|
All'abile tocco dei musici, gli strumenti infondono
ritmi essenziali e in apparenza senza una melodia precisa, mentre alcuni
monaci seduti dirimpetto, recitano con voce sorda e gutturale litanie
al limite del lamento.
Altri monaci, abbigliati con costumi di preziosi broccati variopinti
e con il volto coperto da pesanti maschere lignee, danzano simultaneamente
compiendo balzi e rotazioni, tanto da assomigliare a vortici di puro
colore immersi in uno scenario fatto di cielo, montagne e bianche abitazioni
segnate dal tempo. Impossibile riconoscere il volto di coloro che si
nascondono dietro le maschere di scena, anch'esse multicolori,
come gli abiti, ma quasi minacciose nella loro espressione figurativa.
Per un anno intero sono state rinchiuse in una stanza del monastero
che ha avuto il compito di preservarle, e solo dopo un rito propiziatorio
officiato molto prima dell'alba, possono ora vedere la luce del
sole senza essere contaminate da forze malefiche o demoniache.
A pochi passi di distanza, presso l'edificio principale del complesso
monastico, dall'alto di una parete, una grande tangka di cotone
con mille Buddha dipinti finemente, si mostra all'adorazione dei
fedeli. Uomini, donne e bambini, giunti dai villaggi vicini per assistere
alla festa religiosa che annualmente, d'estate, caratterizza la
località. È una ricorrenza speciale, in cui si rinnova
l'intento delle forze del bene di primeggiare su quelle del male.
Due giorni interi di danze e coreografie in costume, culminanti nel
terzo giorno dove, con il raggiungimento degli scopi prefissati, la
celebrazione avrà finalmente termine.
Il mito e la fede
Lamayuru è uno dei più antichi e famosi monasteri buddhisti
dell'intero Ladakh. Il grosso villaggio che si snoda ai suoi piedi
sembra sostenerlo dandogli ulteriore forza. Nell'ampio fondovalle,
campi sapientemente costruiti su terrazze dalla mano dell'uomo
sono resi fertili da un'ingegnosa rete di canali che vi convoglia
l'acqua di un magro torrente. Lembi di terra si aggrappano a versanti
pietrosi, dove miseri cespugli offrono sostentamento alle colonie di
capre selvatiche che li popolano. Su tutto dominano creste frastagliate
dall'aspetto tagliente, generate da sconvolgimenti terrestri di
giovani ere geologiche.
Tranne la sua storia, Lamayuru non è nient'altro. Il nome
l'ha ricevuto in epoca recente. Un nome che forse non piace nemmeno
agli stessi ladakhi, che lo chiamano Yuru e basta.
La parola yuru significa «turchese», e, al tempo stesso,
«riva» o «argine», se viene scomposta nelle
due sillabe che la compongono. Sono sicuramente termini riferiti al
colore e alle sponde di un lago ormai scomparso che giaceva dove oggi
sorge il monastero. I pallidi sedimenti lacustri sono ancora fin troppo
bene visibili per controbattere una tesi del genere. Forse il modo in
cui le acque defluirono dal bacino può destare dubbi: si tratta
di leggende o di fatti realmente accaduti? Storie di uomini in perfetta
armonia con la natura, dalla quale traevano protezione e aiuto nel raggiungimento
di mete a noi sconosciute.
Nella mitologia ladakha si racconta di un uomo dai poteri eccezionali
il cui nome era Nyma Gung-pa. Veduto un lago, meravigliosamente incastonato
tra monti aridi e inospitali, si soffermò al suo cospetto, quindi,
raggiunto un picco che spuntava dal centro delle acque e assunta la
posizione del loto, decise di prostrarsi in preghiera. Decise poi di
offrire chicchi di frumento agli spiriti del lago con il proposito di
prosciugarlo. Fatto ciò, le acque iniziarono a defluire. Sotto
l'effetto di gorghi giganteschi, i chicchi di frumento offerti
in precedenza si posarono lungo le pareti del bacino, disponendosi miracolosamente
a forma di svastica. La comparsa della svastica, simbolo ritenuto di
buon auspicio nell'Himalaya, venne definita prodigiosa da Nyma
Gung-pa, che infine profetizzò la nascita di un tempio nel punto
esatto dove essa apparve. Era il V secolo a.C., ma per vedere il realizzarsi
della profezia, si dovette attendere sino all'XI secolo d.C. Dapprima
a opera del celebre yogi Naropa che, a quanto si dice, intraprese una
lunga meditazione all'interno di una cavità naturale presso
il luogo dove apparve la svastica e al quale, per questo motivo, è
attribuita la fondazione di Lamayuru. In seguito, per mano di Rinchen
bZangpo, un importante personaggio religioso, che costruì alcuni
edifici del monastero.
