| Il
piccolo bus che collega Tirana a Scutari percorre una strada stretta
tra due file di colline, lungo i campi tra viti e melograni. È
una deviazione necessaria perché la strada principale, l'unica
via di comunicazione tra Tirana e il Nord del Paese non è praticabile.
Attraversato il fiume, le strade di accesso alla città sono in
uno stato ancora peggiore. Nonostante l'animazione per le vie,
si percepisce un senso di abbandono. In città i blackout sono
quotidiani e possono durare parecchie ore, ostacolando qualsiasi attività
di sviluppo. Non lontana dai valichi di frontiera, né dal mare,
la città sembra ancora subire l'isolamento a cui l'ha
condannata il regime comunista per quarant'anni. I collegamenti
con il Montenegro sono limitati, nonostante il grande lago sulla frontiera.
Scutari è distante dal centro delle decisioni politiche, qui
non si notano come a Tirana un certo movimento di capitali e risorse,
che derivano dai finanziamenti internazionali, dalle rimesse degli emigrati
o sono proventi di commerci più o meno leciti che consentono
alla capitale di darsi un volto, almeno apparente, di città dinamica.
I problemi dell'Albania di oggi sono ben presenti a Scutari. Non
solo è una delle città in Europa con il più alto
tasso di emigrazione, ma continua a vivere profondi movimenti di popolazione
che ne cambiano la fisionomia. La città perde abitanti che cercano
fortuna all'estero o sono attratti dalla capitale. Intanto scendono
gli immigrati dalle montagne vicine, lasciando zone ancora segnate da
un'arretratezza profonda e da analfabetismo diffuso, dove il senso
di appartenenza ai clan è più forte della coscienza civile
necessaria a trainare lo sviluppo del Paese.
Il centro del cattolicesimo
L'origine della presenza cristiana a Scutari è antico (IV
secolo), ma diverse confessioni religiose convivono e le Chiese ricostruite
nel centro distano poche centinaia di metri da una delle più
grandi moschee dei Balcani.
Quando i gesuiti italiani nel 1991 si videro affidata la Missione d'Albania,
con il compito di contribuire a fare rinascere la Chiesa locale, la
destinazione di Scutari non fu casuale. La città è stata
tradizionalmente il principale centro del cattolicesimo albanese (oggi
circa il 10% della popolazione totale). Qui i gesuiti tornavano sui
passi dei confratelli, presenti dalla prima metà dell'Ottocento
e che, nel 1878, ancora durante il dominio ottomano, avevano fondato
il primo seminario del Paese, rimasto attivo fino all'avvento
del regime stalinista.
Il lavoro ricominciò da zero. Come in nessun altro Paese dell'Europa
orientale, i decenni di dittatura comunista hanno segnato una frattura
nella vita religiosa. La repressione portò infatti nel 1946 all'abolizione
degli ordini religiosi e, nel 1967, al divieto di ogni forma di culto,
ulteriormente sancito dalla Costituzione del 1976 che proclamò
l'Albania «Stato ateo».
Non ci sono lapidi lungo il muro del cimitero dove vennero fucilati
i padri Giovanni Fausti S.I. e Daniel Dajani S.I., gli ultimi rettori
del seminario uccisi nel 1946 durante le persecuzioni religiose, come
accadde anche al fratello gesuita Gjon Pantalija l'anno seguente.
Ma il martirio lascia un segno che non si cancella. I processi di canonizzazione
delle vittime delle persecuzioni religiose hanno finalmente preso avvio
alla fine del 2002.
L'azione dei gesuiti è proseguita attraverso i momenti
critici della storia recente del Paese, come la «fase di assestamento»
segnata dai disordini politici e finanziari del 1997 e dall'onda
d'urto della guerra in Kosovo nel 1999, con l'arrivo di
migliaia di profughi.
Il seminario e il liceo
Il grande seminario interdiocesano, inaugurato nell'ottobre 1998
svetta fra le case del quartiere. Finanziato con fondi della Chiesa
tedesca e dell'associazione Renovabis, colpisce per le sue dimensioni,
risultato dell'entusiasmo per il ritorno della libertà
e le grandi aspettative di ricostruzione religiosa, culturale e civile
del Paese. Il seminario serve tutte le sette diocesi del Paese, nonché
gli albanesi del Kosovo e del Montenegro. Ma il numero dei seminaristi
è ancora limitato (31 nel seminario minore e 8 nel maggiore).
C'è un vuoto spirituale difficile da colmare.
L'insegnamento è ancora per due terzi in italiano. Molti
docenti devono venire da fuori, per brevi periodi e con il rischio di
offrire una formazione frammentata. I gesuiti italiani impegnati nell'insegnamento
hanno la necessità di conoscere una lingua e una cultura complesse.
Nel difficile cammino di formazione del clero locale, serve l'attenzione
a non imporre una cultura di un Paese straniero come l'Italia,
per quanto vicino e legato con mille intrecci alla realtà locale.
La seconda grande realizzazione è la scuola superiore che accoglie
circa 500 studenti. Alla fine di maggio hanno organizzato una competizione
artistica fra le classi e si sono impegnati con entusiasmo. Gli studenti
cantano e danzano nel giardino, se non fosse per alcuni ritmi tipicamente
balcanici, sembrerebbe una festa studentesca dell'Europa occidentale.
Nelle classi siedono insieme ragazzi e ragazze, cattolici e musulmani.
Negli albanesi è forte la capacità di convivere fra religioni
e i gesuiti sanno che, specialmente nei Balcani, si tratta di un patrimonio
da valorizzare. Alcuni studenti presentano in classe un lavoro al computer
di comparazione fra cristianesimo e Islam, accompagnando con musica
e immagini artistiche le similitudini dei racconti della creazione presenti
nella Bibbia e nel Corano, della corona di grani e di altre forme di
preghiera che accomunano le due tradizioni.
Al di fuori della scuola, la presenza dei gesuiti a Scutari si è
mostrata nell'assistenza ai giovani disabili. Da 12 anni il Progetto
«Speranza», coordinato dalla Lega Missionaria Studenti (Lms),
sostiene alcune case-famiglia e questa estate organizza, come già
da alcuni anni, un campeggio estivo residenziale rivolto a bambini e
adolescenti disabili del distretto di Scutari, come segno concreto di
solidarietà da parte di giovani volontari italiani.
La missione di ridare fondamenta solide alla Chiesa albanese è
ancora estremamente impegnativa. L'entusiasmo dei primi tempi
si è stemperato nella consapevolezza che il percorso è
lungo: la promozione integrale dell'uomo richiede tempi diversi
rispetto alla semplice assistenza. L'Albania, come tutti i Balcani,
è molto meno al centro dell'attenzione internazionale rispetto
a un decennio fa. Ma la missione continua.
|