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americhe
Venezuela: opposizione e Chávez fanno i conti |
| Situazione perennemente ingarbugliata in Venezuela,
dove ormai da oltre due anni l'opposizione, riunita nella Coordinadora
democrática (Cd), conduce una battaglia senza esclusione di colpi
per destituire il presidente Hugo Chávez. Il quale, pur avendo
dalla sua ancora la maggior parte della popolazione, dà segni
di nervosismo: lo dimostrano i fatti di fine marzo, quando la polizia
e l'esercito hanno caricato i partecipanti all'ennesima
manifestazione, provocando 9 morti e decine di feriti. Nei prossimi
mesi potrebbe arrivare però una svolta, legata al progetto dell'opposizione
di convocare un referendum per la destituzione del capo dello Stato.
Una possibilità prevista dalla Costituzione, ma a precise condizioni:
le firme devono essere pari almeno al 20% del corpo elettorale (cioè
2 milioni e mezzo) e inoltre, una volta indetto il referendum, i voti
a favore della destituzione devono essere superiori a quelli con cui
il presidente in carica è stato eletto (nel caso di Chávez,
il quasi 60% ottenuto nel 2000); infine, il presidente destituito ha
comunque diritto a ricandidarsi.
Nei primi mesi del 2004, la Cd ha depositato oltre 3 milioni di firme
ma il Consiglio nazionale elettorale (Cne) ne ha annullate 900.000,
perché sospettate di essere falsificate. Dopo le proteste di
piazza, culminate con gli scontri di cui si è detto, il Cne ha
proposto una procedura di «riparazione», in cui le firme
saranno soggette a nuova verifica, procedura i cui esiti si conosceranno
ai primi di giugno. In caso di verdetto favorevole all'opposizione,
il referendum dovrebbe tenersi in agosto. Uno sbocco auspicato, tra
gli altri, anche dalla Conferenza episcopale venezuelana, molto critica
verso il presidente, a differenza di diversi settori della Chiesa di
base. Peraltro, alcuni sondaggi mostrano che i favorevoli alla destituzione
di Chávez (il cui mandato naturale scade nel 2006) si aggirerebbero
intorno al 43%, cioè molti meno del 60% necessario. Per il vulcanico
ex colonnello dei parà, dunque, la minaccia di una detronizzazione
potrebbe trasformarsi in una definitiva (e densa di incognite) consacrazione
al potere. |
africa 1
Costa d'Avorio, continua la crisi |
Per trent'anni è stata considerata la Svizzera
dell'Africa. Poi, in poco meno di cinque anni, si è trasformata
in una delle nazioni più instabili del continente. La Costa d'Avorio
sta vivendo una tragedia della quale non si intravede una via d'uscita.
La guerra è scoppiata nel settembre 2002. La scintilla è
stata la riorganizzazione dell'esercito con lo scioglimento di alcuni
reparti. Molti ex militari non hanno accettano di essere congedati. Il
malcontento è sfociato in una rivolta che ha raccolto anche il
malessere dei musulmani del Nord, da sempre discriminati e già
in fermento dopo l'esclusione dalla candidatura presidenziale di
Alassane Ouattara. La rivolta ha assunto presto vaste proporzioni. Il
Nord-Ovest è stato occupato dai miliziani di tre gruppi: il Movimento
patriottico, il Movimento per la giustizia e la pace e il Movimento per
il grande Ovest. Il Paese viene messo a ferro e fuoco. Finché non
si giunge a una situazione di stallo nella quale le truppe francesi, intervenute
per proteggere gli interessi della Francia in loco, si interpongono fra
le parti. Il Nord-Ovest rimane così occupato dai ribelli. Il Sud
dal Governo. Intanto si attiva la diplomazia. Il risultato è l'accordo
firmato in Francia. L'intesa prevede il cessate-il-fuoco; la creazione
di un Governo di riconciliazione nazionale; la nomina di un premier (Seydou
Diarra), al quale il presidente deve cedere parte dei suoi poteri; il
disarmo delle fazioni ribelli; una magistratura più indipendente.
