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 Agosto/Settembre 2004 - Speciale

Dove rivivono le sacre danze buddhiste
Lamayuru il «Monastero della svastica»

I lunghi corni tibetani e i cimbali e i tamburi che li accompagnano, suonano già da tempo quando dai ripidi viottoli di Lamayuru i primi spettatori affluiscono alla chamra, la piazza delle danze del monastero.

All'abile tocco dei musici, gli strumenti infondono ritmi essenziali e in apparenza senza una melodia precisa, mentre alcuni monaci seduti dirimpetto, recitano con voce sorda e gutturale litanie al limite del lamento.
Altri monaci, abbigliati con costumi di preziosi broccati variopinti e con il volto coperto da pesanti maschere lignee, danzano simultaneamente compiendo balzi e rotazioni, tanto da assomigliare a vortici di puro colore immersi in uno scenario fatto di cielo, montagne e bianche abitazioni segnate dal tempo. Impossibile riconoscere il volto di coloro che si nascondono dietro le maschere di scena, anch'esse multicolori, come gli abiti, ma quasi minacciose nella loro espressione figurativa. Per un anno intero sono state rinchiuse in una stanza del monastero che ha avuto il compito di preservarle, e solo dopo un rito propiziatorio officiato molto prima dell'alba, possono ora vedere la luce del sole senza essere contaminate da forze malefiche o demoniache.
A pochi passi di distanza, presso l'edificio principale del complesso monastico, dall'alto di una parete, una grande tangka di cotone con mille Buddha dipinti finemente, si mostra all'adorazione dei fedeli. Uomini, donne e bambini, giunti dai villaggi vicini per assistere alla festa religiosa che annualmente, d'estate, caratterizza la località. È una ricorrenza speciale, in cui si rinnova l'intento delle forze del bene di primeggiare su quelle del male. Due giorni interi di danze e coreografie in costume, culminanti nel terzo giorno dove, con il raggiungimento degli scopi prefissati, la celebrazione avrà finalmente termine.

Il mito e la fede
Lamayuru è uno dei più antichi e famosi monasteri buddhisti dell'intero Ladakh. Il grosso villaggio che si snoda ai suoi piedi sembra sostenerlo dandogli ulteriore forza. Nell'ampio fondovalle, campi sapientemente costruiti su terrazze dalla mano dell'uomo sono resi fertili da un'ingegnosa rete di canali che vi convoglia l'acqua di un magro torrente. Lembi di terra si aggrappano a versanti pietrosi, dove miseri cespugli offrono sostentamento alle colonie di capre selvatiche che li popolano. Su tutto dominano creste frastagliate dall'aspetto tagliente, generate da sconvolgimenti terrestri di giovani ere geologiche.
Tranne la sua storia, Lamayuru non è nient'altro. Il nome l'ha ricevuto in epoca recente. Un nome che forse non piace nemmeno agli stessi ladakhi, che lo chiamano Yuru e basta.
La parola yuru significa «turchese», e, al tempo stesso, «riva» o «argine», se viene scomposta nelle due sillabe che la compongono. Sono sicuramente termini riferiti al colore e alle sponde di un lago ormai scomparso che giaceva dove oggi sorge il monastero. I pallidi sedimenti lacustri sono ancora fin troppo bene visibili per controbattere una tesi del genere. Forse il modo in cui le acque defluirono dal bacino può destare dubbi: si tratta di leggende o di fatti realmente accaduti? Storie di uomini in perfetta armonia con la natura, dalla quale traevano protezione e aiuto nel raggiungimento di mete a noi sconosciute.
Nella mitologia ladakha si racconta di un uomo dai poteri eccezionali il cui nome era Nyma Gung-pa. Veduto un lago, meravigliosamente incastonato tra monti aridi e inospitali, si soffermò al suo cospetto, quindi, raggiunto un picco che spuntava dal centro delle acque e assunta la posizione del loto, decise di prostrarsi in preghiera. Decise poi di offrire chicchi di frumento agli spiriti del lago con il proposito di prosciugarlo. Fatto ciò, le acque iniziarono a defluire. Sotto l'effetto di gorghi giganteschi, i chicchi di frumento offerti in precedenza si posarono lungo le pareti del bacino, disponendosi miracolosamente a forma di svastica. La comparsa della svastica, simbolo ritenuto di buon auspicio nell'Himalaya, venne definita prodigiosa da Nyma Gung-pa, che infine profetizzò la nascita di un tempio nel punto esatto dove essa apparve. Era il V secolo a.C., ma per vedere il realizzarsi della profezia, si dovette attendere sino all'XI secolo d.C. Dapprima a opera del celebre yogi Naropa che, a quanto si dice, intraprese una lunga meditazione all'interno di una cavità naturale presso il luogo dove apparve la svastica e al quale, per questo motivo, è attribuita la fondazione di Lamayuru. In seguito, per mano di Rinchen bZangpo, un importante personaggio religioso, che costruì alcuni edifici del monastero.
Tuttavia, scavando a fondo nei meandri del tempo, nei ripidi pendii che circondano Lamayuru e, perché no?, nel sapere degli anziani monaci che invisibili lo abitano, ecco che si scoprono le sue vere origini. Sono fatte di un nome acquisito in epoca antica e che, senza ombre, gli rende tutta la dovuta giustizia. Quel nome è Yung Dung gompa: il «monastero della svastica».

