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 Giugno/Luglio 2004 - Orizzonti della fede

 
Papua Nuova Guinea: un'esperienza di parrocchia in missione

La parrocchia, il luogo privilegiato della comunione e della missione, sarà al centro del prossimo Convegno missionario nazionale della Chiesa italiana, previsto a Montesilvano (Pescara) dal 27 al 30 settembre. Da questo numero Popoli tratterà il tema in una serie di articoli. Quella che segue è l'intervista a due missionari italiani che operano in una delle terre di missioni più «difficili» per vastità di spazi e varietà di popolazione.

Lorenzo Frosio e Giovanni Di Lenarda sono entrambi missionari in Papua Nuova Guinea dal 2000. Il primo, dopo aver svolto il ministero per cinque anni in parrocchia a Bergamo, ha trascorso 10 anni in Costa d'Avorio. È in Papua Nuova Guinea come associato al Pime.
Il secondo, originario della provincia di Udine, è stato ordinato nel 1995. Trascorsi cinque anni in parrocchia, si trova ora in Papua Nuova Guinea in vista di aggregazione al Pime. In questa intervista, a cura di Giorgio Licini, missionario del Pontificio Istituto missioni estere (Pime), raccontano la loro esperienza.


Giovanni, tu hai già avuto esperienze parrocchiali in Italia?
Sì, cinque anni. Prima in montagna (collaboratore foraniale, cioè di più parrocchie) con la responsabilità diretta di Sauris, ai confini con l'Austria. Poi giù al mare verso Lignano.
La mia attività pastorale riguardava anzitutto la visita alle famiglie. E la visita alle malghe, inclusi i contadini della parrocchia che d'estate salivano alle malghe.

Pastorale molto familiare, quindi.
Certo, perché se non c'è un contatto molto diretto con i parrocchiani, è difficile avere la chiesa piena. A Sauris ci sono solo 350 persone, o poche di più. Conoscevo tutti per nome. Nelle parrocchie grandi questo naturalmente è impossibile.
Con il contatto personale invece partecipano di più. Andavo a trovare anche i taglialegna e passavo qualche giornata con loro. E poi c'era la catechesi, per bambini e adulti: un impegno! I bambini poi dovevo accompagnarli a casa in tutti i casolari. Giù al mare, a Latisana, 10mila abitanti mi è piaciuto meno. Il contatto personale sparisce. Io preferisco l'ambiente piccolo, il poter incontrare la gente. Come sulle nostre isole qui in Papua: andare nei villaggi, stare con loro, trascorrere tempo con loro, andare a camminare con loro.

Invece padre Lorenzo ha cominciato in città...
Quartiere Malpensata di Bergamo, anno 1985. La pastorale della città comporta la ricerca e il contatto personale con i giovani, occorre andare a cercare quelli che in oratorio non ci vanno, ma non rifiutano la chiamata. Da qui l'importanza dei gruppi di preghiera, dello studio biblico...

Quindi ci sono più similitudini che differenze tra la pastorale in Italia e la pastorale di missione...
Giovanni Dopo due anni di esperienza ho visto che la gente non ci chiede di diventare come loro, ma di dare tempo a loro, di stare con loro. E quando capiscono che sei con loro ti aprono il cuore e la via dell'evangelizzazione è pronta.

Questo anche in Italia in fondo...
Lorenzo Sì, il problema è sempre il tempo, più limitato in Italia. Qui di bello è che c'è tempo. La gente è a tua disposizione. Vivono non solo gli uni vicino agli altri, ma anche con uno stile di villaggio e di famiglia. In Italia naturalmente ognuno è per conto suo. È una grossa differenza culturale e di organizzazione sociale. È la differenza tra la società contadina e quella industriale e del terziario. In compenso di uguale c'è che anche qui la gente non è detto che ti venga a cercare. Se vuoi, puoi stare tutto il giorno nella tua missione e nessuno ti viene a disturbare; se vai, invece ti accettano. E sono molto contenti e sorridenti.