La pace stenta a farsi strada. Il presidente Gbagbo diffida dei ribelli
e rallenta l'applicazione dell'intesa. I ribelli continuano
a controllare il Nord-Ovest e non sono stati disarmati. Le tensioni sono
sfociate nella manifestazione del 25 marzo organizzata per protestare
contro la mancata applicazione degli accordi. Durante la manifestazione
si sono scontrate forze dell'ordine e oppositori. Il bilancio ufficiale
parla di 25 vittime. Ma sarebbero molte di più. Opposizione e ribelli
sono usciti dal Governo e la tensione è di nuovo aumentata. La
speranza è ora affidata ai caschi blu inviati dall'Onu. Il
loro intervento darà una svolta alla crisi? |
africa 2
In Algeria, Buteflika rieletto senza problemi |
Nelle elezioni presidenziali dell'8 aprile, il
presidente algerino Abdelaziz Buteflika è stato rieletto al primo
turno con oltre l'83% dei voti. Un risultato che va al di là
delle previsioni. Il motivo principale del suo successo è stato
il consenso alla sua politica di conciliazione nazionale, che ha contribuito
a ridurre la violenza politica nel Paese. In particolare gli elettori
hanno apprezzato l'amnistia introdotta da Buteflika per coloro che
hanno fatto parte di gruppi armati, ma non hanno commesso crimini di sangue,
e una riduzione delle pene per coloro che sono stati coinvolti in atti
violenti, ma non in massacri di massa. Per gli osservatori inviati dall'Osce
(l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa)
le elezioni si sono svolte in modo regolare e riflettono la reale volontà
degli elettori. Secondo Bruce George, responsabile dei 120 osservatori
Osce, si è trattato «delle elezioni meglio condotte, non
solo in Algeria, ma in tutta l'Africa e in gran parte del mondo
arabo». Anche alcuni diplomatici occidentali ad Algeri hanno dichiarato
che «sono state le elezioni più corrette da quando in Algeria
è stato introdotto il multipartitismo nel 1989». Ma il principale
avversario di Buteflika, l'ex primo ministro Ali Benflis, che ha
ottenuto l'8% dei voti, ha descritto le elezioni come «un'enorme
frode» e ha annunciato l'intenzione di presentare ricorso
alla Corte costituzionale contro il risultato. Anche altri candidati hanno
denunciato brogli e molti giornalisti e intellettuali hanno affermato
che la vittoria di Buteflika è stata «un giorno nero per
la democrazia». Il candidato islamista moderato Abdallah Djaballah
ha ottenuto solo il 5% dei voti.
Durante la cerimonia del giuramento (18 aprile), Buteflika ha affrontato
due punti cruciali della politica algerina: l'impegno a risolvere
la questione della minoranza berbera che rivendica l'autonomia regionale
e l'uso della propria lingua (tamazight), e di riformare il diritto
di famiglia, attualmente basato sulla sharia (legge islamica) e lesivo
dell'eguaglianza e della dignità delle donne. |
europa
Parlamento europeo, si vota in 25 Paesi |
I cittadini dei 25 Paesi della Ue sono chiamati al voto
in giugno per rinnovare il parlamento europeo (Pe) a 25 anni dalla prima
elezione a suffragio universale. Con l'ingresso di dieci nuovi Paesi
nella Ue, i parlamentari nell'emiciclo di Strasburgo passeranno
da 626 a 732. Nel 1999, solo metà degli aventi diritto al voto
si recò alle urne, un dato che segnava il risultato più
basso mai registrato e che confermava un calo di interesse per la più
rappresentativa delle istituzioni comuni. Cinque anni fa, il Paese con
il più alto numero di votanti fu il Belgio (91%), dove però
la partecipazione al voto è obbligatoria, ma solo il 24% dei britannici
andò alle urne, confermando di essere in Europa i meno entusiasti
del processo di integrazione. In Italia si è scesi in vent'anni
dall'85 al 70% dei votanti.
