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 Giugno/Luglio 2004 - Cosmorama

Focus

americhe

Venezuela: opposizione e Chávez fanno i conti

Situazione perennemente ingarbugliata in Venezuela, dove ormai da oltre due anni l'opposizione, riunita nella Coordinadora democrática (Cd), conduce una battaglia senza esclusione di colpi per destituire il presidente Hugo Chávez. Il quale, pur avendo dalla sua ancora la maggior parte della popolazione, dà segni di nervosismo: lo dimostrano i fatti di fine marzo, quando la polizia e l'esercito hanno caricato i partecipanti all'ennesima manifestazione, provocando 9 morti e decine di feriti. Nei prossimi mesi potrebbe arrivare però una svolta, legata al progetto dell'opposizione di convocare un referendum per la destituzione del capo dello Stato. Una possibilità prevista dalla Costituzione, ma a precise condizioni: le firme devono essere pari almeno al 20% del corpo elettorale (cioè 2 milioni e mezzo) e inoltre, una volta indetto il referendum, i voti a favore della destituzione devono essere superiori a quelli con cui il presidente in carica è stato eletto (nel caso di Chávez, il quasi 60% ottenuto nel 2000); infine, il presidente destituito ha comunque diritto a ricandidarsi.
Nei primi mesi del 2004, la Cd ha depositato oltre 3 milioni di firme ma il Consiglio nazionale elettorale (Cne) ne ha annullate 900.000, perché sospettate di essere falsificate. Dopo le proteste di piazza, culminate con gli scontri di cui si è detto, il Cne ha proposto una procedura di «riparazione», in cui le firme saranno soggette a nuova verifica, procedura i cui esiti si conosceranno ai primi di giugno. In caso di verdetto favorevole all'opposizione, il referendum dovrebbe tenersi in agosto. Uno sbocco auspicato, tra gli altri, anche dalla Conferenza episcopale venezuelana, molto critica verso il presidente, a differenza di diversi settori della Chiesa di base. Peraltro, alcuni sondaggi mostrano che i favorevoli alla destituzione di Chávez (il cui mandato naturale scade nel 2006) si aggirerebbero intorno al 43%, cioè molti meno del 60% necessario. Per il vulcanico ex colonnello dei parà, dunque, la minaccia di una detronizzazione potrebbe trasformarsi in una definitiva (e densa di incognite) consacrazione al potere.


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Costa d'Avorio, continua la crisi
Per trent'anni è stata considerata la Svizzera dell'Africa. Poi, in poco meno di cinque anni, si è trasformata in una delle nazioni più instabili del continente. La Costa d'Avorio sta vivendo una tragedia della quale non si intravede una via d'uscita. La guerra è scoppiata nel settembre 2002. La scintilla è stata la riorganizzazione dell'esercito con lo scioglimento di alcuni reparti. Molti ex militari non hanno accettano di essere congedati. Il malcontento è sfociato in una rivolta che ha raccolto anche il malessere dei musulmani del Nord, da sempre discriminati e già in fermento dopo l'esclusione dalla candidatura presidenziale di Alassane Ouattara. La rivolta ha assunto presto vaste proporzioni. Il Nord-Ovest è stato occupato dai miliziani di tre gruppi: il Movimento patriottico, il Movimento per la giustizia e la pace e il Movimento per il grande Ovest. Il Paese viene messo a ferro e fuoco. Finché non si giunge a una situazione di stallo nella quale le truppe francesi, intervenute per proteggere gli interessi della Francia in loco, si interpongono fra le parti. Il Nord-Ovest rimane così occupato dai ribelli. Il Sud dal Governo. Intanto si attiva la diplomazia. Il risultato è l'accordo firmato in Francia. L'intesa prevede il cessate-il-fuoco; la creazione di un Governo di riconciliazione nazionale; la nomina di un premier (Seydou Diarra), al quale il presidente deve cedere parte dei suoi poteri; il disarmo delle fazioni ribelli; una magistratura più indipendente.
La pace stenta a farsi strada. Il presidente Gbagbo diffida dei ribelli e rallenta l'applicazione dell'intesa. I ribelli continuano a controllare il Nord-Ovest e non sono stati disarmati. Le tensioni sono sfociate nella manifestazione del 25 marzo organizzata per protestare contro la mancata applicazione degli accordi. Durante la manifestazione si sono scontrate forze dell'ordine e oppositori. Il bilancio ufficiale parla di 25 vittime. Ma sarebbero molte di più. Opposizione e ribelli sono usciti dal Governo e la tensione è di nuovo aumentata. La speranza è ora affidata ai caschi blu inviati dall'Onu. Il loro intervento darà una svolta alla crisi?

