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 Ottobre 2004 - Cosmorama

Focus

americhe

Venezuela: Chávez vince per ko

Salvo colpi di scena - sempre dietro l'angolo in un Paese che ha vissuto tre anni in un clima di guerra civile latente - Hugo Chávez governerà il Venezuela fino al 2006 e lo farà con la piena legittimità che gli deriva dall'appoggio della «massa», la stessa che l'ex paracadutista col basco rosso è abituato a infiammare nei suoi interminabili discorsi. Il rischio che il referendum fortemente voluto dall'opposizione, riunita nella Coordinadora Democrática (Cd), si trasformasse in un boomerang è divenuto realtà il 15 agosto. I «sì» di chi voleva cacciare Chávez sono stati sommersi da una valanga di voti contrari: 5 milioni e 800mila, pari al 59,3% dei votanti. E a nulla sono servite le accuse di brogli (nel mirino il nuovo sistema di voto elettronico), subito spente da autorevoli osservatori neutrali (Organizzazione degli Stati americani e Centro Carter) che hanno parlato di «risultato valido, che va accettato».
Sconfitta amara ma prevista quella dell'opposizione, le cui ambiguità e contraddizioni non hanno convinto la maggioranza dei venezuelani: difficile accusare Chávez di autoritarismo e di violazione delle regole democratiche, quando sono stati proprio i leader della Cd a organizzare un colpo di Stato (fallito) nell'aprile 2002; difficile ottenere la fiducia dei ceti popolari (che invece ammirano Chávez) quando è noto a tutti che i più strenui oppositori del presidente sono esponenti di quella vecchia oligarchia che per anni ha gestito a proprio piacimento gli enormi proventi del petrolio, risorsa strategica del Paese. E proprio la necessità di controllare il prezzo dell'oro nero, schizzato alle stelle in estate, sembra aver convinto gli Stati Uniti dell'opportunità di adottare una linea più morbida verso Caracas, evitando pericolosi salti nel buio: non a caso le reazioni del Dipartimento di Stato Usa all'esito del referendum, seppure non entusiastiche, sono state improntate alla prudenza.
Ora però arriva anche il momento della verità per l'ex-colonnello. Senza più la scusa di un'opposizione che gli impedisce di lavorare, Chávez dovrà scoprire il suo vero volto: abile populista interessato solo al proprio potere personale, e oltretutto un po' incompetente, oppure sincero ed efficace riformatore?


africa

Inaugurato il Parlamento Somalia a una svolta?
Dopo 13 anni di anarchia, la Somalia potrebbe incamminarsi sulla via della normalizzazione. Il 22 agosto a Nairobi in Kenya, per ragioni di sicurezza, è stato inaugurato il Parlamento che avrà il compito di eleggere il presidente della Repubblica che a sua volta nominerà un premier. L'apertura ufficiale del Parlamento è il frutto di un accordo arrivato dopo una serie di colloqui tra le fazioni condotta sotto l'egida dell'Igad (Organizzazione per lo sviluppo dell'Africa Orientale). L'assemblea, presieduta da Sharif Hassan Shaikh Aden, è composta da 275 deputati. I seggi sono ripartiti tra i clan: i quattro principali ne avranno ciascuno 61, un'alleanza di gruppi minori si dividerà i restanti. Non tutti sono però soddisfatti. Tanto è vero che all'inaugurazione erano assenti 69 membri (parte dei quali poi hanno dato però la loro adesione) e la stessa cerimonia è stata in forse fino all'ultimo.
Il nuovo Parlamento dovrà affrontare problemi enormi. Il più grande è il controllo del territorio. La Somalia è uno Stato in preda all'anarchia. A farla da padroni sono i clan che, nelle aree controllate, dettano legge e favoriscono il traffico di droga e armi. Ai clan, negli ultimi tempi, si è aggiunta la minaccia del terrorismo che, secondo i rapporti dei servizi segreti occidentali, avrebbe utilizzato la Somalia come base logistica. La Somalia è anche un Paese spaccato: due regioni, il Somaliland al Nord e il Puntland a Nord Est, da tempo si sono proclamate indipendenti. Il Somaliland ha dimostrato di sapersi autogestire e ha più volte rifiutato la proposta di far parte di uno Stato unico insieme alle regioni del Sud. Discorso in parte valido anche per il Puntland. Spetterà al Parlamento riallacciare relazioni con queste regioni e cercare di convincerne i leader ad abbandonare i sogni di indipendenza.
La nuova assemblea si troverà a fare i conti anche con una situazione socio-economica disastrosa. L'età media della popolazione è scesa a 48 anni per le donne e a 45 per gli uomini e, ogni anno, muoiono 118 bambini ogni mille nati. La violenza dilaga. L'economia di sussistenza è condizionata dai clan. Si stima che il reddito pro capite sia crollato a 110 dollari Usa.