Eppure i poteri riconosciuti al Pe sono cresciuti nel corso degli anni,
sanciti dai nuovi trattati europei. Questa tendenza è destinata
a continuare. La bozza della nuova Costituzione europea recita all'art.
19 che «il parlamento europeo esercita, congiuntamente al Consiglio
dei ministri, la funzione legislativa e di bilancio, e funzioni di controllo
politiche e consultive». Il Pe ha effettivamente accresciuto il
controllo sulla Commissione di Bruxelles, destinata sempre più
a riflettere gli orientamenti politici dell'assemblea di Strasburgo.
Le decisioni prese dal Pe riguardano direttamente la vita di oltre 450
milioni di europei.
La principale forza politica nella legislazione al termine è stato
il gruppo dei popolari e dei democratici europei, oggi un raggruppamento
eterogeneo di forze di ispirazione cristiana, conservatori e altri partiti
di centro-destra. Seguono il gruppo dei socialisti europei, i liberali,
la sinistra unitaria ed ecologista, i verdi, i gruppi euroscettici e nazionalisti,
i radicali e i non iscritti. Le forze di centro-destra sono oggi al governo
in 14 Paesi, quelle di centro-sinistra in 11, ma non è possibile
fare previsioni certe sui risultati del voto. Le elezioni si svolgeranno
in giorni diversi a seconda dei Paesi: inizieranno nei Paesi Bassi e nel
Regno Unito il 10 giugno, per concludersi il 13 nella maggior parte dei
Paesi. |
asia e oceania
Thailandia: si riaccende il Sud musulmano |
L'uccisione a fine aprile da parte delle forze
di sicurezza thailandesi di 108 militanti islamici ha rappresentato forse
il momento più drammatico in una nuova fase della difficile convivenza
tra minoranza musulmana e maggioranza buddhista in Thailandia. Concentrati
nelle tre province meridionali di Yala, Pattani e Narathiwat, i musulmani
costituiscono il 4% dei 65 milioni di thailandesi. Da decenni tra di loro
sono attivi movimenti autonomisti e, più recentemente, cellule
radicali in parte collegate alla Jemaah Islamiya, movimento che propugna
la nascita di una grande comunità musulmana nell'intera Asia
meridionale. La dura reazione agli attacchi degli estremisti, che nei
due mesi precedenti avevano già fatto una sessantina di vittime
tra cui poliziotti, insegnanti e monaci, in attacchi mirati soprattutto
contro gli edifici scolastici e i depositi di armi, rischia di far precipitare
la situazione in un'area dove cresce l'insoddisfazione - soprattutto
dei giovani - verso la lontana Bangkok. La sconfitta sostanziale dei movimenti
politici islamisti nella confinante Malaysia spinge inoltre il radicalismo
religioso a cercare nuove micce da accendere nella regione.
A complicare la situazione ci sono le rivalità tra polizia ed esercito
e tra i rispettivi servizi di intelligence, dopo lo smantellamento del
sistema di controllo militare che, per quanto autoritario, garantiva comunque
i diritti anche culturali e religiosi della popolazione locale. Si è
rivelata controproducente la decisione del primo ministro Thaksin Shinawatra
di trasferire l'autorità dall'esercito alla polizia,
priva però della necessaria esperienza, dei mezzi e dell'armamento
necessari a controllare un territorio favorevole alla guerriglia. Le recenti
sconfitte politiche dell'Islam radicale nelle elezioni in Malaysia
e in Indonesia hanno emarginato le frange musulmane più estremiste
e rafforzato l'impegno di questi grandi Paesi islamici contro il
terrorismo. Tuttavia, c'è il rischio che in mancanza di un
rilancio dell'economia delle province meridionali e di un maggior
riconoscimento delle specificità culturali e religiose, in Thailandia
si accenda un conflitto che avrebbe serie conseguenze per l'intera
regione. |