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 Ottobre 2004 - Il mondo, i popoli

Contro le tentazioni della «modernità»
Kraho, il popolo che dice «no» al consumismo

A lungo perseguitati dagli allevatori di bestiame avidi di nuovi territori, i kraho sono riusciti a preservare la propria identità grazie alla costituzione di una riserva da parte del Governo brasiliano negli anni Quaranta, ma soprattutto grazie alla loro fierezza e ingegnosità.

Mãpóc Penón, l'indio più vecchio della tribù, chiude gli occhi per un momento e poi racconta: «Molti anni fa il nostro popolo abitava la valle del fiume São Francisco. Eravamo migliaia. Dopo arrivarono i cupén (bianchi) e cominciarono a perseguitarci. Abbandonammo i nostri villaggi, la nostra terra e migrammo alla ricerca di una terra di pace. Andammo per Goiás, Piauí, Maranhão; finalmente trovammo una regione deserta, solcata da fiumi perenni, con grandi pianure ricche di selvaggina. Era questa terra. Durante molti anni siamo vissuti felici. Poi, attraverso il grande fiume, arrivarono gli allevatori di bestiame. Cominciarono a invadere le nostre praterie, i nostri boschi; insidiavano le nostre donne, rubavano la nostra cacciagione. Poiché non cedevamo alle loro minacce, un triste giorno arrivarono armati e uccisero molti dei nostri. Lo sgomento invase i nostri villaggi...».
Il resto della storia è noto, almeno in Brasile: il massacro degli indios kraho, nel settembre del 1940, destò indignazione e condanna nella società, obbligando il Governo ad adottare misure protettive. Il progetto di una grande riserva, esclusiva per i kraho, sembrò la soluzione ideale; ma la burocrazia e la corruzione ne rallentavano la realizzazione. Allora un indio che studiava nella vicina città di Carolina, Pedro Penón (fratello maggiore di Mãpóc), decise di abbandonare i propri sogni di intellettuale per difendere il suo popolo. Davanti all'inerzia delle autorità, decise di incontrare il «capo del Brasile». Percorse a piedi 1.000 km fino a Goiania; di là, con altri mezzi, raggiunse Rio de Janeiro, dove riuscì a parlare con il presidente, Getúlio Vargas. Grazie al suo impegno, nel 1951 veniva delimitata la grande riserva dei
kraho, tra i fiumi Rio Vermelho e Manuel Alves, estesa 320mila ettari.
Pedro Penón si spense, più che novantenne e cieco, il 7 febbraio 2002: per la sua ostinazione nella difesa dei diritti del suo popolo si guadagnò il nome di «Ikran-Ken» (testa di pietra). Il lutto per la sua morte si protrasse per più di un anno.

La tribù
Alle prime luci dell'alba, salto dall'amaca e scendo al fiumiciattolo che scorre tra il bosco. Un tuffo nell'acqua fresca e poi guardo il cielo tingersi di colori, mentre la natura è rallegrata dallo stridente passaggio di uccelli multicolori: arara, pappagalli, curica. Ritorno lentamente al villaggio, dove i primi fuochi si sono accesi per preparare la colazione mattutina: caffè e farina di manioca. Lentamente gli indios escono dalle loro dimore e si dirigono al centro dell'ampio cortile che è il cuore della tribù. Il capo è già presente e, insieme, vengono discussi i problemi del villaggio e il programma delle attività giornaliere. Così comincia la giornata dei kraho, un popolo che non soltanto è riuscito a difendersi dalla cupidigia dei bianchi, ma che pure ha resistito alla tentazione di adottare le cianfrusaglie dei colonizzatori: le celebri perline e gli specchietti dei marinai di Cristoforo Colombo e che oggi si chiamano radio, cd, televisione, frigoriferi e varie altre cose superflue.
Per i kraho l'essenziale sono: l'aria che respirano, l'acqua che scorre limpida tra gli alberi, la terra dove piantano il riso e la manioca. Che cosa mai è necessario? Per proteggersi dalle intemperie è sufficiente una capanna di paglia, talvolta una semplice tettoia. Per dormire, un panno sulla nuda terra o, raramente, l'amaca. Per cucinare: tre pietre in mezzo alla «casa» e una o due pentole; qualche bicchiere o tazzina completano le suppellettili. Indumenti: il minimo necessario.
In verità anche altre tribù, sperdute nell'immensità dell'Amazzonia, vivono questa vita austera e semplice. La straordinarietá della nazione kraho è il fatto che da più di 60 anni vivono gomito a gomito con le città dei bianchi che ostentano le loro ricchezze e le loro mode che altrove hanno indotto non pochi indigeni a perdere la propria identità. I kraho, invece, continuano fieri delle proprie tradizioni e del loro modo di vita, lasciando ammirati tutti coloro che hanno la possibilità di conoscerli.

Feste e lutti
Un mio amico di Itacajá - vicino alla riserva kraho - mi ha raccontato che le feste dei 17 villaggi assommano a trecento in un anno. Forse è un'esagerazione, ma senza dubbio riflette l'anima di quel popolo: il gusto per l'allegria, l'abbondanza, i giochi. Festa vuol dire anzitutto un buon pranzo, e il capo deve, in un modo e nell'altro, soddisfare l'aspettativa dei suoi sudditi. Ingegnosi come sono, sanno sempre trovare il modo di riempire le pentole e la pancia: ad esempio nel villaggio che mi è più familiare (Cachoeira), si è deciso che fossero i pensionati a offrire un bue nella festa dell'indio, il 19 aprile; in altri casi sarà un eventuale turista, come il sottoscritto, a contribuire alle spese.
Festa vuol dire anche canto: e come si canta! All'alba, al pomeriggio, alla sera. C'è sempre un cantautore che, scuotendo la maraca, invita di buon mattino (in piena oscurità) a lasciare il calduccio del giaciglio per iniziare le prove canore. Si canta in pochi, in molti o la tribù intera, percorrendo il circolo interno, sempre con il cantautore davanti a tutti, spronando con il suo strumento musicale.
E non possono mancare le prove sportive: che sono, immancabilmente, corse con la tora (tronco): maschili o femminili, di corta distanza o di resistenza, pesante o leggera. È incredibile la forza di questa gente - uomini o donne - che corre con un peso di circa 60 chili sulle spalle. Come premio la soddisfazione della vittoria, nient'altro.
Ma, inevitabilmente, anche i kraho hanno le loro giornate tristi. Di una di queste sono stato testimone: un giorno un quindicenne, rimproverato dalla madre perché non difendeva il granoturco dagli uccelli, si è tolto la vita con un colpo di fucile. La costernazione è stata generale, le scene del funerale strazianti. Attorno al cadavere si avvicendavano parenti e amici, piangendo a dirotto, senza interruzione. I genitori si gettavano sul corpo del giovane, per abbracciarlo, stringendolo con forza, con un affetto immenso. Due donne si incaricavano di spargere profumi sulla testa del morto, pettinandolo amorosamente. Dopo una notte così angustiante, al mattino il corpo è stato cosparso con lattice naturale e poi tutto ricoperto di penne di uccelli. La bara non è completamente ricoperta dalla terra, ma è posta in una fossa chiusa con rami. Sopra il tumulo, tutti gli oggetti usati dal defunto in vita. Il lutto è rigoroso e dura almeno sei mesi, alla fine del quale è celebrata una festa di commiato.

Luigi Muraro S.I.




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