| Dopo diversi mesi di trattative tra Abéché
(Est del Ciad) e N'Djamena, i ribelli del Mje (Movimento per la
Giustizia e l'Eguaglianza), quelli dell'Als (Armata di Liberazione
del Sudan) e il Governo sudanese all'inizio di giugno hanno raggiunto
ad Addis Abeba un accordo di cessate-il-fuoco che dovrebbe far tacere
le armi nel Darfur. Da allora, il processo di realizzazione del dispositivo
di cessate-il-fuoco è stato messo in pratica. Il 10 giugno, il
presidente del comitato di gestione del cessate-il-fuoco, un generale
nigeriano designato dall'Unione Africana, è entrato in
carica nella sede che l'organizzazione ha deciso di insediare
a El Fashir, nel Darfur.
Va ricordato che, a seguito delle trattative di N'Djamena che
si sono tenute in due fasi (all'inizio e alla fine di maggio)
per iniziativa del presidente ciadiano Idriss Déby, i protagonisti
hanno raggiunto un accordo che ha reso possibile il riavvicinarsi delle
posizioni ed è servito da base alle discussioni di Addis Abeba.
In quella sede, è stato adottato un piano di cessate-il-fuoco
il cui finanziamento, stimato in 20 milioni di dollari Usa, verrà
assicurato dalla comunità internazionale e in particolare dagli
Stati Uniti e dall'Unione Europea. Il piano prevede una commissione
di cessate-il-fuoco composta da rappresentanti dei ribelli (4), del
Governo sudanese (2), dei mediatori ciadiani (2), della comunità
internazionale (2). La commissione, che esamina i dossier che le vengono
presentati e che delibera a maggioranza, ha sotto la sua responsabilità
i settori (6 in totale) che sono di fatto sotto-commissioni delle quali
fanno parte gli osservatori e che hanno sede a El Fashir, El Genena,
Nyala, Abéché (Ciad), Tiné, Kabkabya. Sono coloro
che supervisionano il mantenimento del cessate-il-fuoco sul terreno.
L'ingranaggio umanitario
Bisogna anche sottolineare che la mediazione è stata affidata
a N'Djamena su mandato dell'Unione Africana, è all'Ua
che spetterà poi la responsabilità di convocare la commissione
mista incaricata di preparare la conferenza politica sul Darfur. Ma
questi problemi non saranno messi all'ordine del giorno se non
dopo l'effettiva applicazione del cessate-il-fuoco.
Se è vero che la comunità internazionale si è impegnata
a trovare una soluzione a questa crisi, in particolare con l'accordo
raggiunto per il controllo del cessate-il-fuoco, sul campo le cose non
sono così semplici. Alla vigilia delle trattative politico-militari,
l'esercito sudanese ha continuato a rafforzare le posizioni occupando
militarmente il terreno attraverso il suo braccio armato, la milizia
araba janjaweed, che mette in pratica la politica della terra bruciata,
saccheggiando, radendo al suolo i villaggi zaghawa (la popolazione maggioritaria
nel Darfur e nell'area tra il Ciad e il Sudan) e rubando il bestiame.
Oggi di fatto sotto la pressione della milizia janjaweed appoggiata
dall'aviazione militare sudanese, la popolazione civile ha dovuto
rifugiarsi in Ciad lungo la frontiera Est. Secondo le stime delle organizzazioni
umanitarie che operano nella regione, i profughi sono 130mila. L'afflusso
massiccio dei rifugiati pone due problemi: la sicurezza e le strutture
di accoglienza. A Farchana dove è concentrata la maggioranza
dei rifugiati, le tende iniziano a mancare. La situazione è preoccupante
perché l'inverno si avvicina e in questa regione l'inverno
è spesso preceduto da tempeste di sabbia che rendono la vita
ancora più difficile ai senza-tetto. C'è anche da
temere, con le piogge e la precarietà degli alloggiamenti, che
si manifestino nei campi le malattie diarroiche con tutto quello che
comportano. In previsione di questa catastrofe annunciata, il governo
del Ciad, il Paese che offre l'ospitalità, ha lanciato
un appello alla comunità internazionale affinché possano
arrivare aiuti. Molti hanno risposto. L'offerta di aiuto più
recente è arrivata dalla Cemac (Comunità degli Stati dell'Africa
Centrale) che ha accordato un aiuto di due miliardi di franchi Cfa (3.060.000
euro) per permettere al Ciad di fronteggiare la situazione.
La regionalizzazione del conflitto
L'arrivo dei rifugiati e del loro bestiame (si tratta essenzialmente
di popolazioni nomadi) nei villaggi ciadiani non pone solo il problema
della coabitazione (con dispute su pozzi e pascoli), ma anche quello
della sicurezza delle popolazioni locali. Perché le incursioni
dei janjaweed nel territorio ciadiano si fanno ogni giorno più
pressanti. Una delle più cruente risale a giugno, nei dintorni
di Tindelit, dove sei persone sono state gravemente ferite e 500 cammelli
sono stati rubati e portati in Sudan. A N'Djamena, dove il clan
zaghawa è al potere dal 1990, alcuni esponenti radicali hanno
chiesto che il presidente Déby coinvolga direttamente il Ciad
nel conflitto, dando man forte ai ribelli e fermando il massacro delle
comunità zaghawa del Darfur. Va detto che la situazione nel Darfur
non è estranea al tentativo di colpo di Stato che il 16 maggio
ha cercato di far cadere il regime di Déby.
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