Un'immagine di parrocchia un po' diversa da quella tradizionale, accentrata
Lorenzo Certamente noi stiamo più fuori parrocchia che in centro. Ma a quel punto anche la missione (geografica) diventa punto di riferimento importante, perché i cattolici incominciano a conoscerla e ci vengono volentieri anche per gli incontri, le liturgie, le attività sociali e culturali... Diventano più comunità e anche più uomini, c'è crescita sociale e culturale, sperimentano l'uscire dalla monotonia e dalla mediocrità quotidiana in cui sono per forza di cose costretti. Ma per farli partecipare devi naturalmente averli già contattati prima. Quasi un invito personale. Dopo la Messa nei villaggi io non torno subito a casa. Vado su in montagna a cercare quelli che non sono venuti. E li trovo.
Giovanni Questo contatto personale ci aiuta anche a salvarli dalle nuove sette, che fanno appunto un lavoro «porta a porta». La pastorale deve necessariamente adattarsi.
Lorenzo Abbiamo poche cappelle solo in pochi villaggi. Per «rispetto» agli United (raggruppamento di Chiese anglicane, presbiteriane e metodiste di origine britannica), abbiamo di fatto una specie di spartizione pacifica del territorio. In realtà moltissimi United non vanno in Chiesa per niente, c'è molto più assenteismo rispetto ai cattolici. Di fatto la fede non esiste. Siccome però il bisogno di religiosità c'è, dopo alcuni anni finiscono per accettare l'invito di qualche amico che li conduce alle sette. Avrò un incontro con i pastori e ministri United proprio per discutere queste cose. Se non ci svegliamo ci andiamo di mezzo tutti. Dobbiamo convincere gli United a lasciarci aprire cappelle cattoliche anche là dove abbiamo solo pochissimi cattolici e loro sono grande maggioranza. Se anche qualcuno di loro viene a noi, è meglio di centinaia che passano alle sette, tutte tremendamente ostili e facili alla calunnia verso le chiese tradizionali. Sono all'origine poi anche di divisioni sociali. All'interno stesso delle famiglie. Il fratello membro delle sette, non accetta più poi il fratello cattolico o United, perché «non si converte».
Ma per ottenere tutto questo bisogna andare a cercare le persone. Il contrario rispetto all'Africa. Là non avevi un momento di tempo libero. Qui se vuoi hai tutto il giorno libero. In Africa la voglia di dialogare, di stare insieme, la ricerca della comunità, la ricerca di Dio è molto forte. Il centro parrocchiale è sempre pieno e gli spazi sempre troppo pochi.
Qui in Papua invece la voglia dello spirituale non mi pare proprio così innata. Bisogna provocarla. In Africa si servono degli antenati come gradini verso Dio. Qui non c'è invece il culto dei morti. Il morto lo si seppellisce e basta.
Difficile affrontare il tema della risurrezione cristiana. Il culto dei morti non c'è, quindi non si pone nemmeno il problema di una vita impostata a partire dall'eventuale futuro premio o castigo, retribuzione o condanna. L'assenza del culto dei morti ha anche come conseguenza di non vedere la vita terrena in funzione di quella celeste. Su questo gli United ci marciano perché loro non chiamano a un reale impegno. È difficile che uno United diventi cattolico. Gli viene chiesto di più. Da loro si va più facilmente in paradiso. C'è una grossa indifferenza, che condiziona anche i cattolici.

Com'è la partecipazione alla vita ecclesiale attiva?
Giovanni Circa il 60% dei nostri parrocchiani partecipa attivamente. Veramente bello è il coinvolgimento nelle attività, nelle iniziative, nel portare avanti la comunità. Fanno tutto loro. Il fatto stesso che il prete non possa essere sempre presente, di fatto lascia spazio alla loro creatività e iniziativa. C'è bisogno del prete per i sacramenti. Per il resto il catechista porta avanti tutto, eccetto quando sorgono problemi che richiedono un intervento autorevole del prete.
Le parrocchie italiane sono poi fortunate perché hanno molto sussidi...
Giovanni In Italia siamo soffocati dai sussidi. Invece basta dare qualche spunto, poi con la loro creatività e fantasia i parrocchiani se la cavano.
Lorenzo Va detto che ancora oggi non vedo Dio molto presente nella loro vita.
Giovanni È vero. In molti è più forte la fede negli spiriti che in Dio. Dopo 50 anni, qui l'evangelizzazione è ancora all'inizio.


Giorgio Licini




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