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 Agosto/Settembre 2004 - Il mondo, i popoli

 
Darfur, la strage silenziosa

Nel 2003 le popolazioni delle regioni occidentali del Sudan si sono sollevate contro il Governo di Khartum e le sue milizie. Ne è scaturita una guerra strisciante che ha causato centinaia di morti e migliaia di sfollati e di profughi. Con il rischio di estendere il conflitto al vicino Ciad.
Pubblichiamo l'analisi di una giornalista ciadiana.

Dopo diversi mesi di trattative tra Abéché (Est del Ciad) e N'Djamena, i ribelli del Mje (Movimento per la Giustizia e l'Eguaglianza), quelli dell'Als (Armata di Liberazione del Sudan) e il Governo sudanese all'inizio di giugno hanno raggiunto ad Addis Abeba un accordo di cessate-il-fuoco che dovrebbe far tacere le armi nel Darfur. Da allora, il processo di realizzazione del dispositivo di cessate-il-fuoco è stato messo in pratica. Il 10 giugno, il presidente del comitato di gestione del cessate-il-fuoco, un generale nigeriano designato dall'Unione Africana, è entrato in carica nella sede che l'organizzazione ha deciso di insediare a El Fashir, nel Darfur.
Va ricordato che, a seguito delle trattative di N'Djamena che si sono tenute in due fasi (all'inizio e alla fine di maggio) per iniziativa del presidente ciadiano Idriss Déby, i protagonisti hanno raggiunto un accordo che ha reso possibile il riavvicinarsi delle posizioni ed è servito da base alle discussioni di Addis Abeba. In quella sede, è stato adottato un piano di cessate-il-fuoco il cui finanziamento, stimato in 20 milioni di dollari Usa, verrà assicurato dalla comunità internazionale e in particolare dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea. Il piano prevede una commissione di cessate-il-fuoco composta da rappresentanti dei ribelli (4), del Governo sudanese (2), dei mediatori ciadiani (2), della comunità internazionale (2). La commissione, che esamina i dossier che le vengono presentati e che delibera a maggioranza, ha sotto la sua responsabilità i settori (6 in totale) che sono di fatto sotto-commissioni delle quali fanno parte gli osservatori e che hanno sede a El Fashir, El Genena, Nyala, Abéché (Ciad), Tiné, Kabkabya. Sono coloro che supervisionano il mantenimento del cessate-il-fuoco sul terreno.

L'ingranaggio umanitario
Bisogna anche sottolineare che la mediazione è stata affidata a N'Djamena su mandato dell'Unione Africana, è all'Ua che spetterà poi la responsabilità di convocare la commissione mista incaricata di preparare la conferenza politica sul Darfur. Ma questi problemi non saranno messi all'ordine del giorno se non dopo l'effettiva applicazione del cessate-il-fuoco.
Se è vero che la comunità internazionale si è impegnata a trovare una soluzione a questa crisi, in particolare con l'accordo raggiunto per il controllo del cessate-il-fuoco, sul campo le cose non sono così semplici. Alla vigilia delle trattative politico-militari, l'esercito sudanese ha continuato a rafforzare le posizioni occupando militarmente il terreno attraverso il suo braccio armato, la milizia araba janjaweed, che mette in pratica la politica della terra bruciata, saccheggiando, radendo al suolo i villaggi zaghawa (la popolazione maggioritaria nel Darfur e nell'area tra il Ciad e il Sudan) e rubando il bestiame.
Oggi di fatto sotto la pressione della milizia janjaweed appoggiata dall'aviazione militare sudanese, la popolazione civile ha dovuto rifugiarsi in Ciad lungo la frontiera Est. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie che operano nella regione, i profughi sono 130mila. L'afflusso massiccio dei rifugiati pone due problemi: la sicurezza e le strutture di accoglienza. A Farchana dove è concentrata la maggioranza dei rifugiati, le tende iniziano a mancare. La situazione è preoccupante perché l'inverno si avvicina e in questa regione l'inverno è spesso preceduto da tempeste di sabbia che rendono la vita ancora più difficile ai senza-tetto. C'è anche da temere, con le piogge e la precarietà degli alloggiamenti, che si manifestino nei campi le malattie diarroiche con tutto quello che comportano. In previsione di questa catastrofe annunciata, il governo del Ciad, il Paese che offre l'ospitalità, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché possano arrivare aiuti. Molti hanno risposto. L'offerta di aiuto più recente è arrivata dalla Cemac (Comunità degli Stati dell'Africa Centrale) che ha accordato un aiuto di due miliardi di franchi Cfa (3.060.000 euro) per permettere al Ciad di fronteggiare la situazione.

