Focus |
americhe
Venezuela: Chávez vince per ko |
| Salvo colpi di scena - sempre dietro l'angolo
in un Paese che ha vissuto tre anni in un clima di guerra civile latente
- Hugo Chávez governerà il Venezuela fino al 2006 e lo
farà con la piena legittimità che gli deriva dall'appoggio
della «massa», la stessa che l'ex paracadutista col
basco rosso è abituato a infiammare nei suoi interminabili discorsi.
Il rischio che il referendum fortemente voluto dall'opposizione,
riunita nella Coordinadora Democrática (Cd), si trasformasse
in un boomerang è divenuto realtà il 15 agosto. I «sì»
di chi voleva cacciare Chávez sono stati sommersi da una valanga
di voti contrari: 5 milioni e 800mila, pari al 59,3% dei votanti. E
a nulla sono servite le accuse di brogli (nel mirino il nuovo sistema
di voto elettronico), subito spente da autorevoli osservatori neutrali
(Organizzazione degli Stati americani e Centro Carter) che hanno parlato
di «risultato valido, che va accettato».
Sconfitta amara ma prevista quella dell'opposizione, le cui ambiguità
e contraddizioni non hanno convinto la maggioranza dei venezuelani:
difficile accusare Chávez di autoritarismo e di violazione delle
regole democratiche, quando sono stati proprio i leader della Cd a organizzare
un colpo di Stato (fallito) nell'aprile 2002; difficile ottenere
la fiducia dei ceti popolari (che invece ammirano Chávez) quando
è noto a tutti che i più strenui oppositori del presidente
sono esponenti di quella vecchia oligarchia che per anni ha gestito
a proprio piacimento gli enormi proventi del petrolio, risorsa strategica
del Paese. E proprio la necessità di controllare il prezzo dell'oro
nero, schizzato alle stelle in estate, sembra aver convinto gli Stati
Uniti dell'opportunità di adottare una linea più
morbida verso Caracas, evitando pericolosi salti nel buio: non a caso
le reazioni del Dipartimento di Stato Usa all'esito del referendum,
seppure non entusiastiche, sono state improntate alla prudenza.
Ora però arriva anche il momento della verità per l'ex-colonnello.
Senza più la scusa di un'opposizione che gli impedisce
di lavorare, Chávez dovrà scoprire il suo vero volto:
abile populista interessato solo al proprio potere personale, e oltretutto
un po' incompetente, oppure sincero ed efficace riformatore? |
africa
Inaugurato il Parlamento Somalia a una svolta? |
Dopo 13 anni di anarchia, la Somalia potrebbe incamminarsi
sulla via della normalizzazione. Il 22 agosto a Nairobi in Kenya, per
ragioni di sicurezza, è stato inaugurato il Parlamento che avrà
il compito di eleggere il presidente della Repubblica che a sua volta
nominerà un premier. L'apertura ufficiale del Parlamento
è il frutto di un accordo arrivato dopo una serie di colloqui tra
le fazioni condotta sotto l'egida dell'Igad (Organizzazione
per lo sviluppo dell'Africa Orientale). L'assemblea, presieduta
da Sharif Hassan Shaikh Aden, è composta da 275 deputati. I seggi
sono ripartiti tra i clan: i quattro principali ne avranno ciascuno 61,
un'alleanza di gruppi minori si dividerà i restanti. Non
tutti sono però soddisfatti. Tanto è vero che all'inaugurazione
erano assenti 69 membri (parte dei quali poi hanno dato però la
loro adesione) e la stessa cerimonia è stata in forse fino all'ultimo.
Il nuovo Parlamento dovrà affrontare problemi enormi. Il più
grande è il controllo del territorio. La Somalia è uno Stato
in preda all'anarchia. A farla da padroni sono i clan che, nelle
aree controllate, dettano legge e favoriscono il traffico di droga e armi.