Tuttavia, scavando a fondo nei meandri del tempo, nei ripidi pendii
che circondano Lamayuru e, perché no?, nel sapere degli anziani
monaci che invisibili lo abitano, ecco che si scoprono le sue vere origini.
Sono fatte di un nome acquisito in epoca antica e che, senza ombre,
gli rende tutta la dovuta giustizia. Quel nome è Yung Dung gompa:
il «monastero della svastica».
La danza cosmica
Viene chiamata Yabjung Kunga cham la danza che quattro monaci stanno
ora inscenando. Viene eseguita in onore di Yabjung e Kunga, due divinità
che presero vita in un luogo del Tibet meridionale conosciuto come Chari.
Tra una coreografia e l'altra, alcuni giovanissimi monaci si assumono
l'incarico di servire il tè a coloro che sono impegnati
nella celebrazione religiosa. Sono secchi costruiti con listelli di
legno a contenere la bevanda; un intruglio fumante fatto di tè,
burro e sale, che viene servito nelle coppe di ognuno per mezzo di mestoli
in ottone cesellato. Comunque, sono pause sempre molto brevi e usate
principalmente per la vestizione, durante le quali tutto si svolge con
la massima rapidità.
Ma Lamayuru non è sempre così affollato di monaci, un
numero almeno cinque volte superiore ai venti, forse venticinque, che
tra novizi e anziani di solito risiedono nel monastero. Vengono richiamati
dai villaggi d'origine per prendere parte alla funzione e una
volta terminata vi faranno ritorno. Molti hanno intrapreso un percorso
di studio nella lontana Dehra Dun, una città situata a sud della
catena himalayana, nello Stato indiano di Uttar Pradesh. Per questi,
oltre che l'onore di danzare nei cham, anche la felicità
di rivedere dopo lungo tempo le proprie famiglie e il luogo nativo.
In quanto a corrente teistica, appartengono alla setta Digung kardgyu-pa,
o della «trasmissione orale». Più di ogni altra,
nel buddhismo Vajrayana, è la setta che si fonde maggiormente
alle pratiche magiche e di meditazione del tantrismo hindu. Le sue origini
appartengono al più antico degli ordini buddhisti fioriti in
Tibet, quello Nygma-pa, «degli antichi», appunto. Una scuola
di pensiero introdotta nell'VIII secolo d.C. dal maestro indiano
Padmasambhava, il «nato dal loto» e sviluppata da eremiti
e studiosi quali Tilopa, Naropa, Marpa e Milarepa. Dunque la solitudine,
interpretata come mezzo di crescita personale, è sicuramente
alla base delle tradizioni religiose antiche che caratterizzarono l'evoluzione
del buddhismo himalayano. Nella Digung Kardgyu-pa, a ciò si associa
la metodologia di trasmissione orale dei concetti dottrinali; una particolarità
su cui sono fondati i capisaldi degli insegnamenti rivolti agli allievi
e dalla quale la setta prende nome.
In relazione al colore dei copricapi usati, i suoi discepoli vengono
anche chiamati «berretti rossi», distinguendoli dalla Gelug-pa
o dei «seguaci della virtù», scuola che ne indossa
di gialli e alla quale appartiene l'attuale Dalai Lama. A parte
le ovvie differenze liturgiche, di formazione e di percorso spirituale,
il fine ultimo non si discosta minimamente dalle idee principali predicate
nel buddhismo più classico, a partire dal perseguimento del distacco
totale dai legami materiali: l'Illuminazione.
Il secondo giorno
Quando la celebrazione religiosa entra nel suo secondo giorno, come
pervase da nuova energia le coreografie si fanno più spettacolari.
Con esse, anche il numero di monaci nella chamra aumenta vertiginosamente,
raggiungendo le sessanta unità in una danza chiamata Nangnang
cham. A caratterizzarla è la forma geometrica di un gigantesco
mandala, simbolo dell'Universo, materializzato dal corpo dei monaci
in maschera fusi in un'unica e complessa struttura. Tuttavia,
l'evento che attribuisce un'importanza estrema alla seconda
giornata di danze, è senza dubbio l'ingresso in scena del
niavo, una figura dall'aspetto umano ottenuta impastando farina
d'orzo tostato, burro e acqua. Si tratta della personificazione
del maligno, per questo motivo, la sua presenza nella piazza delle danze
richiede una preparazione particolare.
