La
nomina di Manmohan Singh alla carica di primo ministro indiano il 22
maggio ha un significato che va oltre la pur importante definizione
di una guida certa per un Paese di oltre un miliardo d'abitanti,
destinato nei prossimi anni ad assumere un ruolo di primo piano sulla
scena mondiale. L'area geopolitica di cui l'India è
al centro ha, infatti, enormi potenzialità, una volta che vengano
sciolti i vincoli che si chiamano corruzione, integralismo religioso
e corsa agli armamenti. Il successo della prima fase di colloqui tra
India e Pakistan per il congelamento degli esperimenti nucleari, a fine
giugno, è un passo importante in questo senso.
«I partiti di estrema sinistra vanno giudicati per quello che
fanno, non per quello che dicono. Nel Bengala occidentale dove sono
al potere hanno privatizzato quindici aziende»: questa risposta
a chi gli faceva notare l'incongruità di un'alleanza
tra il Partito del Congresso, di cui Singh è stato responsabile
per l'economia, e il Partito comunista, che ha garantito un sostegno
esterno al nuovo esecutivo. Una risposta che mirava a tranquillizzare
anche chi, nel mondo del business indiano, aveva manifestato i timori
per una svolta «statalista», dopo gli anni d'indiscussa
crescita sotto il precedente Governo nazionalista.
Nato nel 1932 in una cittadina dello Stato nord-occidentale del Punjab
(«terra d'elezione» della comunità sikh di
cui fa parte), per Manmohan Singh, studi economici a Oxford e Cambridge,
la politica è stata la naturale destinazione della sua competenza
economica.
Governatore della Reserve Bank of India dal 1982 al 1985, nella funzione
di ministro delle Finanze nel governo guidato da Narasimha Rao dal 1991
al 1994, si impegnò a fondo nelle riforme necessarie al Paese
per uscire da un sostanziale sottosviluppo: razionalizzazione dell'amministrazione
pubblica, semplificazione del sistema fiscale, allentamento dei controlli
sulle imprese, ammodernamento delle industrie statali. La ricetta funzionò
e i risultati si proiettarono sul successivo periodo di governo nazionalista.
Oggi il «padre delle riforme economiche» dell'India
si trova davanti un compito allo stesso tempo più difficile e
più semplice: più difficile perché dovrà
tenere conto delle tensioni interne a una coalizione di governo tutt'altro
che omogenea, che va dal «laico» e tradizionalista Congresso
al Partito comunista, ai movimenti a base regionale. Più facile
perché l'India è un Paese che cresce al ritmo del
7-8% annuo, dove è forte il consenso sulle riforme e in particolare
su una liberalizzazione controllata dell'economia. Personalità
che preferisce i toni accomodanti e la mediazione ai contrasti, Monmohan
Singh arriva a chiudere simbolicamente un solco profondo nei rapporti
tra la sua comunità sikh e il resto della nazione indiana: il
6 giugno si sono ricordati in tutto il Punjab la strage di sikh indipendentisti
all'interno del Tempio d'oro di Amritsar; un assalto al
luogo più sacro della religione sikh voluto dall'allora
primo ministro Indira Gandhi nel 1984, un affronto che pagò con
la vita poco dopo. L'elezione di un sikh a capo del Governo (e
ricordiamo che si affianca a quella di un presidente della repubblica
musulmano) dà oggi dell'India l'immagine di un Paese
che ha nella convivenza delle sue mille anime un punto di forza morale
e una ricchezza inestimabile.
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