Medio Oriente

Tunisia, Ben Ali si prepara al quarto mandato
Il 24 ottobre si terranno le elezioni presidenziali in Tunisia, dove il presidente Zine El Abidine Ben Ali, al potere dal 1987 dopo aver estromesso il «padre della Patria» Habib Bouguiba, è in corsa per un nuovo mandato. Nel 2002 Ben Ali aveva promosso un referendum costituzionale per riservarsi la possibilità di concorrere una quarta volta. Rieletto nel 1999 con il 99,44% dei voti, Ben Ali rivendica di aver assicurato al Paese stabilità sociale e una relativa prosperità economica, ma le opposizioni lo accusano di aver manipolato la Costituzione per «mantenersi in carica e restaurare la presidenza a vita». Attualmente una legge speciale richiede che, per poter presentare candidati alle elezioni presidenziali, i partiti politici debbano avere una rappresentanza parlamentare. Ciò esclude i partiti dell'opposizione «legale» non rappresentati in Parlamento che però possono partecipare alle legislative. Il partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (Rcd), ha una maggioranza schiacciante (148 seggi su 182), mentre cinque formazioni dell'opposizione si dividono i rimanenti seggi. Il Partito di Unità Popolare (Pup, opposizione legale) ha annunciato la decisione di partecipare alle legislative che si terranno in contemporanea alle presidenziali, carica per la quale ha designato come candidato il segretario generale, Mohamed Bouchiha. Oltre al Pup (7 seggi), due altre formazioni d'opposizione hanno designato loro candidati, l'Ettajadid (5 seggi) e il Partito Sociale Liberale (Psl, 2 seggi). Il principale partito d'opposizione, il Movimento dei Socialisti Democratici (Mds, 13 seggi) sosterrà Ben Ali, mentre il Partito d'Unità Popolare (Udu, 7 seggi) è in piena crisi e non ha ancora deciso la sua partecipazione alle elezioni. Le due altre formazioni d'opposizione «legale», il Partito Democratico Progressista (Pdp) e il Forum democratico per il lavoro e la libertà (Fdtl), non dispongono di seggi in Parlamento e sono dunque esclusi dalla competizione elettorale. Il segretario dell'Fdtl, Mustapha Ben Jaafar, ha chiesto un «risanamento del clima politico», l'amnistia generale, la revisione della legge elettorale e della Costituzione, «in vista dell'abolizione delle condizioni discriminatorie circa la candidatura a Presidente della Repubblica».