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In Algeria, Buteflika rieletto senza problemi
Nelle elezioni presidenziali dell'8 aprile, il presidente algerino Abdelaziz Buteflika è stato rieletto al primo turno con oltre l'83% dei voti. Un risultato che va al di là delle previsioni. Il motivo principale del suo successo è stato il consenso alla sua politica di conciliazione nazionale, che ha contribuito a ridurre la violenza politica nel Paese. In particolare gli elettori hanno apprezzato l'amnistia introdotta da Buteflika per coloro che hanno fatto parte di gruppi armati, ma non hanno commesso crimini di sangue, e una riduzione delle pene per coloro che sono stati coinvolti in atti violenti, ma non in massacri di massa. Per gli osservatori inviati dall'Osce (l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) le elezioni si sono svolte in modo regolare e riflettono la reale volontà degli elettori. Secondo Bruce George, responsabile dei 120 osservatori Osce, si è trattato «delle elezioni meglio condotte, non solo in Algeria, ma in tutta l'Africa e in gran parte del mondo arabo». Anche alcuni diplomatici occidentali ad Algeri hanno dichiarato che «sono state le elezioni più corrette da quando in Algeria è stato introdotto il multipartitismo nel 1989». Ma il principale avversario di Buteflika, l'ex primo ministro Ali Benflis, che ha ottenuto l'8% dei voti, ha descritto le elezioni come «un'enorme frode» e ha annunciato l'intenzione di presentare ricorso alla Corte costituzionale contro il risultato. Anche altri candidati hanno denunciato brogli e molti giornalisti e intellettuali hanno affermato che la vittoria di Buteflika è stata «un giorno nero per la democrazia». Il candidato islamista moderato Abdallah Djaballah ha ottenuto solo il 5% dei voti.
Durante la cerimonia del giuramento (18 aprile), Buteflika ha affrontato due punti cruciali della politica algerina: l'impegno a risolvere la questione della minoranza berbera che rivendica l'autonomia regionale e l'uso della propria lingua (tamazight), e di riformare il diritto di famiglia, attualmente basato sulla sharia (legge islamica) e lesivo dell'eguaglianza e della dignità delle donne.

europa

Parlamento europeo, si vota in 25 Paesi
I cittadini dei 25 Paesi della Ue sono chiamati al voto in giugno per rinnovare il parlamento europeo (Pe) a 25 anni dalla prima elezione a suffragio universale. Con l'ingresso di dieci nuovi Paesi nella Ue, i parlamentari nell'emiciclo di Strasburgo passeranno da 626 a 732. Nel 1999, solo metà degli aventi diritto al voto si recò alle urne, un dato che segnava il risultato più basso mai registrato e che confermava un calo di interesse per la più rappresentativa delle istituzioni comuni. Cinque anni fa, il Paese con il più alto numero di votanti fu il Belgio (91%), dove però la partecipazione al voto è obbligatoria, ma solo il 24% dei britannici andò alle urne, confermando di essere in Europa i meno entusiasti del processo di integrazione. In Italia si è scesi in vent'anni dall'85 al 70% dei votanti.
Eppure i poteri riconosciuti al Pe sono cresciuti nel corso degli anni, sanciti dai nuovi trattati europei. Questa tendenza è destinata a continuare. La bozza della nuova Costituzione europea recita all'art. 19 che «il parlamento europeo esercita, congiuntamente al Consiglio dei ministri, la funzione legislativa e di bilancio, e funzioni di controllo politiche e consultive». Il Pe ha effettivamente accresciuto il controllo sulla Commissione di Bruxelles, destinata sempre più a riflettere gli orientamenti politici dell'assemblea di Strasburgo. Le decisioni prese dal Pe riguardano direttamente la vita di oltre 450 milioni di europei.
La principale forza politica nella legislazione al termine è stato il gruppo dei popolari e dei democratici europei, oggi un raggruppamento eterogeneo di forze di ispirazione cristiana, conservatori e altri partiti di centro-destra. Seguono il gruppo dei socialisti europei, i liberali, la sinistra unitaria ed ecologista, i verdi, i gruppi euroscettici e nazionalisti, i radicali e i non iscritti. Le forze di centro-destra sono oggi al governo in 14 Paesi, quelle di centro-sinistra in 11, ma non è possibile fare previsioni certe sui risultati del voto. Le elezioni si svolgeranno in giorni diversi a seconda dei Paesi: inizieranno nei Paesi Bassi e nel Regno Unito il 10 giugno, per concludersi il 13 nella maggior parte dei Paesi.

asia e oceania

Thailandia: si riaccende il Sud musulmano
L'uccisione a fine aprile da parte delle forze di sicurezza thailandesi di 108 militanti islamici ha rappresentato forse il momento più drammatico in una nuova fase della difficile convivenza tra minoranza musulmana e maggioranza buddhista in Thailandia. Concentrati nelle tre province meridionali di Yala, Pattani e Narathiwat, i musulmani costituiscono il 4% dei 65 milioni di thailandesi. Da decenni tra di loro sono attivi movimenti autonomisti e, più recentemente, cellule radicali in parte collegate alla Jemaah Islamiya, movimento che propugna la nascita di una grande comunità musulmana nell'intera Asia meridionale. La dura reazione agli attacchi degli estremisti, che nei due mesi precedenti avevano già fatto una sessantina di vittime tra cui poliziotti, insegnanti e monaci, in attacchi mirati soprattutto contro gli edifici scolastici e i depositi di armi, rischia di far precipitare la situazione in un'area dove cresce l'insoddisfazione - soprattutto dei giovani - verso la lontana Bangkok. La sconfitta sostanziale dei movimenti politici islamisti nella confinante Malaysia spinge inoltre il radicalismo religioso a cercare nuove micce da accendere nella regione.
A complicare la situazione ci sono le rivalità tra polizia ed esercito e tra i rispettivi servizi di intelligence, dopo lo smantellamento del sistema di controllo militare che, per quanto autoritario, garantiva comunque i diritti anche culturali e religiosi della popolazione locale. Si è rivelata controproducente la decisione del primo ministro Thaksin Shinawatra di trasferire l'autorità dall'esercito alla polizia, priva però della necessaria esperienza, dei mezzi e dell'armamento necessari a controllare un territorio favorevole alla guerriglia. Le recenti sconfitte politiche dell'Islam radicale nelle elezioni in Malaysia e in Indonesia hanno emarginato le frange musulmane più estremiste e rafforzato l'impegno di questi grandi Paesi islamici contro il terrorismo. Tuttavia, c'è il rischio che in mancanza di un rilancio dell'economia delle province meridionali e di un maggior riconoscimento delle specificità culturali e religiose, in Thailandia si accenda un conflitto che avrebbe serie conseguenze per l'intera regione.




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