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Se, il 4 novembre, George W. Bush verrà confermato presidente
degli Stati Uniti, è probabile che questi tenti di condurre a
termine a tappe forzate il progetto d'integrazione economica «dall'Alaska
alla Terra del Fuoco» (con l'esclusione di Cuba) lanciato
nel 1990 dal padre col nome di «Iniziativa delle Americhe»
e destinato a entrare in vigore nel 2005, creando un mercato di 800
milioni di consumatori con un Pil di 11 miliardi di dollari. Se invece
a vincere sarà il democratico John Kerry, c'è da
aspettarsi, stando agli annunci di chi promette di essere «un
presidente che sa dov'è l'America Latina»,
una rinegoziazione dell'Alca che tenga maggiormente conto delle
obiezioni mosse soprattutto da Venezuela, Argentina e Brasile, i quali
hanno bloccato le trattative in una empasse che mette in dubbio la firma
definitiva.
Ma accanto alle resistenze a livello politico, nell'ultimo anno
è molto cresciuta anche la mobilitazione della Chiesa latinoamericana
contro l'Alca. Gruppi ecclesiali, ordini religiosi, organismi
di pastorale (a cominciare dalla Caritas), vescovi e intere Conferenze
episcopali hanno, infatti, assunto pubblicamente posizioni via via più
critiche. A volte, come nel caso della Compagnia di Gesù, questi
soggetti si sono uniti alle iniziative di protesta promosse dalla società
civile e da altre Chiese cristiane, tanto che in giugno il card. Oscar
Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), ha
annunciato un incontro continentale «in cui cercheremo di definire
una posizione della Chiesa cattolica dell'America Latina sul tema
del libero commercio».
Per una vera integrazione
Ad assumere le posizioni più nette sono state, naturalmente,
le Chiese delle nazioni che, pur tra difficoltà e ritardi, più
hanno investito in processi subregionali di unificazione commerciale
destinati a essere assorbiti dall'Alca. La prima a muoversi è
stata, infatti, la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, che
già nel 2002 aveva promosso un referendum autogestito cui avevano
partecipato 10 milioni di persone, espressesi in maniera plebiscitaria
contro l'accordo. Dopo l'ascesa di Lula alla presidenza
della Repubblica, l'episcopato e il «Grido delle escluse
e degli esclusi» (una rete continentale di movimenti cristiani
di base) hanno chiesto al Governo di convocare un referendum sull'ingresso
del Paese nell'Alca, che potrebbe svolgersi il 3 ottobre, in coincidenza
con le elezioni municipali.
Su questa scia, nel settembre 2003 una forte preoccupazione è
stata espressa dai rappresentanti degli episcopati dei Paesi del Mercato
comune del Cono Sud (Mercosur), cioè Argentina, Brasile, Paraguay
e Uruguay (più Bolivia e Cile come nazioni associate). I vescovi
hanno parlato apertamente di «neocolonialismo», poiché
il progetto «favorirebbe una concentrazione del potere economico
in poche mani e in poche imprese competitive, facilitando la formazione
di monopoli e oligopoli, che finirebbero con l'imporre la propria
egemonia ai Governi, specie nei Paesi più deboli del continente».
Al contempo «economie molto elementari, ma che sono parte dell'identità
culturale dei nostri popoli, come quelle degli aborigeni o delle comunità
rurali, rischierebbero di essere emarginate o cancellate». Invece
«un vero processo d'integrazione dell'America deve
basarsi su una politica continentale che tenga conto dei diritti umani
e dei principi di sovranità, giustizia, solidarietà, rispetto
per le identità culturali dei popoli» e «non avere
come primo scopo la ricerca del massimo profitto di pochi e dei più
potenti a scapito dei deboli». Per i prelati, sebbene «l'istituzione
dell'Alca possa apparire irreversibile, è possibile cambiarne
alcuni termini affinché i Paesi in via di sviluppo abbiano preferenze
competitive, se ne rispetti l'autodeterminazione e le loro risorse
naturali strategiche non siano suscettibili di appropriazione privata».
