Giovanni Paolo II, ormai malato, suscitava immensa pena:
milioni di telespettatori l'hanno provata, ad esempio, quando
hanno assistito alla beatificazione di Madre Teresa di Calcutta. Il
2 aprile il viaggio del Papa s'è concluso al Calvario,
dopo un quarto di secolo passato al timone della barca di Pietro, indirizzandola
verso il largo: Duc in altum.
Piuttosto raro nella storia dei Papi è l'evento di un venticinquennio
di episcopato romano. Eccezionale il lungo primato di san Pietro che,
secondo il cronografo del 354, per 34 o 32 anni ha esercitato il mandato
di Gesù («Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò
la mia Chiesa»; «Pasci i miei agnelli, le mie pecorelle»).
Pietro ha avuto tre sedi primaziali: Gerusalemme, Antiochia (l'attuale
Antakia, in Turchia) e Roma dove fu crocifisso, nel 64 o 67, sotto Nerone.
Un Papa comunque «grande»
Più vicini a noi si insediarono come più longevi i pontificati
di Pio IX (31 anni, dal 1846 al 1878) e di Leone XIII (25 anni e cinque
mesi, dal 1878 al 1903). Giovanni Paolo II ha oltrepassato la durata
di Papa Pecci. Durante il suo visibile declino sembra che si sia divertito
a prendere amabilmente in giro i giornalisti che si aspettavano una
rinuncia mai venuta. La fibra del Papa ha resistito, prima di cedere
del tutto. Ma importanti restano le realizzazioni del suo pontificato.
Da una conferenza di vescovi è emersa l'idea di apporre
il titolo di «Magno» al nome di Giovanni Paolo II, come
già in passato avvenne per i papi Leone I e Gregorio VII o per
santi come Basilio e Alberto. L'appellativo di Grande è
più che meritato. Billy Graham, leader protestante, non ha dubbi:
«La Storia giudicherà Giovanni Paolo II il Papa più
grande dei nostri tempi». Il giudizio risulta evidente da quanto
è stato pubblicato dalla stampa di ogni tendenza e colore, con
servizi sulle sfaccettature della sua alta figura, che balzano dalla
varietà dei titoli attribuiti a Papa Wojtyla e alle titolazioni
dei servizi giornalistici. Ne citiamo solo qualcuno: «Il Pontefice
che ha esaltato la dignità dell'uomo», «Il
messaggero dell'uomo d'oggi», «L'uomo
protagonista della libertà», «Il guerriero della
pace», «Il primo Papa slavo della storia», «Venticinque
anni di parole azzardate», «Non abbiate paura».
Al monumento che ricorda il Papa appena defunto, vogliamo portare anche
noi la nostra pietra: Giovanni Paolo II è stato un grande Papa
ecumenico. Pochi come lui hanno influito sul movimento dell'unità
dei cristiani. Porta il suo nome la prima enciclica ecumenica del 1995
Ut unum sint. Egli ha infranto barriere psicologiche sotto l'aspetto
sia ecumenico sia interreligioso. Il suo impegno per l'unità
cristiana ha assunto un carattere quotidiano, forse più importante
di certi avvenimenti di spicco realizzati nel dialogo interreligioso,
come la visita alla sinagoga di Roma nel 1986, il discorso rivolto a
centomila giovani musulmani nello stadio di Casablanca in Marocco, il
biglietto inserito nel Muro del Pianto a Gerusalemme, la celebrazione
dell'Anno Santo del 2000 quando si fece accompagnare all'apertura
della Porta Santa nella basilica di San Paolo fuori le Mura da Athanasios,
metropolita ortodosso, e da mons. Carey, primate anglicano. Segni come
questi mantengono la loro forte efficacia. L'opera che ha del
prodigioso - e si deve al prestigio personale di Giovanni Paolo II -
è il crollo del regime comunista nei Paesi dell'Est europeo
sotto l'aspetto sia democratico sia, soprattutto, religioso; infatti
il Papa della Chiesa cattolica ha efficacemente collaborato a liberare
le varie Chiese ortodosse dall'oppressione del regime marxista
e conseguentemente ha reso loro possibile quel minimo di libertà
religiosa perché si riorganizzassero dopo la bufera e si ravvivassero
in tutti i loro aspetti ecclesiastici.
