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A ritmo impressionante si sono moltiplicate negli ultimi tempi
le violenze sui bambini: dal piccolo di Crotone, che il papà
voleva vendere, al neonato di Modena abbandonato al freddo su un prato
subito dopo il parto, alle sevizie e alla morte crudele a Città
di Castello della piccola Maria di due anni e mezzo, alle oltre 1.500
bambine avviate in Italia alla prostituzione (secondo i dati dell'Istituto
degli Innocenti), ai 400mila minori tra i 7 e i 14 anni sfruttati sul
lavoro nel nostro Paese (secondo la recente ricerca dell'Ires).
Se poi allarghiamo lo sguardo al di là dei nostri confini, il
panorama non fa che intristire ulteriormente di fronte alla quantità
innumerevole di minori, feriti profondamente dalla violenza degli adulti.
Giovanni Paolo II denuncia con il loro nome le piaghe peggiori: «abusi
sessuali, avviamento alla prostituzione, coinvolgimento nello spaccio
e nell'uso della droga; bambini obbligati a lavorare o arruolati
per combattere; innocenti segnati per sempre dalla disgregazione familiare;
piccoli travolti dal turpe traffico di organi e di persone». E
conclude: «L'umanità non può chiudere gli
occhi di fronte a un dramma così preoccupante!» (Messaggio
per la Quaresima 2004, n. 3).
La legge non basta
Da tempo si è cercato di correre ai ripari. Con la Convenzione
sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea dell'Onu
nel 1989, si è tentato non solo di impedire gli abusi, ma anche
di garantire ai bambini una crescita serena e la difesa dei loro diritti:
all'istruzione, alla salute, al gioco, alla gioia di vivere.
Purtroppo, come dimostrano i fatti, la legge da sola non basta. A che
servono le norme se poi manca l'apporto insostituibile dei genitori
e della famiglia, dove il bambino si affaccia alla vita? Purtroppo il
«pensiero unico», la cultura edonistica e utilitaristica
oggi dominante, non rispetta né la famiglia né la vita.
Il «materialismo pratico» del neoliberismo non è
meno pericoloso del «materialismo scientifico» del comunismo:
genera egoismo e disprezzo verso i «piccoli» d'ogni
specie, siano essi bambini, forestieri o extracomunitari, malati o comunque
bisognosi d'aiuto.
Ci vuole l'amore
Anche gli antichi erano giunti a sentenziare che i bambini vanno rispettati:
maxima puero debetur reverentia (Giovenale, Sat. 14,47). Ma,
più che di rispetto, i bambini hanno bisogno di amore; e questo
non si impone per legge. Gesù non si è limitato a difendere
i più «piccoli» con parole di fuoco, ma li ha amati
fino a farsi uno di loro: «Chi accoglie anche uno solo di questi
bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo
di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli
fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli
abissi del mare» (Mt 18,5 s). Ecco perché i santi
di tutti i tempi hanno sempre avuto un amore di predilezione per i bambini
e hanno considerato un privilegio accogliere gli orfani, i figli di
nessuno, i mutilatini, le piccole vittime innocenti della povertà
e della cattiveria umana. Il vero amore viene da Dio.
Perciò, il dramma odierno dell'infanzia conferma la profezia
di Paolo VI: «Senza dubbio l'uomo può organizzare
la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla
contro l'uomo» (Populorum progressio, n. 42). Una
società che sevizia e uccide i suoi bambini distrugge se stessa
e il suo futuro. Sarebbe colpevole non ricordarlo e chiudere gli occhi.
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