europa

Costituzione europea: il 29 ottobre la firma
Il 29 ottobre 2004 sarà firmato a Roma in Campidoglio, nel luogo dove nacque nel 1957 la Comunità Economica Europea (Cee), il trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa. I 25 Paesi membri dell'Unione Europea arrivano a questo appuntamento solenne dopo due anni e mezzo di lavoro svolto prima dalla Convenzione che ha redatto il testo e quindi dalla Conferenza intergovernativa che l'ha sottoposto ad alcune modifiche.
Per entrare definitivamente in vigore, il trattato dovrà essere in seguito ratificato con referendum o con voto parlamentare da ciascuno dei Paesi membri. In alcuni, come Francia, Spagna o Gran Bretagna sono previste consultazione popolari, mentre in Italia e in Germania è più probabile che sarà il parlamento a decidere. La fase delle ratifiche non ha un esito scontato. Trattandosi necessariamente di un compromesso, la nuova Costituzione ha scontentato molti fra coloro che non vogliono maggiore integrazione e coloro che invece desiderano un'Europa decisamente più unita e protagonista nel mondo. Se - come è probabile - il trattato non sarà approvato da tutti gli Stati, sarà necessario ridefinire i rapporti tra Paesi del nucleo avanzato e chi rifiuta di procedere sulla strada dell'integrazione. Tuttavia, anche se gli euroscettici alzano la voce, in realtà i Governi nazionali conservano l'esclusivo controllo su settori importanti come la politica estera, la difesa e la politica fiscale. Le preoccupazioni maggiori dovrebbero invece venire dall'indifferenza della maggioranza dei cittadini verso il processo di integrazione, considerato troppo complesso e distante dalla vita degli europei. La cosiddetta Costituzione è un testo di oltre 300 articoli di cui non è semplice spiegare il grande significato, ma contiene importanti novità. Include la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione; riorganizza un insieme di istituzioni che si sono venute formando negli ultimi cinquant'anni; attribuisce alla Ue una propria personalità giuridica come attore sulla scena mondiale, ne definisce gli obiettivi, i poteri e procedure di decisione semplificate; lascia aperta la strada a collaborazioni rafforzate di gruppi di Paesi che intendono procedere più rapidamente e questo fa sperare in importanti sviluppi futuri.

asia e oceania

Filippine: è scontro sulla politica demografica
Fa discutere la proposta di legge sulla «salute riproduttiva» sottoposta al Congresso filippino il 1° luglio, fra i primi atti della presidenza Arroyo. Presupposto della legge è il dato che la popolazione filippina cresce a un ritmo vertiginoso (dai 60,7 milioni del 1990 agli 82,6 attuali), comunque insostenibile per il Paese che continuando l'attuale tasso di crescita del 2,36% annuo, nel 2036 raggiungerebbe i 160 milioni di abitanti. Il 40% dei filippini vive sotto la soglia di povertà e 12 milioni sono disoccupati o sottoccupati. Oggi il 45% della popolazione dell'arcipelago ha meno di 18 anni, ma la scarsità delle risorse (il bilancio statale destina alla salute di ciascun filippino 0,06 euro al giorno, contro i quasi 6 euro del Giappone) fa sì che 3,7 milioni di bambini entro i 6 anni siano sottopeso e 3,8 abbiano una crescita insufficiente. Nel Paese ci sono 5 milioni di bambini-lavoratori e 1,5 milioni di bambini di strada. Di fronte a questa situazione, la proposta di legge suggerisce di adottare «una politica integrata e globale di salute riproduttiva legata a uno sviluppo umano sostenibile e a un controllo della popolazione che tenga in conto la dignità di ciascuno». Il documento pone come obiettivo due figli per coppia, in quanto «dimensione ideale della famiglia». Ma la proposta non si limita a indicazioni di principio. I produttori di contraccettivi avrebbero sgravi fiscali sulla produzione e sarebbe incentivata l'importazione di contraccettivi. Dura la reazione della Chiesa. In un messaggio, il presidente della Conferenza episcopale, mons. Fernando Capalla, ha definito il progetto di legge «non praticabile» e «dannoso». «La proposta suggerisce che la crescita demografica sia causa prima della povertà del Paese - afferma mons. Capalla - mentre le radici della povertà dei filippini si ritrovano nella diffusa corruzione, nell'inadeguatezza dei servizi essenziali come l'istruzione e la salute, nell'ingiusta e ineguale distribuzione della terra e delle altre risorse naturali, nella disoccupazione e nel peso del debito estero». Non è solo la Chiesa ad opporsi al provvedimento, che comunque richiederà un lungo iter prima di venire riproposto in forma organica all'approvazione del Congresso. Contrari sono vari gruppi femminili e femministi e il ministro al Benessere sociale, Dinky Soliman.




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