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L'idea iniziale era quella di un viaggio di un
anno in vari Paesi latinoamericani, per conoscerli attraverso il lavoro
di Ong, associazioni, comunità, parrocchie e gruppi di vario
tipo. Così, dopo il matrimonio siamo partiti, grazie ai risparmi
di alcuni anni e al contributo preziosissimo di molti amici a cui -
non avendo una casa e quindi nemmeno la necessità di bicchieri,
pentole e tutti gli altri prodotti classici di una lista nozze - abbiamo
chiesto un aiuto per viaggiare.
Uno degli obiettivi principali era cercare «il nostro posto nella
Patria Grande» (un'espressione che un po' ci fa sorridere,
ma che qui in America Latina si sente molto). Cercavamo un luogo in
cui stabilirci e poter lavorare nel mondo della solidarietà internazionale
(altra bella etichetta...), ma volevamo farlo a modo nostro, perseguendo
cioè quegli ideali di «radicamento e prossimità»
che alcuni individuano oggi come ingredienti fondamentali per una nuova
collaborazione tra i popoli. Ovvero, volevamo prima conoscere e farci
conoscere dalla gente, per poi, eventualmente, inserirci in qualche
attività, piuttosto che accettare un contratto come cooperanti
per un progetto redatto in qualche ufficio.
Arrivati a metà viaggio (dal Messico siamo giunti in Ecuador),
gli obiettivi sono in parte cambiati. Ora pensiamo che la cosa più
importante sia la possibilità di conoscere questi Paesi partendo
dalle «piccole vicende», guardando «la realtà
attraverso il buco della serratura» (per dirla con Eduardo Galeano),
e provare a raccontare queste piccole storie con meno filtri possibili.
Ma guardare dalla serratura non è facile: presuppone inginocchiarsi,
abbassarsi e quindi, in qualche modo, scendere dai nostri piedistalli,
dai nostri punti di vista eurocentrici.
Questa necessità di relativizzare se stessi si applica a qualsiasi
interazione con l'altro, dunque anche alle dinamiche di coppia.
Prima di partire, due amici latinoamericani che da anni vivono in Italia
ci avevano confessato: «Che bello potere condividere la vocazione
alla lotta; è un dono prezioso e raro». Queste parole ci
hanno stimolati, ma non sapevamo che viaggiare (e vivere) in due non
significa solo questo: il sentirsi accompagnati aiuta, ma essere in
due implica anche provare a capire e accettare le convinzioni dell'altro/a
senza rinunciare alle proprie, sebbene disposti a metterle in discussione.
Ci piace rapportare tutto questo al brano dell'Esodo in cui Yahwé
chiede a Mosé di togliersi i sandali prima di avvicinarsi (Es
3,5): ci sembra di cogliere, nell'atto simbolico di togliersi
i sandali, una rappresentazione del liberarsi dai propri limiti. Anche
un liberarsi dai propri progetti, per seguire il progetto che Dio ha
per noi (troppo presuntuosi?). La stessa teologia della liberazione,
che tanto ci ha attratti, è forse spesso legata solo a dinamiche
politiche e sociali. Sarebbe più coerente con il Vangelo una
visione integrale. Giacomo Bonaventura, camilliano, amico e sorta di
guida spirituale a distanza, ci scrive: «La salvezza di Gesù
è liberazione dal male, dal peccato e dalla morte, che toccano
ogni uomo». Questi tre grandi concetti possono essere contestualizzati,
ma devono comunque rimanere universali; e come tali accomunano tutti
gli esseri umani (i quali, poveri o ricchi che siano, possono e devono
essere oggetto/soggetto di una liberazione integrale). Per evitare che
la liberazione diventi esclusiva degli esclusi del sistema ognuno deve
provare a liberarsi prima di tutto da ciò di negativo che c'è
dentro di sé, e in questo un autentico incontro-confronto con
l'altro aiuta. Allora essere in due è davvero un dono,
ma soprattutto perché la vita di coppia rappresenta una palestra
per l'incontro con l'alterità in tutta la sua completezza.
E per il futuro ci sentiamo vicini a ciò che Silvio Rodriguez
canta in El Necio (già citato nel titolo): «Camminando
sono diventato ciò che sono diventato». Camminare non cambia
solo il «camino» - come direbbe lo stracitato Machado -
ma anche il «caminante».
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