| «Un giorno andrò in Africa». Era
il mio sogno da bambina. Poi ho iniziato a studiare medicina e il mio
sogno si è trasformato in interesse verso l'altro e in
particolare verso le popolazioni povere. Volevo vedere e toccare con
mano povertà, malattia, isolamento. Qualche tempo fa un collega
mi ha messo in contatto con il «Luisa Guidotti Hospital»
in Zimbabwe, dove due anni prima aveva lavorato con Marilena Pesaresi
e Carlo Spagnolli, da anni medici missionari in Africa. Nell'ambito
della mia formazione come pediatra lavorare con i bambini africani mi
sembrava un'opportunità arricchente, umanamente e professionalmente.
Ero già stata all'estero per studio, ma per la prima volta
mi accingevo a lavorare in Africa. Dubbi e paure mi hanno attanagliato
prima della partenza. La paura più grande (ma ingiustificata)
era quella di una possibile infezione di Aids, visto che il mio lavoro
prevedeva il contatto con persone infette.
In Zimbabwe mi sono fermata due mesi. Ho lavorato nel reparto di pediatria
del «Guidotti Hospital», che ospitava una sessantina di
bambini. Qualche fine settimana, quando la dottoressa Pesaresi era assente
per impegni in città, svolgevo visite anche negli altri reparti.
Ogni giorno visitavo i bambini, mi assicuravo che venissero fatti gli
esami (i pochi a disposizione) e le terapie adeguate, aiutavo il personale
infermieristico nel fare i prelievi e nell'assistenza ai bambini.
Nel pomeriggio assistevo la dottoressa nell'attività di
ambulatorio. Le difficoltà maggiori? Una mentalità medica
diversa e diverse patologie. Da noi la medicina è di assistenza,
quella africana è di... sopravvivenza. La capacità
di sopportazione di queste persone è stupefacente. Quando i malati
arrivavano in ospedale erano in fin di vita, spesso malnutriti, immunodepressi
per l'Hiv, con la febbre da chissà quanti giorni. Il potere
della medicina a quel punto è limitato e si fa il possibile con
i mezzi a disposizione. Ma spesso ci si deve arrendere: ho visto bambini
morire di polmonite...
Ho avuto problemi a trovare il mio ruolo e a farmi accettare come giovane
donna bianca medico. Inoltre, mi sono trovata in difficoltà a
individuare le necessità della gente. In chi sta peggio c'è
sicuramente la tendenza a chiedere a noi europei qualcosa di più,
ma non si possono e non si devono soddisfare tutte le richieste: aiutare
significa anche responsabilizzare. Qualche problema l'ho avuto
anche nel dovermi adattare a vivere senza le mie comodità quotidiane.
Dagli africani ho imparato la pazienza e l'accettazione della
sofferenza e della morte come parte della vita. Poi, la gioia delle
piccole cose. È vero, nella nostra civiltà non manca nulla,
ma forse manca il sorriso. Tornata in Italia, ho imparato a ringraziare
per tutto quello che utilizzo ogni giorno e che prima davo per scontato,
beni che sono nati per migliorare la qualità di vita, non per
sostituirsi ad essa.
Lo rifarei? Certo. Lo rifarò? Questa è una scelta di vita:
ancora non lo so. In ogni caso consiglio a ognuno di vivere un'esperienza
simile.
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