In vista delle elezioni presidenziali e politiche di ottobre, la Conferenza
episcopale uruguayana (Ceu) ha invitato i cittadini a fare del «perseguimento
di un'integrazione che non si limiti all'aspetto commerciale
né si traduca in una perdita di sovranità come la preoccupante
proposta attuale dell'Alca», uno dei terreni su cui giudicare
le proposte dei partiti. «Ci preoccupa - ha dichiarato mons. Pablo
Galimberti, vescovo di San José e segretario della Ceu - un progetto
che si fonda sul potere e sul sopruso. Condanniamo il fatto che esso
miri solo ad aumentare gli scambi commerciali, senza preoccuparsi per
questo di passare sopra a tutto e tutti».
Alle «sfide dell'Alca» la Conferenza episcopale argentina
(Cea) ha dedicato un apposito documento, in cui segnala la necessità
che il nuovo trattato non prevalga sugli accordi subregionali, come
il Mercosur e il Patto Andino, chiedendo l'introduzione di «misure
di salvaguardia per i Paesi economicamente più deboli e meccanismi
di compensazione per gruppi vulnerabili come le comunità indigene,
i coloni, i piccoli produttori agrozootecnici e le piccole imprese».
La Cea non ha aderito alla raccolta di firme contro l'ingresso
dell'Argentina nell'Alca promossa da un ampio cartello di
organizzazioni sociali, ma lo hanno fatto le Pastorali sociali e alcuni
vescovi.
Più tardivi e generici, là dove pure si sono registrati,
sono stati gli interventi ecclesiali nell'area andina: in Perú
mons. Lino Panizza, vescovo di Carabayllo e presidente della Caritas
nazionale, si è limitato a sottolineare l'interesse della
Chiesa perché l'Alca e il Trattato bilaterale di libero
scambio tra Washington e Lima «consentano lo sviluppo integrale
e la salvaguardia dell'ambiente». In Colombia il card. Pedro
Rubiano, arcivescovo di Bogotá e presidente della Conferenza
episcopale, ha richiamato la necessità che gli accordi commerciali,
come quello su cui sono stati avviati negoziati bilaterali tra Colombia
e Stati Uniti, «non vadano a scapito dei popoli e degli abitanti
più poveri, non minino la sovranità degli Stati né
attribuiscano privilegi così ampi alle imprese transnazionali».
I nodi problematici
In ogni caso, le critiche ruotano attorno a quattro punti: l'insufficiente
informazione e lo scarso coinvolgimento della società civile
nei negoziati, l'eccessiva sproporzione tra l'economia statunitense
- che concentra il 79% del Pil continentale e per di più manterrebbe
in piedi le proprie politiche protezionistiche - e quelle della maggior
parte dei Paesi latinoamericani (29 dei quali non arrivano, tutti insieme,
al 4%), il prevedibile rafforzamento del potere delle compagnie transnazionali
a scapito dei settori sociali a più basso reddito (la metà
dei 500 milioni di abitanti dell'America Latina e dei Caraibi
vive sotto la soglia della povertà), la perdita di sovranità
delle nazioni più piccole. Così il card. Rodríguez
Maradiaga ha definito senza mezzi termini l'Alca «uno strumento
di oppressione: alla base dell'Alca non c'è la preoccupazione
per il bene comune, né si parla di alleviare la povertà
o di migliorare le condizioni di quanti vivono un'esistenza subumana.
Si vogliono invece incrementare le esportazioni, i mercati, la ricchezza
di coloro che già possiedono».
A far maturare la diffidenza hanno contribuito, infine, i risultati
prodotti in 10 anni dall'Accordo di libero commercio del Nord
America (Nafta), che riunisce Usa, Canada e Messico e di cui l'Alca
rappresenta il prolungamento: tracciandone congiuntamente un bilancio,
i vescovi statunitensi e messicani hanno constatato come in Messico
esso abbia portato al collasso l'agricoltura (facendo fallire
3 milioni di contadini e costringendo il Paese a importare il 40% del
suo fabbisogno alimentare), abbia causato la chiusura di un gran numero
di piccole imprese, una riduzione del 10% dei posti di lavoro nel settore
manifatturiero e il drastico calo del potere d'acquisto dei salari,
favorito l'esodo dalle campagne, creato 15 milioni di nuovi poveri
e rafforzato l'emigrazione verso gli Stati Uniti, dai quali l'antica
patria degli aztechi dipende ormai per il 90% del proprio commercio.
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