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Una comunità multienica, viva, accogliente, nella
quale si creano occasioni di conoscenza reciproca, di condivisione di
momenti di vita e in cui ciascuno ha la possibilità di trovare
il suo posto: ecco che cosa mi a colpito avvicinandomi alla parrocchia
di Sainte-Jeanne d'Arc de la Mutualité, a Saint-Denis,
e che mi ha fatto pensare che, pur essendo una parrocchia come molte
altre, poteva avere qualche cosa di interessante rispetto al modo di
vivere la Chiesa oggi.
Una città in continua trasformazione
La città di Saint-Denis, a pochi chilometri dalla capitale, è
conosciuta soprattutto per la prima cattedrale gotica di Francia e per
il grande stadio di calcio. Tra questi due monumenti, si snoda una storia
di secoli durante i quali la città è cresciuta. Fu soprattutto
l'industrializzazione nell'Ottocento a cambiarle volto,
attirando le prime ondate di immigrati dalle regioni povere della Francia.
Per il suo profilo di città proletaria, divenne allora la «Città
rossa». All'inizio del Novecento, nuove ondate di immigrati,
provenienti da Spagna, Portogallo, Italia e Polonia si insediarono nelle
abitazioni povere del centro e nei nuovi quartieri periferici. La città
ebbe una nuova espansione nel dopoguerra e questa volta si aggiunsero
coloro che provenivano dal Maghreb e dalle Antille, quindi, negli ultimi
anni, immigrati dall'Africa sub-sahariana, tamil dall'India
e dallo Sri Lanka, haitiani.
La risposta pastorale alla formazione di queste periferie «rosse»
fu la costruzione di chiese e cappelle negli anni '30 e lo sviluppo
dell'Azione cattolica operaia (Aco) negli anni '50. Una
delle nuove realtà fu la parrocchia di Sainte-Jeanne d'Arc
de la Mutualité, chiamata comunemente «la Mut». Una
chiesa una grande chiesa grigia in stile neo-romanico costruita nel
1933 in una zona ben distinta dal resto della città. Qui la presenza
dei fedeli è proporzionalmente molto ridotta in rapporto alla
popolazione del quartiere (poco più di 200 persone partecipano
all'unica messa domenicale), ma ciò nonostante la parrocchia
ha mostrato negli ultimi anni un vitalità sorprendente.
Comunità accogliente
Tutti - militanti dell'Aco e membri della corale, anonimi parrocchiani,
giovani e vecchi, antillani, indiani e polacchi - sono sensibili al
clima di accoglienza che si respira. Entrando in chiesa non hanno l'impressione
di essere stranieri, sconosciuti, elementi di una folla anonima. L'accoglienza
non consiste solo in una mano tesa alla porta della chiesa, qualche
sorriso, né nella semplice presentazione davanti all'assemblea
durante l'Eucaristia: consiste nel sapere fare veramente posto
a chi arriva, dargli la possibilità di «venire avanti»
o un ruolo attivo nella liturgia. Spesso le persone intervengono, facendo
«rientrare la vita» nella liturgia domenicale. Si annunciano
o si prega insieme per situazioni di dolore legate a una malattia o
a un lutto di qualcuno nel quartiere, così come ci si unisce
a chi festeggia un anniversario. Ciò richiede una conoscenza
attiva da parte del parroco.
La partecipazione non riguarda solo la liturgia. Diverse attività
e responsabilità sono assegnate ai laici. Il Gruppo di animazione
parrocchiale non è solo un organo consultivo con rappresentanti
francesi, immigrati, o di diverse età. La parrocchia integra
cristiani di diverse origini e di diverse etnie. La messa è davvero
multicolore. L'Epifania è divenuta la «Festa delle
nazioni», in cui ognuno è invitato a condividere alcuni
aspetti della propria cultura. È importante che ciascuno possa
esprimersi nella propria lingua e usare i propri riti per affermare
la propria fede. Allo stesso tempo è necessario che queste differenze
non sembrino folcloristiche, e che arricchiscano l'intera comunità,
senza assorbire tutta l'attenzione. Trovare la giusta misura nel
modo di fare spazio alle diverse culture e modi di esprimere la fede
non è comunque facile.
L'organizzazione della messa domenicale esprime bene il modo in
cui si vive la «questione etnica» nella parrocchia. Le messe
sono animate da gruppi etnici solo in occasioni particolari, di solito
la divisione dei compiti è secondo le zone di residenza. L'identità
nazionale o etnica resta così un elemento tra tanti altri: si
invita ciascuno a non fissarsi sull'esperienza di fede vissuta
nel Paese di origine o da bambini, ma a confrontare la propria fede
con quello che si sta vivendo nel presente, dato che la maggior parte
vive in situazioni di fatica o di sofferenza, in quartieri difficili.
