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 Ottobre 2004 - Orizzonti della fede

Vescovi latinoamericani e Alca
«Questo trattato non s'ha da fare»

Dalle urne statunitensi, in novembre, insieme al nome del presidente della prima potenza mondiale, uscirà una risposta circa le prospettive dell'Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca). Nel frattempo si moltiplicano critiche e perplessità a livello politico, nella società civile e nella comunità ecclesiale. In questo articolo una rassegna delle posizioni assunte dalle Conferenze episcopali latinoamericane.

Se, il 4 novembre, George W. Bush verrà confermato presidente degli Stati Uniti, è probabile che questi tenti di condurre a termine a tappe forzate il progetto d'integrazione economica «dall'Alaska alla Terra del Fuoco» (con l'esclusione di Cuba) lanciato nel 1990 dal padre col nome di «Iniziativa delle Americhe» e destinato a entrare in vigore nel 2005, creando un mercato di 800 milioni di consumatori con un Pil di 11 miliardi di dollari. Se invece a vincere sarà il democratico John Kerry, c'è da aspettarsi, stando agli annunci di chi promette di essere «un presidente che sa dov'è l'America Latina», una rinegoziazione dell'Alca che tenga maggiormente conto delle obiezioni mosse soprattutto da Venezuela, Argentina e Brasile, i quali hanno bloccato le trattative in una empasse che mette in dubbio la firma definitiva.
Ma accanto alle resistenze a livello politico, nell'ultimo anno è molto cresciuta anche la mobilitazione della Chiesa latinoamericana contro l'Alca. Gruppi ecclesiali, ordini religiosi, organismi di pastorale (a cominciare dalla Caritas), vescovi e intere Conferenze episcopali hanno, infatti, assunto pubblicamente posizioni via via più critiche. A volte, come nel caso della Compagnia di Gesù, questi soggetti si sono uniti alle iniziative di protesta promosse dalla società civile e da altre Chiese cristiane, tanto che in giugno il card. Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), ha annunciato un incontro continentale «in cui cercheremo di definire una posizione della Chiesa cattolica dell'America Latina sul tema del libero commercio».

