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Emiljan, David, Jetmir, Driton, Lushi, Ndrek, Frederick
e molti altri nomi, volti, persone e vite di adolescenti: questa è
stata per due anni la mia Albania come religioso in formazione della
Compagnia di Gesù.
Sono atterrato per la prima volta nel «Paese delle Aquile»
nell'agosto del 2000, per un incontro sul dialogo interreligioso
con altri 18 gesuiti di 14 Paesi d'Europa. Tuttavia, il periodo
troppo breve (cinque settimane) e lo spirito da turista distratto non
mi hanno permesso di calarmi nella realtà in cui vivevo. Allora
non avrei mai pensato che di lì a breve sarei tornato in quella
terra per viverci in modo più stabile. Nell'agosto del
2001 sono stato inviato a Scutari, nel Nord, dove ha sede una delle
due comunità di gesuiti che operano in territorio albanese.
Tuttavia ero ancora troppo carico di pregiudizi a causa dei dieci anni
di informazioni filtrate dai mass media e con un'idea di missione
francamente un po' esotica. Ma lì ho dovuto modificare
piano piano il mio atteggiamento se volevo almeno iniziare a comprendere
questa gente e questa terra «così vicina, ma così
lontana», e mettermi veramente al servizio. In questo mi sono
stati di grande aiuto i miei confratelli che da più di dieci
anni lavorano in Albania su diversi fronti.
A Scutari i gesuiti sono impegnati nella formazione del clero locale
nel Seminario interdiocesano albanese, affidato dalla Santa Sede alla
Compagnia di Gesù con l'aiuto di sacerdoti fidei donum
italiani. Sul versante scolastico, lavorano in una scuola secondaria
superiore, il Collegio «Pjëter Meshkalla». A Tirana,
invece, dirigono la parrocchia Zëmër Krishti con una particolare
attenzione per le migliaia di persone trasferitesi dalle montagne, che
vivono spesso in condizioni precarie nelle baraccopoli alle porte della
capitale. Il mio incarico specifico è stato quello di collaborare
come educatore nel seminario minore di Scutari con ragazzi dai 14 ai
18 anni.
La prospettiva da cui ho visto questa terra è stata forse parziale,
ma mi reputo fortunato di aver vissuto l'Albania prevalentemente
mediata dai ragazzi che ho accompagnato; vista con i loro occhi, descritta
attraverso i loro racconti, sperata nei loro desideri. L'Albania
che ho vissuto non è l'area «calda» nel cuore
dei Balcani che tenta di emergere soffocata dal peso di tanti interessi
interni (corruzione) e internazionali (questioni di geopolitica), quella
dei problemi energetici, del traffico di persone. O, forse, è
stata tutto questo, ma attraverso la vita di adolescenti che desiderano
intensamente altro.
Alla domanda dei ragazzi: «Perché sei qui?», ho sempre
balbettato risposte un po' cerebrali, ma penso che la risposta
più vera fosse: «Perché non c'è nessuna
ragione logica per essere qui». Credo che la più bella
testimonianza della Chiesa missionaria in Albania, oggi, sia questa:
proprio quando non è più di moda essere lì, quando
molti sono stati i fallimenti e difficili i cambiamenti, quando gli
stessi albanesi continuano ad andarsene alla ricerca legittima di un
futuro più dignitoso, occorre restare come segno di speranza,
da servitori della giustizia per il Regno.
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