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C'è una guerra in Europa di cui quasi nessuno parla, perché
quasi priva di testimoni: è quella della Cecenia.
Il lungo conflitto tra la Russia e i ceceni, piccolo popolo caucasico
sottomesso in epoca zarista e perseguitato da Stalin, non ha confronti
con nessun altro conflitto fra Mosca e le sue minoranze. La guerra attualmente
in corso è la seconda scatenata dal Cremlino contro la Cecenia
nel breve arco di un decennio, allo scopo di domare il territorio. Si
è tramutata in una occupazione militare tra le più sanguinarie,
in cui la popolazione civile è stritolata fra la guerriglia e
le forze federali. La capitale Grozny è ridotta in macerie. In
migliaia sono fuggiti nei campi profughi della vicina Inguscezia.
Le esecuzioni sommarie, gli stupri e i rapimenti sono all'ordine
del giorno. Guerriglieri senza più una leadership e forze federali
dell'esercito e dei servizi segreti traggono vantaggi economici
dal proseguimento del conflitto. L'Occidente si è dimenticato
della Cecenia da quando, dopo l'11 settembre, questa operazione
militare ha ricevuto l'avallo incondizionato della comunità
internazionale come «contributo alla lotta contro il terrorismo».
Sono perciò rari i giornalisti e gli operatori umanitari che
entrano nel territorio e ancora testimoniano il dramma in corso. Anna
Politkovskaia, giornalista della Novaya Gazeta di Mosca, ha visitato
decine di volte la repubblica caucasica. Senza pathos e inutile retorica
racconta il dramma ceceno, la violenza estrema, il razzismo, l'impunità
e le responsabilità dei militari russi. Denuncia con forza il
potere al cui vertice siede un uomo formato nel Kgb e il ritorno del
servilismo nella Russia di oggi, democratica sulla carta, ma dove la
società civile accetta l'uso del pugno di ferro.
Premiata in tutto il mondo per il suo coraggio, l'A. ha anche
negoziato con i guerriglieri che nel 2002 sequestrarono oltre 800 persone
in un teatro di Mosca.
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