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In Iraq l'Occidente ha scritto una delle pagine più
vergognose della storia recente. Le fotografie delle torture nel carcere
Abu Ghraib di Baghdad hanno fatto il giro del mondo. Uomini e donne
denudati e violentati, sottoposti a sevizie indescrivibili: aggrediti
con cani inferociti, tenuti a guinzaglio e trascinati come bestie...
«È questa la democrazia che siete venuti a portarci? È
questa la civiltà cristiana?»: sono domande brucianti,
rimbalzate in Occidente dai media arabi.
Guerra, terrorismo e torture
La drammatica situazione in cui oggi versa l'Iraq deriva dalla
«guerra preventiva», illegale e immorale, teorizzata e scatenata
da Bush. «Sono cose orrende - ha esclamato il card. Martini dinanzi
alle foto delle torture -. Ma le deviazioni erano già implicite
nell'indole della guerra, che toglie dignità al nemico»
(Corriere della sera, 17 maggio 2004). Il vero problema - aveva
ammonito Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della
Pace (1° gennaio 2004) - è che «la lotta contro il
terrorismo non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive
e punitive; [...] l'uso della forza contro i terroristi non
può giustificare la rinuncia ai principi di uno Stato di diritto.
Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il
successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell'uomo»
(n. 8).
In altre parole: la ritorsione e la vendetta non portano mai la pace,
neppure se ammantate di giustizia. La violenza genera solo violenza.
Il terrorismo non si vince con la guerra, né abbassandosi al
livello stesso dei terroristi, come purtroppo è accaduto; ma
con la forza del diritto, nel rispetto della dignità e della
libertà dell'uomo. Certo, i terroristi e i loro complici
vanno perseguiti severamente, puniti e condannati; ma anche noi dobbiamo
fare un serio esame di coscienza: il nostro egoismo, il razzismo, la
chiusura all'altro non contribuiscono forse ad accrescere le ingiustizie,
la disperazione e l'odio con cui si alimenta il terrorismo?
La «missione» dei soldati italiani
Come il terrorismo non si vince con le bombe, neppure la democrazia
si impone con le armi. I nostri soldati in Iraq avrebbero voluto aiutare
gli iracheni ad aprirsi responsabilmente alla democrazia. Purtroppo
le cose sono andate diversamente. Schierati a fianco degli «invasori»,
anche gli italiani sono stati visti come tali. Lo scandalo delle torture
ha fatto il resto. Come si può parlare di «missione di
pace», se per difendersi i soldati italiani sono costretti a combattere
e a chiedere l'appoggio dei bombardieri americani?
Certo, oggi come oggi, sarebbe irresponsabile ritirarsi e lasciare l'Iraq
in balìa della guerra civile. Come uscirne, allora? Non resta
che togliere la parola alle armi e restituirla alla politica e al diritto
internazionale, riconoscendo che la «guerra preventiva»
in Iraq è stata un tragico errore di quanti l'hanno voluta
o appoggiata. Il Governo italiano si è illuso di poter svolgere
una «missione di pace» affiancando gli «invasori»,
fuori dal controllo delle Nazioni Unite. La Risoluzione n. 1546 del
Consiglio di Sicurezza, votata all'unanimità l'8
giugno 2004, ha aperto finalmente la strada a una presenza multinazionale
di pace, sotto l'egida dell'Onu. Gli iracheni vanno aiutati,
ma devono essere essi stessi i costruttori della loro democrazia. Paradossalmente
la «missione di pace» in Iraq si compirà con il ritiro
dei nostri soldati.
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