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 Ottobre 2004 - Eco dei gesuiti

Alle porte di Parigi
La parrocchia «crocevia»

Nelle periferie di una grande città d'Europa, decenni di immigrazione hanno profondamente modificato la realtà umana, tutto è «multi» (culturale, etnico, religioso, sociale...) e ciascuno segue la propria traiettoria per migliorare le condizioni di vita. Qui la parrocchia può diventare un vero luogo di incontro, aiutando le persone a fare conoscenza,a confrontarsi e a riconoscersi reciprocamente.

Una comunità multienica, viva, accogliente, nella quale si creano occasioni di conoscenza reciproca, di condivisione di momenti di vita e in cui ciascuno ha la possibilità di trovare il suo posto: ecco che cosa mi a colpito avvicinandomi alla parrocchia di Sainte-Jeanne d'Arc de la Mutualité, a Saint-Denis, e che mi ha fatto pensare che, pur essendo una parrocchia come molte altre, poteva avere qualche cosa di interessante rispetto al modo di vivere la Chiesa oggi.

Una città in continua trasformazione
La città di Saint-Denis, a pochi chilometri dalla capitale, è conosciuta soprattutto per la prima cattedrale gotica di Francia e per il grande stadio di calcio. Tra questi due monumenti, si snoda una storia di secoli durante i quali la città è cresciuta. Fu soprattutto l'industrializzazione nell'Ottocento a cambiarle volto, attirando le prime ondate di immigrati dalle regioni povere della Francia. Per il suo profilo di città proletaria, divenne allora la «Città rossa». All'inizio del Novecento, nuove ondate di immigrati, provenienti da Spagna, Portogallo, Italia e Polonia si insediarono nelle abitazioni povere del centro e nei nuovi quartieri periferici. La città ebbe una nuova espansione nel dopoguerra e questa volta si aggiunsero coloro che provenivano dal Maghreb e dalle Antille, quindi, negli ultimi anni, immigrati dall'Africa sub-sahariana, tamil dall'India e dallo Sri Lanka, haitiani.
La risposta pastorale alla formazione di queste periferie «rosse» fu la costruzione di chiese e cappelle negli anni '30 e lo sviluppo dell'Azione cattolica operaia (Aco) negli anni '50. Una delle nuove realtà fu la parrocchia di Sainte-Jeanne d'Arc de la Mutualité, chiamata comunemente «la Mut». Una chiesa una grande chiesa grigia in stile neo-romanico costruita nel 1933 in una zona ben distinta dal resto della città. Qui la presenza dei fedeli è proporzionalmente molto ridotta in rapporto alla popolazione del quartiere (poco più di 200 persone partecipano all'unica messa domenicale), ma ciò nonostante la parrocchia ha mostrato negli ultimi anni un vitalità sorprendente.

Comunità accogliente
Tutti - militanti dell'Aco e membri della corale, anonimi parrocchiani, giovani e vecchi, antillani, indiani e polacchi - sono sensibili al clima di accoglienza che si respira. Entrando in chiesa non hanno l'impressione di essere stranieri, sconosciuti, elementi di una folla anonima. L'accoglienza non consiste solo in una mano tesa alla porta della chiesa, qualche sorriso, né nella semplice presentazione davanti all'assemblea durante l'Eucaristia: consiste nel sapere fare veramente posto a chi arriva, dargli la possibilità di «venire avanti» o un ruolo attivo nella liturgia. Spesso le persone intervengono, facendo «rientrare la vita» nella liturgia domenicale. Si annunciano o si prega insieme per situazioni di dolore legate a una malattia o a un lutto di qualcuno nel quartiere, così come ci si unisce a chi festeggia un anniversario. Ciò richiede una conoscenza attiva da parte del parroco.
La partecipazione non riguarda solo la liturgia. Diverse attività e responsabilità sono assegnate ai laici. Il Gruppo di animazione parrocchiale non è solo un organo consultivo con rappresentanti francesi, immigrati, o di diverse età. La parrocchia integra cristiani di diverse origini e di diverse etnie. La messa è davvero multicolore. L'Epifania è divenuta la «Festa delle nazioni», in cui ognuno è invitato a condividere alcuni aspetti della propria cultura. È importante che ciascuno possa esprimersi nella propria lingua e usare i propri riti per affermare la propria fede. Allo stesso tempo è necessario che queste differenze non sembrino folcloristiche, e che arricchiscano l'intera comunità, senza assorbire tutta l'attenzione. Trovare la giusta misura nel modo di fare spazio alle diverse culture e modi di esprimere la fede non è comunque facile.
L'organizzazione della messa domenicale esprime bene il modo in cui si vive la «questione etnica» nella parrocchia. Le messe sono animate da gruppi etnici solo in occasioni particolari, di solito la divisione dei compiti è secondo le zone di residenza. L'identità nazionale o etnica resta così un elemento tra tanti altri: si invita ciascuno a non fissarsi sull'esperienza di fede vissuta nel Paese di origine o da bambini, ma a confrontare la propria fede con quello che si sta vivendo nel presente, dato che la maggior parte vive in situazioni di fatica o di sofferenza, in quartieri difficili. L'animazione per zone di residenza permette anche di invitare alla celebrazione dei vicini di casa, dando slancio allo scambio di esperienze, alla partecipazione di chi frequenta più o meno regolarmente la messa.