Sotto lo sguardo attento di alcuni spettatori, due monaci e altrettanti
novizi cominciano a tracciare linee sul suolo servendosi di polveri
colorate. Lavorano veloci, sicuri, misurando con cura le quantità
di colori che lasciano cadere dalle loro stesse mani. Ne nasce un disegno
triangolare nero, giallo e verde, contornato da fiamme rosso vivo su
ognuno dei tre lati. Simboleggia una sorta di trappola in cui imprigionare
le forze del male e per ovvi motivi, è sopra di esso che il niavo
verrà posizionato.
Spetta a quattro monaci il compito d'introdurlo nella chamra.
Lo trasportano a braccia sopra una solida barella di legno e, dopo averlo
adagiato nel punto prestabilito, ne celano i segreti coprendolo con
un telo nero. Nelle danze che seguiranno, la comparsa del niavo svolgerà
un ruolo sempre più rilevante per la buona riuscita della funzione,
spingendo i suoi avversari a combatterlo con ogni mezzo. Due monaci
con maschere da cervo, sono le prime figure che hanno il compito di
opporsi ai tetri significati che lo animano. Rappresentano divinità
determinate a far trionfare il bene, e le sembianze con le quali si
presentano, un modo di esprimere la loro solidarietà verso tutto
il mondo animale.
Nel frattempo, un'unica costante accompagna il susseguirsi degli
eventi. È il suono cupo, profondo, interminabile dei corni e
quello più secco ed esplosivo dei tamburi che scandiscono il
tempo.
Ad ogni passo gli attori in maschera alzano nuvole di polvere. Nelle
mani stringono parti di teschi umani. In un angolo, pronte da essere
usate contro il niavo, ci sono anche diversi tipi di armi: un pugnale,
un arco, alcune frecce e delle spade. Decreteranno la sua morte e, insieme
a essa, la definitiva distruzione del maligno. Quando finalmente questo
accade, nelle fasi conclusive, i monaci riducono in centinaia di piccoli
pezzi il corpo del niavo, e come a esorcizzare tutto ciò che
di negativo è racchiuso in esso, li lanciano tra gli spettatori
che si affrettano a raccoglierli per esibirli come trofeo. Un'ultima
danza separa questo momento dal termine vero e proprio del secondo giorno
di celebrazioni; vuole essere un beneficio rivolto alla gente in generale,
dove tutte le divinità apparse finora danzano insieme ancora
una volta.
Poi, avvolte in stoffe di differenti tonalità di rosso, le maschere
vengono infine riportate nel monastero. Al loro passaggio, i fedeli
rimasti vi si accalcano intorno, chinando il capo in attesa della benedizione
impartita dalla loro imposizione. Sanno perfettamente che per un anno
intero non sarà possibile riceverne un'altra.
Un mondo magico e minacciato
Tutto sommato Lamayuru non è che un villaggio a 3.500 metri di
quota, situato sulla carrozzabile che conduce a Srinagar. È ben
diverso dai fiorenti centri religiosi della valle di Leh, il capoluogo
del Ladakh, eppure il misticismo che emana sembra essere quasi fisico.
Forse a causa della sua storia, forse a causa del luogo dove sorge.
A Est, le forme tormentate dei sedimenti del famoso lago si trasformano
in migliaia di gobbe giallastre.
A Ovest, lunghe file di costruzioni dalla forma piramidale e muri di
preghiera ricoperti di pietre scolpite con frasi sacre fungono da singolari
segnavia per i pastori e le loro greggi.
Sempre nella medesima direzione è anche la montagna che in parte
segna la spiritualità locale; un'immensa e verticale placca
granitica, sormontata da tre guglie pressoché equidistanti. Gli
abitanti di Lamayuru la distinguono tra tutte chiamandola Rig sum gombo.
Un nome carico di significati il suo e, per via del numero di quelle
guglie, certamente non imposto a caso. È lo stesso dei monumenti
dedicati a tre delle più importanti divinità del pantheon
buddhista: Manjushri, la saggezza; Avalokiteshvara, la compassione;
Vajrapani, la potenza. Nel loro stato di bodhisattva colui che, pur
avendo raggiunto l'illuminazione, rinuncia al nirvana per aiutare
gli esseri viventi, rappresentano tutte le qualità espressive
dei Buddha conosciuti, siano essi passati, presenti o futuri, identificandole
nella triade perfetta che li unisce. Come un dono del Creato, la montagna
dalle tre guglie veglia dunque sugli uomini della valle, omaggiandoli
della sua stessa presenza incredibilmente miscelata alle loro credenze
religiose.
