| Lorenzo Frosio e Giovanni Di Lenarda sono entrambi
missionari in Papua Nuova Guinea dal 2000. Il primo, dopo aver svolto
il ministero per cinque anni in parrocchia a Bergamo, ha trascorso 10
anni in Costa d'Avorio. È in Papua Nuova Guinea come associato
al Pime.
Il secondo, originario della provincia di Udine, è stato ordinato
nel 1995. Trascorsi cinque anni in parrocchia, si trova ora in Papua
Nuova Guinea in vista di aggregazione al Pime. In questa intervista,
a cura di Giorgio Licini, missionario del Pontificio Istituto missioni
estere (Pime), raccontano la loro esperienza.
Giovanni, tu hai già avuto esperienze parrocchiali in Italia?
Sì, cinque anni. Prima in montagna (collaboratore foraniale,
cioè di più parrocchie) con la responsabilità diretta
di Sauris, ai confini con l'Austria. Poi giù al mare verso
Lignano.
La mia attività pastorale riguardava anzitutto la visita alle
famiglie. E la visita alle malghe, inclusi i contadini della parrocchia
che d'estate salivano alle malghe.
Pastorale molto familiare, quindi.
Certo, perché se non c'è un contatto molto diretto
con i parrocchiani, è difficile avere la chiesa piena. A Sauris
ci sono solo 350 persone, o poche di più. Conoscevo tutti per
nome. Nelle parrocchie grandi questo naturalmente è impossibile.
Con il contatto personale invece partecipano di più. Andavo a
trovare anche i taglialegna e passavo qualche giornata con loro. E poi
c'era la catechesi, per bambini e adulti: un impegno! I bambini
poi dovevo accompagnarli a casa in tutti i casolari. Giù al mare,
a Latisana, 10mila abitanti mi è piaciuto meno. Il contatto personale
sparisce. Io preferisco l'ambiente piccolo, il poter incontrare
la gente. Come sulle nostre isole qui in Papua: andare nei villaggi,
stare con loro, trascorrere tempo con loro, andare a camminare con loro.
Invece padre Lorenzo ha cominciato in città...
Quartiere Malpensata di Bergamo, anno 1985. La pastorale della città
comporta la ricerca e il contatto personale con i giovani, occorre andare
a cercare quelli che in oratorio non ci vanno, ma non rifiutano la chiamata.
Da qui l'importanza dei gruppi di preghiera, dello studio biblico...
Quindi ci sono più similitudini che differenze tra la pastorale
in Italia e la pastorale di missione...
Giovanni Dopo due anni di
esperienza ho visto che la gente non ci chiede di diventare come loro,
ma di dare tempo a loro, di stare con loro. E quando capiscono che sei
con loro ti aprono il cuore e la via dell'evangelizzazione è
pronta.
Questo anche in Italia in fondo...
Lorenzo Sì, il problema
è sempre il tempo, più limitato in Italia. Qui di bello
è che c'è tempo. La gente è a tua disposizione.
Vivono non solo gli uni vicino agli altri, ma anche con uno stile di
villaggio e di famiglia. In Italia naturalmente ognuno è per
conto suo. È una grossa differenza culturale e di organizzazione
sociale. È la differenza tra la società contadina e quella
industriale e del terziario. In compenso di uguale c'è
che anche qui la gente non è detto che ti venga a cercare. Se
vuoi, puoi stare tutto il giorno nella tua missione e nessuno ti viene
a disturbare; se vai, invece ti accettano. E sono molto contenti e sorridenti.
Un'immagine di parrocchia un po' diversa da quella tradizionale,
accentrata
Lorenzo Certamente noi stiamo
più fuori parrocchia che in centro. Ma a quel punto anche la
missione (geografica) diventa punto di riferimento importante, perché
i cattolici incominciano a conoscerla e ci vengono volentieri anche
per gli incontri, le liturgie, le attività sociali e culturali...
Diventano più comunità e anche più uomini, c'è
crescita sociale e culturale, sperimentano l'uscire dalla monotonia
e dalla mediocrità quotidiana in cui sono per forza di cose costretti.
