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 Giugno/Luglio 2004 - Dossier: giovani, rotta verso Sud

Missionario tra altri giovani
In Albania, segno di speranza
 

Emiljan, David, Jetmir, Driton, Lushi, Ndrek, Frederick e molti altri nomi, volti, persone e vite di adolescenti: questa è stata per due anni la mia Albania come religioso in formazione della Compagnia di Gesù.
Sono atterrato per la prima volta nel «Paese delle Aquile» nell'agosto del 2000, per un incontro sul dialogo interreligioso con altri 18 gesuiti di 14 Paesi d'Europa. Tuttavia, il periodo troppo breve (cinque settimane) e lo spirito da turista distratto non mi hanno permesso di calarmi nella realtà in cui vivevo. Allora non avrei mai pensato che di lì a breve sarei tornato in quella terra per viverci in modo più stabile. Nell'agosto del 2001 sono stato inviato a Scutari, nel Nord, dove ha sede una delle due comunità di gesuiti che operano in territorio albanese.
Tuttavia ero ancora troppo carico di pregiudizi a causa dei dieci anni di informazioni filtrate dai mass media e con un'idea di missione francamente un po' esotica. Ma lì ho dovuto modificare piano piano il mio atteggiamento se volevo almeno iniziare a comprendere questa gente e questa terra «così vicina, ma così lontana», e mettermi veramente al servizio. In questo mi sono stati di grande aiuto i miei confratelli che da più di dieci anni lavorano in Albania su diversi fronti.
A Scutari i gesuiti sono impegnati nella formazione del clero locale nel Seminario interdiocesano albanese, affidato dalla Santa Sede alla Compagnia di Gesù con l'aiuto di sacerdoti fidei donum italiani. Sul versante scolastico, lavorano in una scuola secondaria superiore, il Collegio «Pjëter Meshkalla». A Tirana, invece, dirigono la parrocchia Zëmër Krishti con una particolare attenzione per le migliaia di persone trasferitesi dalle montagne, che vivono spesso in condizioni precarie nelle baraccopoli alle porte della capitale. Il mio incarico specifico è stato quello di collaborare come educatore nel seminario minore di Scutari con ragazzi dai 14 ai 18 anni.
La prospettiva da cui ho visto questa terra è stata forse parziale, ma mi reputo fortunato di aver vissuto l'Albania prevalentemente mediata dai ragazzi che ho accompagnato; vista con i loro occhi, descritta attraverso i loro racconti, sperata nei loro desideri. L'Albania che ho vissuto non è l'area «calda» nel cuore dei Balcani che tenta di emergere soffocata dal peso di tanti interessi interni (corruzione) e internazionali (questioni di geopolitica), quella dei problemi energetici, del traffico di persone. O, forse, è stata tutto questo, ma attraverso la vita di adolescenti che desiderano intensamente altro.
Alla domanda dei ragazzi: «Perché sei qui?», ho sempre balbettato risposte un po' cerebrali, ma penso che la risposta più vera fosse: «Perché non c'è nessuna ragione logica per essere qui». Credo che la più bella testimonianza della Chiesa missionaria in Albania, oggi, sia questa: proprio quando non è più di moda essere lì, quando molti sono stati i fallimenti e difficili i cambiamenti, quando gli stessi albanesi continuano ad andarsene alla ricerca legittima di un futuro più dignitoso, occorre restare come segno di speranza, da servitori della giustizia per il Regno.


Camillo Ripamonti S.I.




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