La regionalizzazione del conflitto
L'arrivo dei rifugiati e del loro bestiame (si tratta essenzialmente di popolazioni nomadi) nei villaggi ciadiani non pone solo il problema della coabitazione (con dispute su pozzi e pascoli), ma anche quello della sicurezza delle popolazioni locali. Perché le incursioni dei janjaweed nel territorio ciadiano si fanno ogni giorno più pressanti. Una delle più cruente risale a giugno, nei dintorni di Tindelit, dove sei persone sono state gravemente ferite e 500 cammelli sono stati rubati e portati in Sudan. A N'Djamena, dove il clan zaghawa è al potere dal 1990, alcuni esponenti radicali hanno chiesto che il presidente Déby coinvolga direttamente il Ciad nel conflitto, dando man forte ai ribelli e fermando il massacro delle comunità zaghawa del Darfur. Va detto che la situazione nel Darfur non è estranea al tentativo di colpo di Stato che il 16 maggio ha cercato di far cadere il regime di Déby.

Sy Koumbo Singa Gali


«Un conflitto tra arabi e africani»

Pulizia etnica? Genocidio? Non si devono utilizzare con leggerezza questi termini. Un genocidio, secondo il diritto internazionale, deve essere provato attraverso l'identificazione chiara di un'intenzione di distruggere un gruppo etnico, razziale o religioso. Si può provare tale intenzione in Darfur? Detto questo, si deve affermare che in Sudan, il problema delle «minoranze» nere, non è nuovo. Nel 1997, un catechista di un campo di rifugiati della Gezira (200 chilometri a Sud di Khartum, campo i cui ospiti erano per l'85% sudanesi del Sud e per il 15% del Darfur e del Kordofan) ci ha riportato le parole di un rifugiato zaghawa che voleva spiegare le buone relazioni esistenti tra i cristiani e i musulmani all'interno del campo: «Voi e noi siamo tutti africani, i nostri nemici sono gli arabi». Dev'essere notato d'altronde che lo stesso problema esiste tra le popolazioni islamiche negro-africane dell'Est e in particolare i beja, da diversi anni in ribellione.
Le frustrazioni sono antiche da parte di queste popolazioni marginalizzate, escluse dallo sviluppo e non pagate per aver combattuto il jihad contro il Sud. Esiste da tempo un piano che prevede le espropriazioni delle terre e la sostituzione degli sceicchi delle tribù arabe ai capi tradizionali locali. Si gioca qui, per ragioni legate alla terra, la stessa partita che si è giocata nella regione petrolifera di Bentyu per ragioni economiche.
Ciò che scrivevamo in un rapporto mesi fa è confermato e aggravato da ulteriori osservazioni sul territorio: «La distruzione sistematica dei villaggi, nel Nord Darfur (ma ora bisognerebbe dire in tutto l'Ovest Darfur) e soprattutto dei pozzi e delle greggi, è organizzato in modo che le ferite inflitte cerchino di spaventare, per il loro carattere permanente e invalidante, le popolazioni. Il che fa pensare alla volontà di far passare un messaggio: "Partite di qui. Non vi vogliamo più vedere"». Abbiamo incontrato due giornalisti che hanno visto, in molti villaggi da loro attraversati, i granai di miglio distrutti e incendiati. I mezzi di sostentamento della popolazione sono sistematicamente presi di mira. L'arma della violenza sessuale è utilizzata nello stesso modo per terrorizzare la popolazione.
A molti sono sorti dubbi: e se il regime di Khartum avesse trascinato nel tempo le trattative con lo Spla, lasciando intravvedere l'imminenza della pace per far leva su questo nuovo capitale di rispettabilità sviando l'opinione pubblica internazionale e per massacrare con le armi, ma soprattutto con la fame e le malattie, le popolazioni nomadi del deserto? Mentre si parla dell'aiuto da portare a 150mila rifugiati del Ciad, non si devono dimenticare le centinaia di migliaia di «sfollati», che il Governo sudanese tiene sistematicamente lontani dagli aiuti (sanitari e alimentari) rifiutando di concedere alle Ong il libero accesso all'area. Che fare? Ricorrere a un boicottaggio delle armi e del petrolio? Organizzare una nuova «Operazione Artemis» (l'operazione messa in campo nella Repubblica Democratica del Congo con un contingente francese)? Ma qui 1.500 uomini non sarebbero sufficienti: ne servirebbero almeno diecimila.


Henri Coudray S.I.
Prefetto apostolico di Mongo




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