L'animazione per zone di residenza permette anche di invitare
alla celebrazione dei vicini di casa, dando slancio allo scambio di
esperienze, alla partecipazione di chi frequenta più o meno regolarmente
la messa.
Elementi di fragilità
Si devono anche tenere in considerazione altri elementi. Il primo è
il ricambio dei parrocchiani, che rende difficile parlare della «Mut»
come di una comunità stabile. C'è un grande movimento
fra gli abitanti, il quartiere non è attraente e molti tendono
ad andarsene. Questo continuo ricambio rende fragile ogni azione e i
più impegnati se ne rendono conto. Se alcuni partono, altri arrivano,
forse in numero minore, data la presenza crescente dei musulmani che
stanno costruendo una moschea nel quartiere. Ciò nonostante sono
comparse molte facce nuove.
Se ci si domanda chi è «dentro» e chi è «fuori»
la comunità, ci si confronta subito con la difficoltà
di porre dei confini. Solo teoricamente si può stabilire dove
la comunità inizi o finisca. Il fatto di essere battezzati, di
dirsi cristiani o di avere una vita in cui la fede ha un ruolo, non
significa di conseguenza essere impegnati nella Chiesa. Si possono perciò
identificare tre gruppi: chi domanda «servizi», cioè
chi passa solo per chiedere battesimi, matrimoni, funerali, assistenza
in momenti particolarmente difficili; un gruppo che partecipa più
o meno regolarmente, specialmente alla messa domenicale; infine un terzo
gruppo, il «nocciolo duro», che si fa carico dell'animazione
della parrocchia nella liturgia e in altre attività. «È
soprattutto ai sacramenti che si vedono certe persone», afferma
Guy, il parroco, «le persone sono passate un momento, sono state
accolte, hanno ricevuto la grazia di Dio, è gratuita, lo Spirito
agisce anche in loro».
Un altro fattore permette di comprendere la «fluidità»
della comunità parrocchiale e impedisce di farne un punto di
riferimento unico o centrale. La parrocchia è vissuta solo come
uno dei poli dove la gente può, se vuole, diventare cristiana
e fare Chiesa, poiché accanto ad essa esistono l'appartenenza
a un movimento o un'associazione, l'impegno in attività
sociali, la ricerca di soggiorni in monasteri, i pellegrinaggi e altri
momenti di formazione cristiana.
Vi è inoltre la difficoltà per la parrocchia di essere
«visibile», avere incidenza nel quartiere, avere un carattere
«esemplare». Se è difficile vivere nel quartiere
dove i legami sociali sono assai deboli, ancora di più è
pensare di dare testimonianza come Chiesa. «La Chiesa non è
fatta per vivere chiusa in se stessa», ricorda il parroco. «Ha
bisogno di ritrovarsi per condividere, celebrare e vivere la sua fede,
ma essa è fatta per vivere nel cuore del mondo».
Una risposta alle esigenze di oggi
La parrocchia «crocevia», che costruisce ponti fra mondi
differenti, può essere un segno nella città: costituisce
uno spazio che è a sua volta circoscritto e aperto, che dà
la possibilità di stabilire delle relazioni. Non è più
una «istituzione» predefinita, ma favorisce oggi le occasioni
di incontro fra persone che altrimenti non si incontrerebbero mai. Diventa
il luogo dove ciascuno o ciascun gruppo ha la libertà di andare
e venire, trovare il proprio spazio, essere rispettato, considerato,
riconosciuto nel proprio cammino e anche impegnarsi. Un luogo aperto
dove le persone possono accogliersi, incoraggiarsi, anche criticarsi
a vicenda nel loro cammino di fede; dove ciascuno passa con le proprie
ricerche, i desideri, le chiusure, in un dato momento del proprio itinerario,
spesso difficile; dove si tessono nuovi legami, momenti di apertura
che segnano e possono invitare a percorrere nuovi cammini. Tutto ciò
genera la gioia di essere presenti e la sorpresa di vedere gli altri
che si impegnano nella loro fede, magari in un modo totalmente diverso
dal proprio.
La vitalità di questo luogo e la speranza che qui si respira
lasciano aperte alcune questioni: la figura della Chiesa «crocevia»
può aiutare a pensare in modo diverso la Chiesa di domani nel
paesaggio religioso della Francia contemporanea? Ci sono istituzioni
che possono aiutare ad affrontare in altro modo e con mezzi più
idonei le questioni che ostacolano l'azione pastorale? Si può
realmente ricevere da questa figura l'invito a pensare l'ecclesiologia
in un contesto di mobilità e di cammino individuale?
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