Nelle abitazioni del villaggio, tra le suppellettili appaiono foto del
Dalai Lama, cartoline con le più venerate figure della fede buddhista,
piccole lampade votive alimentate a olio. Sui muri esterni spiccano
teschi di stambecco opportunamente confezionati dai monaci per allontanare
le presenze demoniache. Nonostante ciò, talvolta è una
spiritualità più oscura a impadronirsi delle azioni dei
fedeli. Si ricollega ai concetti ancestrali che animavano il bon, la
religione autoctona del Tibet, e all'epoca in cui regnava incontrastata.
Credenze dove il dualismo «bene e male», o se vogliamo «positivo
e negativo», caratteristico della sua tradizione, era riuscito
a trasformare la vita degli adepti in una lotta infinita tra i due elementi
contrastanti.
Magia nera, esorcismi, preveggenze, stati di estasi profonda a stretto
contatto con le entità evocate. Pratiche, queste ultime, sopravvissute
all'avvento del buddhismo, il quale, dopo aver cercato di assorbire
il bon, non fu mai in grado di soffocarlo totalmente. Ne sono una riprova
gli innumerevoli sciamani attualmente attivi.
Tutto questo sembra passare in secondo piano oggi, offuscato dal business
prodotto dai trekker diretti nello Zangskar. Dieci giorni di cammino
nella desolazione delle montagne, solo con il valido aiuto di guide
e cavallanti con sogni di occidentalismo.
Comunque, non si può certo dire che i turisti in questo spicchio
di terra stiano modificando le abitudini dei locali. I cambiamenti sono
avvenuti negli anni Ottanta, quando i primi occidentali scoprirono il
Ladakh e se ne impossessarono con inconsapevole prepotenza. Lamayuru,
come del resto una buona parte della regione, ha ora raggiunto un suo
equilibrio fatto di blue jeans, giacche alpinistiche, tradizioni e spiritualità.
Alberghetti «tutto compreso» sono di regola nel villaggio,
e in una stanza del Dragon Hotel, un ufficio governativo assicura la
presenza dell'India esibendo funzionari gentili e sempre ben vestiti.
Dunque i problemi potrebbero essere di tutt'altra natura, specialmente
legati alle sempre più frequenti precipitazioni piovose che di
anno in anno investono il Ladakh, sgretolando montagne, case e monasteri.
Dopo tutto, non sono altro che le conseguenze di una fetta del progresso
tanto acclamato da ognuno di noi.
Il terzo giorno
La festa religiosa del monastero entra nella sua fase conclusiva. Sono
brevi attimi, ma per questo non meno importanti di quanto accaduto in
precedenza.
Lentamente una processione ha iniziato a muoversi lungo le vie del villaggio.
In testa camminano alcuni uomini con simboli di varie forme e colori
tra le mani, quindi i monaci e per finire, il seguito di fedeli. Sono
diretti a valle, verso la periferia del villaggio, dov'è
il luogo prestabilito per l'ultima cerimonia. Raggiunta la destinazione,
il rito si consuma velocemente. Gli uomini che trasportano i simboli
sono disposti in una fila ordinata, altri ancora, si apprestano ad accendere
un falò con rinsecchiti pezzi di legno e fascine di paglia. Dopo
avere recitato alcune preghiere, i monaci impartiscono l'ordine
di gettare i simboli nel fuoco, che secondo una sequenza precisa viene
eseguito senza esitazioni. Come il niavo, anch'essi rappresentano
elementi in cui si insinuano i demoni, e dunque bruciarli equivale ad
annientarli.
Alimentate dai simboli, le fiamme aumentano la loro forza. Nello stesso
istante, il frastuono prodotto dai corni, i cimbali, i tamburi, sale
alto in un tripudio di vittoria, mentre con urla e calci i presenti
si uniscono in una specie di gesto liberatorio e si avventano sui resti
delle figure malefiche, distruggendo ciò che il fuoco ha risparmiato.
Quando è solo fumo a levarsi dalle braci, c'è infine
la certezza dell'avvenuta sconfitta del male.
D'ora in poi, sarà il sereno incedere delle stagioni a
scandire i ritmi di vita della comunità e solo con la rinascita
della Natura, in primavera, di nuovo i monaci si riuniranno nella chamra
per cimentarsi in prove di danza. Danze informali, eseguite con il sorriso
sulle labbra e senza il pesante fardello degli abiti di scena. Questi
ultimi non verranno indossati che d'estate, cioè quando
una esatta copia della festa appena conclusa avrà luogo.
|