Ai clan, negli ultimi tempi, si è aggiunta la minaccia del terrorismo
che, secondo i rapporti dei servizi segreti occidentali, avrebbe utilizzato
la Somalia come base logistica. La Somalia è anche un Paese spaccato:
due regioni, il Somaliland al Nord e il Puntland a Nord Est, da tempo
si sono proclamate indipendenti. Il Somaliland ha dimostrato di sapersi
autogestire e ha più volte rifiutato la proposta di far parte di
uno Stato unico insieme alle regioni del Sud. Discorso in parte valido
anche per il Puntland. Spetterà al Parlamento riallacciare relazioni
con queste regioni e cercare di convincerne i leader ad abbandonare i
sogni di indipendenza.
La nuova assemblea si troverà a fare i conti anche con una situazione
socio-economica disastrosa. L'età media della popolazione
è scesa a 48 anni per le donne e a 45 per gli uomini e, ogni anno,
muoiono 118 bambini ogni mille nati. La violenza dilaga. L'economia
di sussistenza è condizionata dai clan. Si stima che il reddito
pro capite sia crollato a 110 dollari Usa. |
Medio Oriente
Tunisia, Ben Ali si prepara al quarto mandato |
| Il 24 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in
Tunisia, dove il presidente Zine El Abidine Ben Ali, al potere dal 1987
dopo aver estromesso il «padre della Patria» Habib Bouguiba,
è in corsa per un nuovo mandato. Nel 2002 Ben Ali aveva promosso
un referendum costituzionale per riservarsi la possibilità di concorrere
una quarta volta. Rieletto nel 1999 con il 99,44% dei voti, Ben Ali rivendica
di aver assicurato al Paese stabilità sociale e una relativa prosperità
economica, ma le opposizioni lo accusano di aver manipolato la Costituzione
per «mantenersi in carica e restaurare la presidenza a vita».
Attualmente una legge speciale richiede che, per poter presentare candidati
alle elezioni presidenziali, i partiti politici debbano avere una rappresentanza
parlamentare. Ciò esclude i partiti dell'opposizione «legale»
non rappresentati in Parlamento che però possono partecipare alle
legislative. Il partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico
(Rcd), ha una maggioranza schiacciante (148 seggi su 182), mentre cinque
formazioni dell'opposizione si dividono i rimanenti seggi. Il Partito
di Unità Popolare (Pup, opposizione legale) ha annunciato la decisione
di partecipare alle legislative che si terranno in contemporanea alle
presidenziali, carica per la quale ha designato come candidato il segretario
generale, Mohamed Bouchiha. Oltre al Pup (7 seggi), due altre formazioni
d'opposizione hanno designato loro candidati, l'Ettajadid
(5 seggi) e il Partito Sociale Liberale (Psl, 2 seggi). Il principale
partito d'opposizione, il Movimento dei Socialisti Democratici (Mds,
13 seggi) sosterrà Ben Ali, mentre il Partito d'Unità
Popolare (Udu, 7 seggi) è in piena crisi e non ha ancora deciso
la sua partecipazione alle elezioni. Le due altre formazioni d'opposizione
«legale», il Partito Democratico Progressista (Pdp) e il Forum
democratico per il lavoro e la libertà (Fdtl), non dispongono di
seggi in Parlamento e sono dunque esclusi dalla competizione elettorale.
Il segretario dell'Fdtl, Mustapha Ben Jaafar, ha chiesto un «risanamento
del clima politico», l'amnistia generale, la revisione della
legge elettorale e della Costituzione, «in vista dell'abolizione
delle condizioni discriminatorie circa la candidatura a Presidente della
Repubblica». |
europa
Costituzione europea: il 29 ottobre la firma |
Il 29 ottobre 2004 sarà firmato a Roma in Campidoglio,
nel luogo dove nacque nel 1957 la Comunità Economica Europea (Cee),
il trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa. I 25 Paesi
membri dell'Unione Europea arrivano a questo appuntamento solenne
dopo due anni e mezzo di lavoro svolto prima dalla Convenzione che ha
redatto il testo e quindi dalla Conferenza intergovernativa che l'ha
sottoposto ad alcune modifiche.
Per entrare definitivamente in vigore, il trattato dovrà essere
in seguito ratificato con referendum o con voto parlamentare da ciascuno
dei Paesi membri. In alcuni, come Francia, Spagna o Gran Bretagna sono
previste consultazione popolari, mentre in Italia e in Germania è
più probabile che sarà il parlamento a decidere. La fase
delle ratifiche non ha un esito scontato. Trattandosi necessariamente
di un compromesso, la nuova Costituzione ha scontentato molti fra coloro
che non vogliono maggiore integrazione e coloro che invece desiderano
un'Europa decisamente più unita e protagonista nel mondo.