La vocazione all'incontro
Nell'esercizio del suo triplice compito pastorale (vescovo di
Roma, primate d'Italia, pastore della Chiesa universale) Giovanni
Paolo II non dimenticava la dimensione ecumenica. Egli ha fondato l'annuncio
di Cristo, prima di tutto, sull'uomo (cattolici, cristiani di
altre confessioni, ebrei, musulmani, aderenti ad altre religioni, non
credenti, agnostici e atei: tutti loro non possono non ammettere di
essere, anzitutto, uomini). Perciò l'interpretazione più
appropriata della sua esortazione iniziale «Aprite le porte a
Cristo» è rivolta all'intera umanità. Infatti,
secondo Giovanni Paolo II, il Movimento ecumenico, proclamato dal Concilio
Vaticano II, è stato dichiarato definitivo, irreversibile e irrevocabile.
Deve essere una priorità pastorale, collocata nel quadro della
missione della Chiesa: unità e missione non sono dissociabili.
Per questo ogni cristiano deve concepire l'ecumenismo non come
un'appendice qualsiasi dell'attività tradizionale
della Chiesa, ma come parte integrante della sua vita e della sua azione.
Giovanni Paolo II, pastore universale, ci ha dimostrato come l'ecumenismo
sia stato integrato nel suo ministero quotidiano e ce ne ha dato l'esempio
nel Diritto canonico sia occidentale, sia orientale, nelle encicliche,
nei discorsi, nelle visite pastorali, nelle dichiarazioni, nei suoi
incontri con i rappresentanti di altre confessioni. Pregno di significato
è quello all'aeropago con Chrisostomos Christodoulos, arcivescovo
di Atene e capo della Chiesa ortodossa autocefala di Grecia.
Per farsi tutto a tutti e adempiere il suo dovere di successore di Pietro,
si è fatto pellegrino dell'unità: ha viaggiato per
tutti i continenti, come san Paolo al suo tempo. In 102 viaggi ha visitato
131 nazioni raggiungendo 617 località. Come primate d'Italia
per 141 volte ha girovagato nel nostro Paese toccando 259 città.
Come vescovo di Roma è passato di parrocchia in parrocchia della
sede romana di Pietro. Ha compiuto varie visite nei Paesi ortodossi,
difficilissime, nonostante l'abolizione delle reciproche scomuniche
comminate nel 1054 e abolite da Papa Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras.
Ma il loro peso si avverte ancora. sia per il distacco millenario dalla
Chiesa di Roma, sia per le intricate situazioni interne alla Ortodossia.
Ricordiamo Monte Athos, dove alcuni pensano al Papa come all'Anticristo.
Ricordiamo Atene, dove Giovanni Paolo II trovò opposizione a
recitare, insieme cattolici e ortodossi, il Padre Nostro in greco. Ricordiamo
anche Mosca, che gli è rimasta in cuore con l'acuto desiderio
di raggiungerla. Ma il patriarcato russo è tuttora in contrasto
con Costantinopoli per questioni di giurisdizione, ed è avversario
di Roma per inesatte interpretazioni di proselitismo, di territorio
canonico e per l'erezione di cinque diocesi cattoliche in antiche
comunità di fedeli a Roma, dislocati dagli zar.
Per il suo inesauribile annuncio di Cristo Giovanni Paolo II ha tenuto
4.200 discorsi nel mondo, 900 in Italia e in innumerevoli incontri,
udienze e celebrazioni giubilari del 1984 e del 2000, divenendo così
il più grande evangelizzatore di tutti i tempi, da un capo all'altro
del mondo. È un vero peccato che egli non sia riuscito a recarsi
in Russia e in Cina, due nazioni per le quali nutriva una vera passione.