Per una vera integrazione
Ad assumere le posizioni più nette sono state, naturalmente, le Chiese delle nazioni che, pur tra difficoltà e ritardi, più hanno investito in processi subregionali di unificazione commerciale destinati a essere assorbiti dall'Alca. La prima a muoversi è stata, infatti, la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, che già nel 2002 aveva promosso un referendum autogestito cui avevano partecipato 10 milioni di persone, espressesi in maniera plebiscitaria contro l'accordo. Dopo l'ascesa di Lula alla presidenza della Repubblica, l'episcopato e il «Grido delle escluse e degli esclusi» (una rete continentale di movimenti cristiani di base) hanno chiesto al Governo di convocare un referendum sull'ingresso del Paese nell'Alca, che potrebbe svolgersi il 3 ottobre, in coincidenza con le elezioni municipali.
Su questa scia, nel settembre 2003 una forte preoccupazione è stata espressa dai rappresentanti degli episcopati dei Paesi del Mercato comune del Cono Sud (Mercosur), cioè Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (più Bolivia e Cile come nazioni associate). I vescovi hanno parlato apertamente di «neocolonialismo», poiché il progetto «favorirebbe una concentrazione del potere economico in poche mani e in poche imprese competitive, facilitando la formazione di monopoli e oligopoli, che finirebbero con l'imporre la propria egemonia ai Governi, specie nei Paesi più deboli del continente». Al contempo «economie molto elementari, ma che sono parte dell'identità culturale dei nostri popoli, come quelle degli aborigeni o delle comunità rurali, rischierebbero di essere emarginate o cancellate». Invece «un vero processo d'integrazione dell'America deve basarsi su una politica continentale che tenga conto dei diritti umani e dei principi di sovranità, giustizia, solidarietà, rispetto per le identità culturali dei popoli» e «non avere come primo scopo la ricerca del massimo profitto di pochi e dei più potenti a scapito dei deboli». Per i prelati, sebbene «l'istituzione dell'Alca possa apparire irreversibile, è possibile cambiarne alcuni termini affinché i Paesi in via di sviluppo abbiano preferenze competitive, se ne rispetti l'autodeterminazione e le loro risorse naturali strategiche non siano suscettibili di appropriazione privata».
In vista delle elezioni presidenziali e politiche di ottobre, la Conferenza episcopale uruguayana (Ceu) ha invitato i cittadini a fare del «perseguimento di un'integrazione che non si limiti all'aspetto commerciale né si traduca in una perdita di sovranità come la preoccupante proposta attuale dell'Alca», uno dei terreni su cui giudicare le proposte dei partiti. «Ci preoccupa - ha dichiarato mons. Pablo Galimberti, vescovo di San José e segretario della Ceu - un progetto che si fonda sul potere e sul sopruso. Condanniamo il fatto che esso miri solo ad aumentare gli scambi commerciali, senza preoccuparsi per questo di passare sopra a tutto e tutti».
Alle «sfide dell'Alca» la Conferenza episcopale argentina (Cea) ha dedicato un apposito documento, in cui segnala la necessità che il nuovo trattato non prevalga sugli accordi subregionali, come il Mercosur e il Patto Andino, chiedendo l'introduzione di «misure di salvaguardia per i Paesi economicamente più deboli e meccanismi di compensazione per gruppi vulnerabili come le comunità indigene, i coloni, i piccoli produttori agrozootecnici e le piccole imprese». La Cea non ha aderito alla raccolta di firme contro l'ingresso dell'Argentina nell'Alca promossa da un ampio cartello di organizzazioni sociali, ma lo hanno fatto le Pastorali sociali e alcuni vescovi.
Più tardivi e generici, là dove pure si sono registrati, sono stati gli interventi ecclesiali nell'area andina: in Perú mons. Lino Panizza, vescovo di Carabayllo e presidente della Caritas nazionale, si è limitato a sottolineare l'interesse della Chiesa perché l'Alca e il Trattato bilaterale di libero scambio tra Washington e Lima «consentano lo sviluppo integrale e la salvaguardia dell'ambiente». In Colombia il card. Pedro Rubiano, arcivescovo di Bogotá e presidente della Conferenza episcopale, ha richiamato la necessità che gli accordi commerciali, come quello su cui sono stati avviati negoziati bilaterali tra Colombia e Stati Uniti, «non vadano a scapito dei popoli e degli abitanti più poveri, non minino la sovranità degli Stati né attribuiscano privilegi così ampi alle imprese transnazionali».

I nodi problematici
In ogni caso, le critiche ruotano attorno a quattro punti: l'insufficiente informazione e lo scarso coinvolgimento della società civile nei negoziati, l'eccessiva sproporzione tra l'economia statunitense - che concentra il 79% del Pil continentale e per di più manterrebbe in piedi le proprie politiche protezionistiche - e quelle della maggior parte dei Paesi latinoamericani (29 dei quali non arrivano, tutti insieme, al 4%), il prevedibile rafforzamento del potere delle compagnie transnazionali a scapito dei settori sociali a più basso reddito (la metà dei 500 milioni di abitanti dell'America Latina e dei Caraibi vive sotto la soglia della povertà), la perdita di sovranità delle nazioni più piccole. Così il card. Rodríguez Maradiaga ha definito senza mezzi termini l'Alca «uno strumento di oppressione: alla base dell'Alca non c'è la preoccupazione per il bene comune, né si parla di alleviare la povertà o di migliorare le condizioni di quanti vivono un'esistenza subumana. Si vogliono invece incrementare le esportazioni, i mercati, la ricchezza di coloro che già possiedono».
A far maturare la diffidenza hanno contribuito, infine, i risultati prodotti in 10 anni dall'Accordo di libero commercio del Nord America (Nafta), che riunisce Usa, Canada e Messico e di cui l'Alca rappresenta il prolungamento: tracciandone congiuntamente un bilancio, i vescovi statunitensi e messicani hanno constatato come in Messico esso abbia portato al collasso l'agricoltura (facendo fallire 3 milioni di contadini e costringendo il Paese a importare il 40% del suo fabbisogno alimentare), abbia causato la chiusura di un gran numero di piccole imprese, una riduzione del 10% dei posti di lavoro nel settore manifatturiero e il drastico calo del potere d'acquisto dei salari, favorito l'esodo dalle campagne, creato 15 milioni di nuovi poveri e rafforzato l'emigrazione verso gli Stati Uniti, dai quali l'antica patria degli aztechi dipende ormai per il 90% del proprio commercio.

Mauro Castagnaro




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