Se - come è probabile - il trattato non sarà approvato da
tutti gli Stati, sarà necessario ridefinire i rapporti tra Paesi
del nucleo avanzato e chi rifiuta di procedere sulla strada dell'integrazione.
Tuttavia, anche se gli euroscettici alzano la voce, in realtà i
Governi nazionali conservano l'esclusivo controllo su settori importanti
come la politica estera, la difesa e la politica fiscale. Le preoccupazioni
maggiori dovrebbero invece venire dall'indifferenza della maggioranza
dei cittadini verso il processo di integrazione, considerato troppo complesso
e distante dalla vita degli europei. La cosiddetta Costituzione è
un testo di oltre 300 articoli di cui non è semplice spiegare il
grande significato, ma contiene importanti novità. Include la Carta
dei diritti fondamentali dell'Unione; riorganizza un insieme di
istituzioni che si sono venute formando negli ultimi cinquant'anni;
attribuisce alla Ue una propria personalità giuridica come attore
sulla scena mondiale, ne definisce gli obiettivi, i poteri e procedure
di decisione semplificate; lascia aperta la strada a collaborazioni rafforzate
di gruppi di Paesi che intendono procedere più rapidamente e questo
fa sperare in importanti sviluppi futuri. |
asia e oceania
Filippine: è scontro sulla politica demografica |
| Fa discutere la proposta di legge sulla «salute
riproduttiva» sottoposta al Congresso filippino il 1° luglio,
fra i primi atti della presidenza Arroyo. Presupposto della legge è
il dato che la popolazione filippina cresce a un ritmo vertiginoso (dai
60,7 milioni del 1990 agli 82,6 attuali), comunque insostenibile per il
Paese che continuando l'attuale tasso di crescita del 2,36% annuo,
nel 2036 raggiungerebbe i 160 milioni di abitanti. Il 40% dei filippini
vive sotto la soglia di povertà e 12 milioni sono disoccupati o
sottoccupati. Oggi il 45% della popolazione dell'arcipelago ha meno
di 18 anni, ma la scarsità delle risorse (il bilancio statale destina
alla salute di ciascun filippino 0,06 euro al giorno, contro i quasi 6
euro del Giappone) fa sì che 3,7 milioni di bambini entro i 6 anni
siano sottopeso e 3,8 abbiano una crescita insufficiente. Nel Paese ci
sono 5 milioni di bambini-lavoratori e 1,5 milioni di bambini di strada.
Di fronte a questa situazione, la proposta di legge suggerisce di adottare
«una politica integrata e globale di salute riproduttiva legata
a uno sviluppo umano sostenibile e a un controllo della popolazione che
tenga in conto la dignità di ciascuno». Il documento pone
come obiettivo due figli per coppia, in quanto «dimensione ideale
della famiglia». Ma la proposta non si limita a indicazioni di principio.
I produttori di contraccettivi avrebbero sgravi fiscali sulla produzione
e sarebbe incentivata l'importazione di contraccettivi. Dura la
reazione della Chiesa. In un messaggio, il presidente della Conferenza
episcopale, mons. Fernando Capalla, ha definito il progetto di legge «non
praticabile» e «dannoso». «La proposta suggerisce
che la crescita demografica sia causa prima della povertà del Paese
- afferma mons. Capalla - mentre le radici della povertà dei filippini
si ritrovano nella diffusa corruzione, nell'inadeguatezza dei servizi
essenziali come l'istruzione e la salute, nell'ingiusta e
ineguale distribuzione della terra e delle altre risorse naturali, nella
disoccupazione e nel peso del debito estero». Non è solo
la Chiesa ad opporsi al provvedimento, che comunque richiederà
un lungo iter prima di venire riproposto in forma organica all'approvazione
del Congresso. Contrari sono vari gruppi femminili e femministi e il ministro
al Benessere sociale, Dinky Soliman. |