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  Agosto/Settembre 2004 - Editoriale

La «missione di pace» in Iraq


In Iraq l'Occidente ha scritto una delle pagine più vergognose della storia recente. Le fotografie delle torture nel carcere Abu Ghraib di Baghdad hanno fatto il giro del mondo. Uomini e donne denudati e violentati, sottoposti a sevizie indescrivibili: aggrediti con cani inferociti, tenuti a guinzaglio e trascinati come bestie... «È questa la democrazia che siete venuti a portarci? È questa la civiltà cristiana?»: sono domande brucianti, rimbalzate in Occidente dai media arabi.

Guerra, terrorismo e torture
La drammatica situazione in cui oggi versa l'Iraq deriva dalla «guerra preventiva», illegale e immorale, teorizzata e scatenata da Bush. «Sono cose orrende - ha esclamato il card. Martini dinanzi alle foto delle torture -. Ma le deviazioni erano già implicite nell'indole della guerra, che toglie dignità al nemico» (Corriere della sera, 17 maggio 2004). Il vero problema - aveva ammonito Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2004) - è che «la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive; [...] l'uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai principi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell'uomo» (n. 8).
In altre parole: la ritorsione e la vendetta non portano mai la pace, neppure se ammantate di giustizia. La violenza genera solo violenza. Il terrorismo non si vince con la guerra, né abbassandosi al livello stesso dei terroristi, come purtroppo è accaduto; ma con la forza del diritto, nel rispetto della dignità e della libertà dell'uomo. Certo, i terroristi e i loro complici vanno perseguiti severamente, puniti e condannati; ma anche noi dobbiamo fare un serio esame di coscienza: il nostro egoismo, il razzismo, la chiusura all'altro non contribuiscono forse ad accrescere le ingiustizie, la disperazione e l'odio con cui si alimenta il terrorismo?

La «missione» dei soldati italiani
Come il terrorismo non si vince con le bombe, neppure la democrazia si impone con le armi. I nostri soldati in Iraq avrebbero voluto aiutare gli iracheni ad aprirsi responsabilmente alla democrazia. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Schierati a fianco degli «invasori», anche gli italiani sono stati visti come tali. Lo scandalo delle torture ha fatto il resto. Come si può parlare di «missione di pace», se per difendersi i soldati italiani sono costretti a combattere e a chiedere l'appoggio dei bombardieri americani?
Certo, oggi come oggi, sarebbe irresponsabile ritirarsi e lasciare l'Iraq in balìa della guerra civile. Come uscirne, allora? Non resta che togliere la parola alle armi e restituirla alla politica e al diritto internazionale, riconoscendo che la «guerra preventiva» in Iraq è stata un tragico errore di quanti l'hanno voluta o appoggiata. Il Governo italiano si è illuso di poter svolgere una «missione di pace» affiancando gli «invasori», fuori dal controllo delle Nazioni Unite. La Risoluzione n. 1546 del Consiglio di Sicurezza, votata all'unanimità l'8 giugno 2004, ha aperto finalmente la strada a una presenza multinazionale di pace, sotto l'egida dell'Onu. Gli iracheni vanno aiutati, ma devono essere essi stessi i costruttori della loro democrazia. Paradossalmente la «missione di pace» in Iraq si compirà con il ritiro dei nostri soldati.



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