisogno dei giovani di «fare esperienze» sono determinanti per spiegare il forte aumento delle candidature. Ma non si tratta solo di questo. C'è anche una sensibilità più diffusa verso i problemi dei Paesi poveri, mentre gli attuali mezzi di comunicazione rendono la scelta del volontariato internazionale più abbordabile. Sono finiti i tempi in cui il volontario partiva con la prospettiva di tagliare per anni i suoi rapporti con l'Europa. Ma se l'alone di eroismo che circondava i volontari di un tempo sembra essersi dissolto, le difficoltà non sono diminuite. Sono solo cambiate.

«Tessitori di reti»
Se escludiamo le esperienze brevi dei campi di lavoro, per i volontari che scelgono di passare anni a fianco delle popolazioni povere sono richieste sempre più capacità e competenze specifiche, che permettano di inserirsi in progetti precisi al servizio delle comunità locali, luoghi dove spesso - per fortuna - in questi anni sono cresciuti bravissimi tecnici, altrettanto qualificati. Non basta allora essere un buon medico o un agronomo preparato per essere utile a una comunità; è fondamentale il modo in cui si interviene, come ci si sa rapportare con la realtà che si incontra, come si riescono ad avviare dinamiche di sviluppo autonomo di quella comunità, e via dicendo. Gli stessi Governi e le associazioni locali sono molto esigenti, anche perché si possono fare molti più danni che benefici se non si è preparati seriamente.
Dunque chi oggi parte per il Sud del mondo, più che essere un semplice tecnico o, peggio, un ragazzino in cerca di avventura, deve fungere da «catalizzatore» di risorse e capacità locali, conoscere un mestiere (e le lingue straniere, naturalmente), spesso saper svolgere mansioni organizzativo-manageriali, rapportarsi con le autorità, saper parlare con ministri e vescovi... Insomma un «tessitore di reti», come lo definisce Javier Schunk nel suo libro Il progetto prima del progetto (Harmattan, 2001), «capace di mettere in contatto associazioni del Nord e del Sud per migliorare il lavoro di entrambe; capace di avere uno sguardo che supera i confini delle piccole comunità locali e degli stessi Paesi di intervento, per individuare le potenzialità e i limiti delle attività che si stanno facendo».
Un «superman della solidarietà», si direbbe. Ma non è proprio così, perché alla fine quello che conta davvero è la capacità di sapersi mettere in ascolto delle comunità locali, vivendo ciò che si fa prima di tutto come un'esperienza di scambio, di crescita comune, in cui nessuno ha le ricette per risolvere i problemi. L'esatto contrario di chi pensa di poter «esportare» democrazia o sviluppo.

Solidarietà e giustizia
Particolare significato assume poi l'azione internazionale dei giovani nell'attuale scenario mondiale: con la guerra globale al terrorismo e l'intensificarsi degli interventi armati, la cooperazione tra popoli assume una valenza fondamentale per affermare che «non c'è pace senza giustizia». La pratica quotidiana di progetti portati avanti insieme da israeliani e palestinesi, hutu e tutsi, serbi e albanesi, sta a testimoniare che esistono altre vie per la riconciliazione tra popoli oltre l'intervento armato (anche quando lo si chiama peacekeeping), mentre dati allarmanti come quello secondo cui il 35% dei ragazzi palestinesi si dichiara disposto a fare il kamikaze, indicano chiaramente che solo lo sradicamento della povertà è vera prevenzione contro il terrorismo.
E sullo sfondo, soprattutto per chi si riconosce nei valori del Vangelo, rimane come riferimento la famosa frase del vescovo brasiliano Helder Câmara: «Se aiuto un povero mi danno del santo, ma se chiedo perché uno è povero dicono che sono un comunista». Il messaggio è chiaro: la solidarietà deve diventare anche capacità di azione politica. «La trappola del nostro agire - chiarisce Sergio Marelli, direttore Focsiv - è considerare la solidarietà un obiettivo: la solidarietà è solo uno strumento, l'obiettivo resta la giustizia sociale, da ottenere attraverso regole eque, uguali per tutti, che vincolino i meccanismi dell'economia internazionale». Un esempio tra i molti è la campagna di informazione sul commercio equo e solidale, lanciata 15 anni fa proprio dagli organismi di volontariato internazionale e oggi portata avanti con risultati notevoli da cooperative e associazioni specializzate. Per questo, accanto ai giovani (e meno giovani) che partono per il Sud del mondo, non va dimenticato chi lavora qui, nelle società occidentali, per cambiare giorno dopo giorno il nostro stile di vita.


Silvia Pochettino
Direttrice della rivista Volontari per lo sviluppo




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