Ma per farli partecipare devi naturalmente averli già contattati
prima. Quasi un invito personale. Dopo la Messa nei villaggi io non
torno subito a casa. Vado su in montagna a cercare quelli che non sono
venuti. E li trovo.
Giovanni Questo contatto
personale ci aiuta anche a salvarli dalle nuove sette, che fanno appunto
un lavoro «porta a porta». La pastorale deve necessariamente
adattarsi.
Lorenzo Abbiamo poche cappelle
solo in pochi villaggi. Per «rispetto» agli United (raggruppamento
di Chiese anglicane, presbiteriane e metodiste di origine britannica),
abbiamo di fatto una specie di spartizione pacifica del territorio.
In realtà moltissimi United non vanno in Chiesa per niente, c'è
molto più assenteismo rispetto ai cattolici. Di fatto la fede
non esiste. Siccome però il bisogno di religiosità c'è,
dopo alcuni anni finiscono per accettare l'invito di qualche amico
che li conduce alle sette. Avrò un incontro con i pastori e ministri
United proprio per discutere queste cose. Se non ci svegliamo ci andiamo
di mezzo tutti. Dobbiamo convincere gli United a lasciarci aprire cappelle
cattoliche anche là dove abbiamo solo pochissimi cattolici e
loro sono grande maggioranza. Se anche qualcuno di loro viene a noi,
è meglio di centinaia che passano alle sette, tutte tremendamente
ostili e facili alla calunnia verso le chiese tradizionali. Sono all'origine
poi anche di divisioni sociali. All'interno stesso delle famiglie.
Il fratello membro delle sette, non accetta più poi il fratello
cattolico o United, perché «non si converte».
Ma per ottenere tutto questo bisogna andare a cercare le persone. Il
contrario rispetto all'Africa. Là non avevi un momento
di tempo libero. Qui se vuoi hai tutto il giorno libero. In Africa la
voglia di dialogare, di stare insieme, la ricerca della comunità,
la ricerca di Dio è molto forte. Il centro parrocchiale è
sempre pieno e gli spazi sempre troppo pochi.
Qui in Papua invece la voglia dello spirituale non mi pare proprio così
innata. Bisogna provocarla. In Africa si servono degli antenati come
gradini verso Dio. Qui non c'è invece il culto dei morti.
Il morto lo si seppellisce e basta.
Difficile affrontare il tema della risurrezione cristiana. Il culto
dei morti non c'è, quindi non si pone nemmeno il problema
di una vita impostata a partire dall'eventuale futuro premio o
castigo, retribuzione o condanna. L'assenza del culto dei morti
ha anche come conseguenza di non vedere la vita terrena in funzione
di quella celeste. Su questo gli United ci marciano perché loro
non chiamano a un reale impegno. È difficile che uno United diventi
cattolico. Gli viene chiesto di più. Da loro si va più
facilmente in paradiso. C'è una grossa indifferenza, che
condiziona anche i cattolici.
Com'è la partecipazione alla vita ecclesiale attiva?
Giovanni Circa il 60% dei
nostri parrocchiani partecipa attivamente. Veramente bello è
il coinvolgimento nelle attività, nelle iniziative, nel portare
avanti la comunità. Fanno tutto loro. Il fatto stesso che il
prete non possa essere sempre presente, di fatto lascia spazio alla
loro creatività e iniziativa. C'è bisogno del prete
per i sacramenti. Per il resto il catechista porta avanti tutto, eccetto
quando sorgono problemi che richiedono un intervento autorevole del
prete.
Le parrocchie italiane sono poi fortunate perché hanno molto
sussidi...
Giovanni In Italia siamo
soffocati dai sussidi. Invece basta dare qualche spunto, poi con la
loro creatività e fantasia i parrocchiani se la cavano.
Lorenzo Va detto che ancora
oggi non vedo Dio molto presente nella loro vita.
Giovanni È vero. In
molti è più forte la fede negli spiriti che in Dio. Dopo
50 anni, qui l'evangelizzazione è ancora all'inizio.
|