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«Lo straordinario livello di prestigio e di credibilità
internazionali ottenuto dagli Stati Uniti al termine della seconda guerra
mondiale fu dissipato Paese dopo Paese, intervento militare dopo intervento
militare. L'opportunità di ricostruire il mondo devastato
dalla guerra, di gettare le fondamenta della pace, della prosperità
e della giustizia, crollò sotto il terribile peso dell'anticomunismo».
Si apre con questa riflessione quello che si potrebbe definire un reportage
lungo 60 anni sui metodi con cui l'ormai unica super-potenza mondiale
ha cercato nel secondo dopoguerra di opporsi al pericolo, vero o presunto,
del comunismo prima e del terrorismo poi.
L'A. è un ex-funzionario del Dipartimento di Stato Usa,
che nel 1967 lasciò l'incarico per protesta contro la guerra
in Vietnam. Autore di varie inchieste sulla Cia e su eventi specifici
(ad esempio il colpo di Stato di Pinochet in Cile), ha preparato quest'opera
imponente con trent'anni di ricerche. A lui si è affiancato,
in questa che è la quarta edizione italiana, l'inglese
Nafeez Mosaddeq Ahmed, studioso di politica internazionale, che ha completato
il volume con le vicende degli ultimi anni. Si parte così dalla
presenza di 50mila marines in Cina nel 1945 a sostegno del generale
Chang, rivale di Mao Tse-tung, per arrivare, inevitabilmente, alla guerra
in Iraq, passando attraverso episodi noti e meno noti (pochi probabilmente
conoscono i retroscena delle «interferenze» nordamericane
in Albania nel 1949, in Ghana nel 1966 o in Perú negli anni Novanta).
I numeri (67 capitoli, oltre 900 pagine, di cui 150 di note bibliografiche,
tre appendici) danno l'idea della mole e della documentazione
dell'opera. Che si condividano o meno i giudizi di merito espressi
sulla politica di molte amministrazioni Usa, il libro-denuncia di Blum
ci sembra un ottimo servizio affinché quella che i più
ancora considerano un esempio di democrazia per il mondo si conservi
tale.
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