La danza cosmica
Viene chiamata Yabjung Kunga cham la danza che quattro monaci stanno ora inscenando. Viene eseguita in onore di Yabjung e Kunga, due divinità che presero vita in un luogo del Tibet meridionale conosciuto come Chari.
Tra una coreografia e l'altra, alcuni giovanissimi monaci si assumono l'incarico di servire il tè a coloro che sono impegnati nella celebrazione religiosa. Sono secchi costruiti con listelli di legno a contenere la bevanda; un intruglio fumante fatto di tè, burro e sale, che viene servito nelle coppe di ognuno per mezzo di mestoli in ottone cesellato. Comunque, sono pause sempre molto brevi e usate principalmente per la vestizione, durante le quali tutto si svolge con la massima rapidità.
Ma Lamayuru non è sempre così affollato di monaci, un numero almeno cinque volte superiore ai venti, forse venticinque, che tra novizi e anziani di solito risiedono nel monastero. Vengono richiamati dai villaggi d'origine per prendere parte alla funzione e una volta terminata vi faranno ritorno. Molti hanno intrapreso un percorso di studio nella lontana Dehra Dun, una città situata a sud della catena himalayana, nello Stato indiano di Uttar Pradesh. Per questi, oltre che l'onore di danzare nei cham, anche la felicità di rivedere dopo lungo tempo le proprie famiglie e il luogo nativo.
In quanto a corrente teistica, appartengono alla setta Digung kardgyu-pa, o della «trasmissione orale». Più di ogni altra, nel buddhismo Vajrayana, è la setta che si fonde maggiormente alle pratiche magiche e di meditazione del tantrismo hindu. Le sue origini appartengono al più antico degli ordini buddhisti fioriti in Tibet, quello Nygma-pa, «degli antichi», appunto. Una scuola di pensiero introdotta nell'VIII secolo d.C. dal maestro indiano Padmasambhava, il «nato dal loto» e sviluppata da eremiti e studiosi quali Tilopa, Naropa, Marpa e Milarepa. Dunque la solitudine, interpretata come mezzo di crescita personale, è sicuramente alla base delle tradizioni religiose antiche che caratterizzarono l'evoluzione del buddhismo himalayano. Nella Digung Kardgyu-pa, a ciò si associa la metodologia di trasmissione orale dei concetti dottrinali; una particolarità su cui sono fondati i capisaldi degli insegnamenti rivolti agli allievi e dalla quale la setta prende nome.
In relazione al colore dei copricapi usati, i suoi discepoli vengono anche chiamati «berretti rossi», distinguendoli dalla Gelug-pa o dei «seguaci della virtù», scuola che ne indossa di gialli e alla quale appartiene l'attuale Dalai Lama. A parte le ovvie differenze liturgiche, di formazione e di percorso spirituale, il fine ultimo non si discosta minimamente dalle idee principali predicate nel buddhismo più classico, a partire dal perseguimento del distacco totale dai legami materiali: l'Illuminazione.

