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Mãpóc Penón, l'indio più vecchio
della tribù, chiude gli occhi per un momento e poi racconta:
«Molti anni fa il nostro popolo abitava la valle del fiume São
Francisco. Eravamo migliaia. Dopo arrivarono i cupén (bianchi)
e cominciarono a perseguitarci. Abbandonammo i nostri villaggi, la nostra
terra e migrammo alla ricerca di una terra di pace. Andammo per Goiás,
Piauí, Maranhão; finalmente trovammo una regione deserta,
solcata da fiumi perenni, con grandi pianure ricche di selvaggina. Era
questa terra. Durante molti anni siamo vissuti felici. Poi, attraverso
il grande fiume, arrivarono gli allevatori di bestiame. Cominciarono
a invadere le nostre praterie, i nostri boschi; insidiavano le nostre
donne, rubavano la nostra cacciagione. Poiché non cedevamo alle
loro minacce, un triste giorno arrivarono armati e uccisero molti dei
nostri. Lo sgomento invase i nostri villaggi...».
Il resto della storia è noto, almeno in Brasile: il massacro
degli indios kraho, nel settembre del 1940, destò indignazione
e condanna nella società, obbligando il Governo ad adottare misure
protettive. Il progetto di una grande riserva, esclusiva per i kraho,
sembrò la soluzione ideale; ma la burocrazia e la corruzione
ne rallentavano la realizzazione. Allora un indio che studiava nella
vicina città di Carolina, Pedro Penón (fratello maggiore
di Mãpóc), decise di abbandonare i propri sogni di intellettuale
per difendere il suo popolo. Davanti all'inerzia delle autorità,
decise di incontrare il «capo del Brasile». Percorse a piedi
1.000 km fino a Goiania; di là, con altri mezzi, raggiunse Rio
de Janeiro, dove riuscì a parlare con il presidente, Getúlio
Vargas. Grazie al suo impegno, nel 1951 veniva delimitata la grande
riserva dei
kraho, tra i fiumi Rio Vermelho e Manuel Alves, estesa 320mila ettari.
Pedro Penón si spense, più che novantenne e cieco, il
7 febbraio 2002: per la sua ostinazione nella difesa dei diritti del
suo popolo si guadagnò il nome di «Ikran-Ken» (testa
di pietra). Il lutto per la sua morte si protrasse per più di
un anno.
La tribù
Alle prime luci dell'alba, salto dall'amaca e scendo al
fiumiciattolo che scorre tra il bosco. Un tuffo nell'acqua fresca
e poi guardo il cielo tingersi di colori, mentre la natura è
rallegrata dallo stridente passaggio di uccelli multicolori: arara,
pappagalli, curica. Ritorno lentamente al villaggio, dove i primi fuochi
si sono accesi per preparare la colazione mattutina: caffè e
farina di manioca. Lentamente gli indios escono dalle loro dimore e
si dirigono al centro dell'ampio cortile che è il cuore
della tribù. Il capo è già presente e, insieme,
vengono discussi i problemi del villaggio e il programma delle attività
giornaliere. Così comincia la giornata dei kraho, un popolo che
non soltanto è riuscito a difendersi dalla cupidigia dei bianchi,
ma che pure ha resistito alla tentazione di adottare le cianfrusaglie
dei colonizzatori: le celebri perline e gli specchietti dei marinai
di Cristoforo Colombo e che oggi si chiamano radio, cd, televisione,
frigoriferi e varie altre cose superflue.
Per i kraho l'essenziale sono: l'aria che respirano, l'acqua
che scorre limpida tra gli alberi, la terra dove piantano il riso e
la manioca. Che cosa mai è necessario? Per proteggersi dalle
intemperie è sufficiente una capanna di paglia, talvolta una
semplice tettoia. Per dormire, un panno sulla nuda terra o, raramente,
l'amaca. Per cucinare: tre pietre in mezzo alla «casa»
e una o due pentole; qualche bicchiere o tazzina completano le suppellettili.
Indumenti: il minimo necessario.
In verità anche altre tribù, sperdute nell'immensità
dell'Amazzonia, vivono questa vita austera e semplice. La straordinarietá
della nazione kraho è il fatto che da più di 60 anni vivono
gomito a gomito con le città dei bianchi che ostentano le loro
ricchezze e le loro mode che altrove hanno indotto non pochi indigeni
a perdere la propria identità. I kraho, invece, continuano fieri
delle proprie tradizioni e del loro modo di vita, lasciando ammirati
tutti coloro che hanno la possibilità di conoscerli.
Feste e lutti
Un mio amico di Itacajá - vicino alla riserva kraho - mi ha raccontato
che le feste dei 17 villaggi assommano a trecento in un anno. Forse
è un'esagerazione, ma senza dubbio riflette l'anima
di quel popolo: il gusto per l'allegria, l'abbondanza, i
giochi. Festa vuol dire anzitutto un buon pranzo, e il capo deve, in
un modo e nell'altro, soddisfare l'aspettativa dei suoi
sudditi. Ingegnosi come sono, sanno sempre trovare il modo di riempire
le pentole e la pancia: ad esempio nel villaggio che mi è più
familiare (Cachoeira), si è deciso che fossero i pensionati a
offrire un bue nella festa dell'indio, il 19 aprile; in altri
casi sarà un eventuale turista, come il sottoscritto, a contribuire
alle spese.
Festa vuol dire anche canto: e come si canta! All'alba, al pomeriggio,
alla sera. C'è sempre un cantautore che, scuotendo la maraca,
invita di buon mattino (in piena oscurità) a lasciare il calduccio
del giaciglio per iniziare le prove canore. Si canta in pochi, in molti
o la tribù intera, percorrendo il circolo interno, sempre con
il cantautore davanti a tutti, spronando con il suo strumento musicale.
E non possono mancare le prove sportive: che sono, immancabilmente,
corse con la tora (tronco): maschili o femminili, di corta distanza
o di resistenza, pesante o leggera. È incredibile la forza di
questa gente - uomini o donne - che corre con un peso di circa 60 chili
sulle spalle. Come premio la soddisfazione della vittoria, nient'altro.
Ma, inevitabilmente, anche i kraho hanno le loro giornate tristi. Di
una di queste sono stato testimone: un giorno un quindicenne, rimproverato
dalla madre perché non difendeva il granoturco dagli uccelli,
si è tolto la vita con un colpo di fucile. La costernazione è
stata generale, le scene del funerale strazianti. Attorno al cadavere
si avvicendavano parenti e amici, piangendo a dirotto, senza interruzione.
I genitori si gettavano sul corpo del giovane, per abbracciarlo, stringendolo
con forza, con un affetto immenso. Due donne si incaricavano di spargere
profumi sulla testa del morto, pettinandolo amorosamente. Dopo una notte
così angustiante, al mattino il corpo è stato cosparso
con lattice naturale e poi tutto ricoperto di penne di uccelli. La bara
non è completamente ricoperta dalla terra, ma è posta
in una fossa chiusa con rami. Sopra il tumulo, tutti gli oggetti usati
dal defunto in vita. Il lutto è rigoroso e dura almeno sei mesi,
alla fine del quale è celebrata una festa di commiato.
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