Per raggiungere il Cremlino e i suoi splendori, per riuscire a dialogare
con il Patriarca Alessio di Mosca, Giovanni Paolo II ha visitato le
varie Chiese ortodosse con l'intenzione di dimostrare la sua disponibilità
fraterna di rispetto, la sua volontà di servire la Chiesa di
Cristo. E nel 2000 ha domandato perdono per tutte le responsabilità
e gli errori fatti dai cattolici, perché non c'è
vero ecumenismo, nel senso più autentico del termine, senza conversione
interiore.
La mano tesa del dialogo
Tra i risultati più belli conseguiti da Papa Wojtyla sono da
segnalare il ritrovamento della fraternità con l'espressione
«Chiese sorelle», così densamente teologica. Infatti,
essa contiene il riconoscimento dell'altra, nella successione
apostolica, l'identica struttura sacramentale relativa all'Eucaristia
e al ministero sia presbiterale sia episcopale. Altra meta ecumenica
raggiunta è la riconciliazione con le Chiese precalcedoniane
(copti, siriaci, armeni, etiopici, malankaresi, siriani ortodossi).
Nove Chiese erano presenti nell'importante incontro a Balamand,
in Libano, nel 1993. Alle loro conclusioni aderirono nel 1994 i cosiddetti
nestoriani (Chiesa siriaca ortodossa). Tra Chiesa cattolica e comunità
uscite dalla Riforma, il 31 ottobre 1999 è stata firmata una
Dichiarazione sulla «Giustificazione», che il card. Walter
Kasper ha giudicato di grande portata.
Resta sempre, come saldo ostacolo all'unità dei cristiani,
la definizione nel Concilio Vaticano I del primato romano, intrisa talora
di ricordi dolorosi per altri seguaci di Gesù. Giovanni Paolo
II nella solenne enciclica Ut unum sint umilmente ha chiesto di essere
aiutato da tutti i fedeli di ogni colore, a «individuare il modo
più idoneo di servirli, secondo la volontà di Gesù,
nel realizzare l'unità di tutti coloro che portano il nome
di Cristo, un compito che non riesco a portare da solo». Un aiuto
papale particolare per la causa dell'unità cristiana è
scaturito dalla scelta dei cardinali prefetti della Congregazione Romana
per Promuovere l'Unità dei Cristiani. La fila dei responsabili
aperta dal card. Agostino Bea con ottimi risultati, oggi è degnamente
rappresentata dal card. Kasper. Di lui ricordiamo lodevoli il bilancio
ecumenico e l'intervento alla riunione ecumenica di Berlino.
L'umiltà coraggiosa del Papa ha conquistato i non credenti,
specialmente nella fase terminale della sua vita. Non si può
non ammirare il suo coraggio. L'unica sua aspirazione era compiere
la volontà di Dio ed eseguire il mandato ricevuto da Cristo:
«Tutti siano uno». Anche ai non cattolici egli ha ripetuto:
«Non temete!».
L'unità dei cristiani non è la vittoria della Chiesa
cattolica sulle altre comunità cristiane (concetto più
che superato), ma la vittoria di Cristo su tutte le Chiese, cattolica
compresa. Il dialogo interecclesiale come l'ha impostato Giovanni
Paolo II non è solo uno scambio di idee, ma di doni. Quando inizia
il dialogo, ciascuna delle due parti deve presupporre nell'interlocutore
la volontà della riconciliazione e di unità nella verità.
In questo modo nessuno dovrebbe avere paura del dialogo che ha il carattere
di una ricerca fatta insieme e, nel rispetto di tutti, dovrebbe portare
a un esame di coscienza e divenire conversione, convergere verso Gesù
Cristo. Quando al Papa gradualmente è venuta meno la parola,
egli ha continuato a parlare per mezzo di altri e per scritto, come
ha fatto consegnando ai neo-porporati un rotolo insieme con l'anello
cardinalizio. All'ultimo periodo della vita di Giovanni Paolo
II si addice quanto san Bernardo in un'omelia natalizia ha detto
di Gesù in tre parole: Nascitur Verbum Infans (nasce la Parola
che non parla). Il Papa si è rivelato annunciatore di Cristo
e della sua Chiesa fino all'ultimo momento, non più con
la parola, ma con la vita.
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