Il secondo giorno
Quando la celebrazione religiosa entra nel suo secondo giorno, come pervase da nuova energia le coreografie si fanno più spettacolari. Con esse, anche il numero di monaci nella chamra aumenta vertiginosamente, raggiungendo le sessanta unità in una danza chiamata Nangnang cham. A caratterizzarla è la forma geometrica di un gigantesco mandala, simbolo dell'Universo, materializzato dal corpo dei monaci in maschera fusi in un'unica e complessa struttura. Tuttavia, l'evento che attribuisce un'importanza estrema alla seconda giornata di danze, è senza dubbio l'ingresso in scena del niavo, una figura dall'aspetto umano ottenuta impastando farina d'orzo tostato, burro e acqua. Si tratta della personificazione del maligno, per questo motivo, la sua presenza nella piazza delle danze richiede una preparazione particolare.
Sotto lo sguardo attento di alcuni spettatori, due monaci e altrettanti novizi cominciano a tracciare linee sul suolo servendosi di polveri colorate. Lavorano veloci, sicuri, misurando con cura le quantità di colori che lasciano cadere dalle loro stesse mani. Ne nasce un disegno triangolare nero, giallo e verde, contornato da fiamme rosso vivo su ognuno dei tre lati. Simboleggia una sorta di trappola in cui imprigionare le forze del male e per ovvi motivi, è sopra di esso che il niavo verrà posizionato.
Spetta a quattro monaci il compito d'introdurlo nella chamra. Lo trasportano a braccia sopra una solida barella di legno e, dopo averlo adagiato nel punto prestabilito, ne celano i segreti coprendolo con un telo nero. Nelle danze che seguiranno, la comparsa del niavo svolgerà un ruolo sempre più rilevante per la buona riuscita della funzione, spingendo i suoi avversari a combatterlo con ogni mezzo. Due monaci con maschere da cervo, sono le prime figure che hanno il compito di opporsi ai tetri significati che lo animano. Rappresentano divinità determinate a far trionfare il bene, e le sembianze con le quali si presentano, un modo di esprimere la loro solidarietà verso tutto il mondo animale.
Nel frattempo, un'unica costante accompagna il susseguirsi degli eventi. È il suono cupo, profondo, interminabile dei corni e quello più secco ed esplosivo dei tamburi che scandiscono il tempo.
Ad ogni passo gli attori in maschera alzano nuvole di polvere. Nelle mani stringono parti di teschi umani. In un angolo, pronte da essere usate contro il niavo, ci sono anche diversi tipi di armi: un pugnale, un arco, alcune frecce e delle spade. Decreteranno la sua morte e, insieme a essa, la definitiva distruzione del maligno. Quando finalmente questo accade, nelle fasi conclusive, i monaci riducono in centinaia di piccoli pezzi il corpo del niavo, e come a esorcizzare tutto ciò che di negativo è racchiuso in esso, li lanciano tra gli spettatori che si affrettano a raccoglierli per esibirli come trofeo. Un'ultima danza separa questo momento dal termine vero e proprio del secondo giorno di celebrazioni; vuole essere un beneficio rivolto alla gente in generale, dove tutte le divinità apparse finora danzano insieme ancora una volta.
Poi, avvolte in stoffe di differenti tonalità di rosso, le maschere vengono infine riportate nel monastero. Al loro passaggio, i fedeli rimasti vi si accalcano intorno, chinando il capo in attesa della benedizione impartita dalla loro imposizione. Sanno perfettamente che per un anno intero non sarà possibile riceverne un'altra.

