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  Agosto/Settembre 2004 - Cosmorama

Primopiano
Manmohan Singh

La nomina di Manmohan Singh alla carica di primo ministro indiano il 22 maggio ha un significato che va oltre la pur importante definizione di una guida certa per un Paese di oltre un miliardo d'abitanti, destinato nei prossimi anni ad assumere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. L'area geopolitica di cui l'India è al centro ha, infatti, enormi potenzialità, una volta che vengano sciolti i vincoli che si chiamano corruzione, integralismo religioso e corsa agli armamenti. Il successo della prima fase di colloqui tra India e Pakistan per il congelamento degli esperimenti nucleari, a fine giugno, è un passo importante in questo senso.
«I partiti di estrema sinistra vanno giudicati per quello che fanno, non per quello che dicono. Nel Bengala occidentale dove sono al potere hanno privatizzato quindici aziende»: questa risposta a chi gli faceva notare l'incongruità di un'alleanza tra il Partito del Congresso, di cui Singh è stato responsabile per l'economia, e il Partito comunista, che ha garantito un sostegno esterno al nuovo esecutivo. Una risposta che mirava a tranquillizzare anche chi, nel mondo del business indiano, aveva manifestato i timori per una svolta «statalista», dopo gli anni d'indiscussa crescita sotto il precedente Governo nazionalista.
Nato nel 1932 in una cittadina dello Stato nord-occidentale del Punjab («terra d'elezione» della comunità sikh di cui fa parte), per Manmohan Singh, studi economici a Oxford e Cambridge, la politica è stata la naturale destinazione della sua competenza economica.
Governatore della Reserve Bank of India dal 1982 al 1985, nella funzione di ministro delle Finanze nel governo guidato da Narasimha Rao dal 1991 al 1994, si impegnò a fondo nelle riforme necessarie al Paese per uscire da un sostanziale sottosviluppo: razionalizzazione dell'amministrazione pubblica, semplificazione del sistema fiscale, allentamento dei controlli sulle imprese, ammodernamento delle industrie statali. La ricetta funzionò e i risultati si proiettarono sul successivo periodo di governo nazionalista.
Oggi il «padre delle riforme economiche» dell'India si trova davanti un compito allo stesso tempo più difficile e più semplice: più difficile perché dovrà tenere conto delle tensioni interne a una coalizione di governo tutt'altro che omogenea, che va dal «laico» e tradizionalista Congresso al Partito comunista, ai movimenti a base regionale. Più facile perché l'India è un Paese che cresce al ritmo del 7-8% annuo, dove è forte il consenso sulle riforme e in particolare su una liberalizzazione controllata dell'economia. Personalità che preferisce i toni accomodanti e la mediazione ai contrasti, Monmohan Singh arriva a chiudere simbolicamente un solco profondo nei rapporti tra la sua comunità sikh e il resto della nazione indiana: il 6 giugno si sono ricordati in tutto il Punjab la strage di sikh indipendentisti all'interno del Tempio d'oro di Amritsar; un assalto al luogo più sacro della religione sikh voluto dall'allora primo ministro Indira Gandhi nel 1984, un affronto che pagò con la vita poco dopo. L'elezione di un sikh a capo del Governo (e ricordiamo che si affianca a quella di un presidente della repubblica musulmano) dà oggi dell'India l'immagine di un Paese che ha nella convivenza delle sue mille anime un punto di forza morale e una ricchezza inestimabile.


Stefano Vecchia




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