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 Giugno/Luglio 2004 - Dossier: giovani, rotta verso Sud

Tra professione e servizio
Tanta fatica ma...
anche la gioia di un sorriso
 

«Un giorno andrò in Africa». Era il mio sogno da bambina. Poi ho iniziato a studiare medicina e il mio sogno si è trasformato in interesse verso l'altro e in particolare verso le popolazioni povere. Volevo vedere e toccare con mano povertà, malattia, isolamento. Qualche tempo fa un collega mi ha messo in contatto con il «Luisa Guidotti Hospital» in Zimbabwe, dove due anni prima aveva lavorato con Marilena Pesaresi e Carlo Spagnolli, da anni medici missionari in Africa. Nell'ambito della mia formazione come pediatra lavorare con i bambini africani mi sembrava un'opportunità arricchente, umanamente e professionalmente.
Ero già stata all'estero per studio, ma per la prima volta mi accingevo a lavorare in Africa. Dubbi e paure mi hanno attanagliato prima della partenza. La paura più grande (ma ingiustificata) era quella di una possibile infezione di Aids, visto che il mio lavoro prevedeva il contatto con persone infette.
In Zimbabwe mi sono fermata due mesi. Ho lavorato nel reparto di pediatria del «Guidotti Hospital», che ospitava una sessantina di bambini. Qualche fine settimana, quando la dottoressa Pesaresi era assente per impegni in città, svolgevo visite anche negli altri reparti. Ogni giorno visitavo i bambini, mi assicuravo che venissero fatti gli esami (i pochi a disposizione) e le terapie adeguate, aiutavo il personale infermieristico nel fare i prelievi e nell'assistenza ai bambini. Nel pomeriggio assistevo la dottoressa nell'attività di ambulatorio. Le difficoltà maggiori? Una mentalità medica diversa e diverse patologie. Da noi la medicina è di assistenza, quella africana è di... sopravvivenza. La capacità di sopportazione di queste persone è stupefacente. Quando i malati arrivavano in ospedale erano in fin di vita, spesso malnutriti, immunodepressi per l'Hiv, con la febbre da chissà quanti giorni. Il potere della medicina a quel punto è limitato e si fa il possibile con i mezzi a disposizione. Ma spesso ci si deve arrendere: ho visto bambini morire di polmonite...
Ho avuto problemi a trovare il mio ruolo e a farmi accettare come giovane donna bianca medico. Inoltre, mi sono trovata in difficoltà a individuare le necessità della gente. In chi sta peggio c'è sicuramente la tendenza a chiedere a noi europei qualcosa di più, ma non si possono e non si devono soddisfare tutte le richieste: aiutare significa anche responsabilizzare. Qualche problema l'ho avuto anche nel dovermi adattare a vivere senza le mie comodità quotidiane. Dagli africani ho imparato la pazienza e l'accettazione della sofferenza e della morte come parte della vita. Poi, la gioia delle piccole cose. È vero, nella nostra civiltà non manca nulla, ma forse manca il sorriso. Tornata in Italia, ho imparato a ringraziare per tutto quello che utilizzo ogni giorno e che prima davo per scontato, beni che sono nati per migliorare la qualità di vita, non per sostituirsi ad essa.
Lo rifarei? Certo. Lo rifarò? Questa è una scelta di vita: ancora non lo so. In ogni caso consiglio a ognuno di vivere un'esperienza simile.


Tiziana Guerrera




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