Un mondo magico e minacciato
Tutto sommato Lamayuru non è che un villaggio a 3.500 metri di quota, situato sulla carrozzabile che conduce a Srinagar. È ben diverso dai fiorenti centri religiosi della valle di Leh, il capoluogo del Ladakh, eppure il misticismo che emana sembra essere quasi fisico. Forse a causa della sua storia, forse a causa del luogo dove sorge. A Est, le forme tormentate dei sedimenti del famoso lago si trasformano in migliaia di gobbe giallastre.
A Ovest, lunghe file di costruzioni dalla forma piramidale e muri di preghiera ricoperti di pietre scolpite con frasi sacre fungono da singolari segnavia per i pastori e le loro greggi.
Sempre nella medesima direzione è anche la montagna che in parte segna la spiritualità locale; un'immensa e verticale placca granitica, sormontata da tre guglie pressoché equidistanti. Gli abitanti di Lamayuru la distinguono tra tutte chiamandola Rig sum gombo. Un nome carico di significati il suo e, per via del numero di quelle guglie, certamente non imposto a caso. È lo stesso dei monumenti dedicati a tre delle più importanti divinità del pantheon buddhista: Manjushri, la saggezza; Avalokiteshvara, la compassione; Vajrapani, la potenza. Nel loro stato di bodhisattva colui che, pur avendo raggiunto l'illuminazione, rinuncia al nirvana per aiutare gli esseri viventi, rappresentano tutte le qualità espressive dei Buddha conosciuti, siano essi passati, presenti o futuri, identificandole nella triade perfetta che li unisce. Come un dono del Creato, la montagna dalle tre guglie veglia dunque sugli uomini della valle, omaggiandoli della sua stessa presenza incredibilmente miscelata alle loro credenze religiose.
Nelle abitazioni del villaggio, tra le suppellettili appaiono foto del Dalai Lama, cartoline con le più venerate figure della fede buddhista, piccole lampade votive alimentate a olio. Sui muri esterni spiccano teschi di stambecco opportunamente confezionati dai monaci per allontanare le presenze demoniache. Nonostante ciò, talvolta è una spiritualità più oscura a impadronirsi delle azioni dei fedeli. Si ricollega ai concetti ancestrali che animavano il bon, la religione autoctona del Tibet, e all'epoca in cui regnava incontrastata. Credenze dove il dualismo «bene e male», o se vogliamo «positivo e negativo», caratteristico della sua tradizione, era riuscito a trasformare la vita degli adepti in una lotta infinita tra i due elementi contrastanti.
Magia nera, esorcismi, preveggenze, stati di estasi profonda a stretto contatto con le entità evocate. Pratiche, queste ultime, sopravvissute all'avvento del buddhismo, il quale, dopo aver cercato di assorbire il bon, non fu mai in grado di soffocarlo totalmente. Ne sono una riprova gli innumerevoli sciamani attualmente attivi.
Tutto questo sembra passare in secondo piano oggi, offuscato dal business prodotto dai trekker diretti nello Zangskar. Dieci giorni di cammino nella desolazione delle montagne, solo con il valido aiuto di guide e cavallanti con sogni di occidentalismo.
Comunque, non si può certo dire che i turisti in questo spicchio di terra stiano modificando le abitudini dei locali. I cambiamenti sono avvenuti negli anni Ottanta, quando i primi occidentali scoprirono il Ladakh e se ne impossessarono con inconsapevole prepotenza. Lamayuru, come del resto una buona parte della regione, ha ora raggiunto un suo equilibrio fatto di blue jeans, giacche alpinistiche, tradizioni e spiritualità. Alberghetti «tutto compreso» sono di regola nel villaggio, e in una stanza del Dragon Hotel, un ufficio governativo assicura la presenza dell'India esibendo funzionari gentili e sempre ben vestiti.
Dunque i problemi potrebbero essere di tutt'altra natura, specialmente legati alle sempre più frequenti precipitazioni piovose che di anno in anno investono il Ladakh, sgretolando montagne, case e monasteri. Dopo tutto, non sono altro che le conseguenze di una fetta del progresso tanto acclamato da ognuno di noi.

Il terzo giorno
La festa religiosa del monastero entra nella sua fase conclusiva. Sono brevi attimi, ma per questo non meno importanti di quanto accaduto in precedenza.
Lentamente una processione ha iniziato a muoversi lungo le vie del villaggio. In testa camminano alcuni uomini con simboli di varie forme e colori tra le mani, quindi i monaci e per finire, il seguito di fedeli. Sono diretti a valle, verso la periferia del villaggio, dov'è il luogo prestabilito per l'ultima cerimonia. Raggiunta la destinazione, il rito si consuma velocemente. Gli uomini che trasportano i simboli sono disposti in una fila ordinata, altri ancora, si apprestano ad accendere un falò con rinsecchiti pezzi di legno e fascine di paglia. Dopo avere recitato alcune preghiere, i monaci impartiscono l'ordine di gettare i simboli nel fuoco, che secondo una sequenza precisa viene eseguito senza esitazioni. Come il niavo, anch'essi rappresentano elementi in cui si insinuano i demoni, e dunque bruciarli equivale ad annientarli.
Alimentate dai simboli, le fiamme aumentano la loro forza. Nello stesso istante, il frastuono prodotto dai corni, i cimbali, i tamburi, sale alto in un tripudio di vittoria, mentre con urla e calci i presenti si uniscono in una specie di gesto liberatorio e si avventano sui resti delle figure malefiche, distruggendo ciò che il fuoco ha risparmiato. Quando è solo fumo a levarsi dalle braci, c'è infine la certezza dell'avvenuta sconfitta del male.
D'ora in poi, sarà il sereno incedere delle stagioni a scandire i ritmi di vita della comunità e solo con la rinascita della Natura, in primavera, di nuovo i monaci si riuniranno nella chamra per cimentarsi in prove di danza. Danze informali, eseguite con il sorriso sulle labbra e senza il pesante fardello degli abiti di scena. Questi ultimi non verranno indossati che d'estate, cioè quando una esatta copia della festa appena conclusa avrà luogo.



Testo e foto di
Marco Vismara




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