Elementi di fragilità
Si devono anche tenere in considerazione altri elementi. Il primo è il ricambio dei parrocchiani, che rende difficile parlare della «Mut» come di una comunità stabile. C'è un grande movimento fra gli abitanti, il quartiere non è attraente e molti tendono ad andarsene. Questo continuo ricambio rende fragile ogni azione e i più impegnati se ne rendono conto. Se alcuni partono, altri arrivano, forse in numero minore, data la presenza crescente dei musulmani che stanno costruendo una moschea nel quartiere. Ciò nonostante sono comparse molte facce nuove.
Se ci si domanda chi è «dentro» e chi è «fuori» la comunità, ci si confronta subito con la difficoltà di porre dei confini. Solo teoricamente si può stabilire dove la comunità inizi o finisca. Il fatto di essere battezzati, di dirsi cristiani o di avere una vita in cui la fede ha un ruolo, non significa di conseguenza essere impegnati nella Chiesa. Si possono perciò identificare tre gruppi: chi domanda «servizi», cioè chi passa solo per chiedere battesimi, matrimoni, funerali, assistenza in momenti particolarmente difficili; un gruppo che partecipa più o meno regolarmente, specialmente alla messa domenicale; infine un terzo gruppo, il «nocciolo duro», che si fa carico dell'animazione della parrocchia nella liturgia e in altre attività. «È soprattutto ai sacramenti che si vedono certe persone», afferma Guy, il parroco, «le persone sono passate un momento, sono state accolte, hanno ricevuto la grazia di Dio, è gratuita, lo Spirito agisce anche in loro».
Un altro fattore permette di comprendere la «fluidità» della comunità parrocchiale e impedisce di farne un punto di riferimento unico o centrale. La parrocchia è vissuta solo come uno dei poli dove la gente può, se vuole, diventare cristiana e fare Chiesa, poiché accanto ad essa esistono l'appartenenza a un movimento o un'associazione, l'impegno in attività sociali, la ricerca di soggiorni in monasteri, i pellegrinaggi e altri momenti di formazione cristiana.
Vi è inoltre la difficoltà per la parrocchia di essere «visibile», avere incidenza nel quartiere, avere un carattere «esemplare». Se è difficile vivere nel quartiere dove i legami sociali sono assai deboli, ancora di più è pensare di dare testimonianza come Chiesa. «La Chiesa non è fatta per vivere chiusa in se stessa», ricorda il parroco. «Ha bisogno di ritrovarsi per condividere, celebrare e vivere la sua fede, ma essa è fatta per vivere nel cuore del mondo».

Una risposta alle esigenze di oggi
La parrocchia «crocevia», che costruisce ponti fra mondi differenti, può essere un segno nella città: costituisce uno spazio che è a sua volta circoscritto e aperto, che dà la possibilità di stabilire delle relazioni. Non è più una «istituzione» predefinita, ma favorisce oggi le occasioni di incontro fra persone che altrimenti non si incontrerebbero mai. Diventa il luogo dove ciascuno o ciascun gruppo ha la libertà di andare e venire, trovare il proprio spazio, essere rispettato, considerato, riconosciuto nel proprio cammino e anche impegnarsi. Un luogo aperto dove le persone possono accogliersi, incoraggiarsi, anche criticarsi a vicenda nel loro cammino di fede; dove ciascuno passa con le proprie ricerche, i desideri, le chiusure, in un dato momento del proprio itinerario, spesso difficile; dove si tessono nuovi legami, momenti di apertura che segnano e possono invitare a percorrere nuovi cammini. Tutto ciò genera la gioia di essere presenti e la sorpresa di vedere gli altri che si impegnano nella loro fede, magari in un modo totalmente diverso dal proprio.
La vitalità di questo luogo e la speranza che qui si respira lasciano aperte alcune questioni: la figura della Chiesa «crocevia» può aiutare a pensare in modo diverso la Chiesa di domani nel paesaggio religioso della Francia contemporanea? Ci sono istituzioni che possono aiutare ad affrontare in altro modo e con mezzi più idonei le questioni che ostacolano l'azione pastorale? Si può realmente ricevere da questa figura l'invito a pensare l'ecclesiologia in un contesto di mobilità e di cammino individuale?


Giacomo Costa S.I.




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