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 Giugno/Luglio 2005 - Speciale

 
Missione e dialogo tra due Papi
Come annunciato nel numero di maggio, Popoli ritorna sulla figura di Giovanni Paolo II presentando un'analisi più approfondita del suo lungo pontificato e del suo contributo alla crescita spirituale della Chiesa in tutti i continenti.
Con questo dossier abbiamo però voluto andare oltre, cercando di capire l'eredità che l'anziano Papa polacco ha lasciato al suo successore Benedetto XVI e le aspettative che i cattolici nei diversi continenti (così come gli altri cristiani, i credenti in altre religioni e i non credenti) nutrono nei confronti
del nuovo Vescovo di Roma.
Un piccolo contributo per comprendere ancora meglio una grande figura come quella di Giovanni Paolo II, ma anche per cercare di interpretare questo delicato momento di passaggio della Chiesa cattolica.

 
Wojtyla Papa ecumenico
Un pontificato lungo e complesso, quello di Papa Wojtyla. Inevitabilmente un termine di paragone per il successore sul soglio di Pietro.
Eccone i tratti salienti nell'analisi di chi per quasi quarant'anni ha seguito per Popoli le vicende del dialogo tra le fedi.

Giovanni Paolo II, ormai malato, suscitava immensa pena: milioni di telespettatori l'hanno provata, ad esempio, quando hanno assistito alla beatificazione di Madre Teresa di Calcutta. Il 2 aprile il viaggio del Papa s'è concluso al Calvario, dopo un quarto di secolo passato al timone della barca di Pietro, indirizzandola verso il largo: Duc in altum.
Piuttosto raro nella storia dei Papi è l'evento di un venticinquennio di episcopato romano. Eccezionale il lungo primato di san Pietro che, secondo il cronografo del 354, per 34 o 32 anni ha esercitato il mandato di Gesù («Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa»; «Pasci i miei agnelli, le mie pecorelle»). Pietro ha avuto tre sedi primaziali: Gerusalemme, Antiochia (l'attuale Antakia, in Turchia) e Roma dove fu crocifisso, nel 64 o 67, sotto Nerone.

Un Papa comunque «grande»
Più vicini a noi si insediarono come più longevi i pontificati di Pio IX (31 anni, dal 1846 al 1878) e di Leone XIII (25 anni e cinque mesi, dal 1878 al 1903). Giovanni Paolo II ha oltrepassato la durata di Papa Pecci. Durante il suo visibile declino sembra che si sia divertito a prendere amabilmente in giro i giornalisti che si aspettavano una rinuncia mai venuta. La fibra del Papa ha resistito, prima di cedere del tutto. Ma importanti restano le realizzazioni del suo pontificato.
Da una conferenza di vescovi è emersa l'idea di apporre il titolo di «Magno» al nome di Giovanni Paolo II, come già in passato avvenne per i papi Leone I e Gregorio VII o per santi come Basilio e Alberto. L'appellativo di Grande è più che meritato. Billy Graham, leader protestante, non ha dubbi: «La Storia giudicherà Giovanni Paolo II il Papa più grande dei nostri tempi». Il giudizio risulta evidente da quanto è stato pubblicato dalla stampa di ogni tendenza e colore, con servizi sulle sfaccettature della sua alta figura, che balzano dalla varietà dei titoli attribuiti a Papa Wojtyla e alle titolazioni dei servizi giornalistici. Ne citiamo solo qualcuno: «Il Pontefice che ha esaltato la dignità dell'uomo», «Il messaggero dell'uomo d'oggi», «L'uomo protagonista della libertà», «Il guerriero della pace», «Il primo Papa slavo della storia», «Venticinque anni di parole azzardate», «Non abbiate paura».
Al monumento che ricorda il Papa appena defunto, vogliamo portare anche noi la nostra pietra: Giovanni Paolo II è stato un grande Papa ecumenico. Pochi come lui hanno influito sul movimento dell'unità dei cristiani. Porta il suo nome la prima enciclica ecumenica del 1995 Ut unum sint. Egli ha infranto barriere psicologiche sotto l'aspetto sia ecumenico sia interreligioso. Il suo impegno per l'unità cristiana ha assunto un carattere quotidiano, forse più importante di certi avvenimenti di spicco realizzati nel dialogo interreligioso, come la visita alla sinagoga di Roma nel 1986, il discorso rivolto a centomila giovani musulmani nello stadio di Casablanca in Marocco, il biglietto inserito nel Muro del Pianto a Gerusalemme, la celebrazione dell'Anno Santo del 2000 quando si fece accompagnare all'apertura della Porta Santa nella basilica di San Paolo fuori le Mura da Athanasios, metropolita ortodosso, e da mons. Carey, primate anglicano. Segni come questi mantengono la loro forte efficacia. L'opera che ha del prodigioso - e si deve al prestigio personale di Giovanni Paolo II - è il crollo del regime comunista nei Paesi dell'Est europeo sotto l'aspetto sia democratico sia, soprattutto, religioso; infatti il Papa della Chiesa cattolica ha efficacemente collaborato a liberare le varie Chiese ortodosse dall'oppressione del regime marxista e conseguentemente ha reso loro possibile quel minimo di libertà religiosa perché si riorganizzassero dopo la bufera e si ravvivassero in tutti i loro aspetti ecclesiastici.

La vocazione all'incontro
Nell'esercizio del suo triplice compito pastorale (vescovo di Roma, primate d'Italia, pastore della Chiesa universale) Giovanni Paolo II non dimenticava la dimensione ecumenica. Egli ha fondato l'annuncio di Cristo, prima di tutto, sull'uomo (cattolici, cristiani di altre confessioni, ebrei, musulmani, aderenti ad altre religioni, non credenti, agnostici e atei: tutti loro non possono non ammettere di essere, anzitutto, uomini). Perciò l'interpretazione più appropriata della sua esortazione iniziale «Aprite le porte a Cristo» è rivolta all'intera umanità. Infatti, secondo Giovanni Paolo II, il Movimento ecumenico, proclamato dal Concilio Vaticano II, è stato dichiarato definitivo, irreversibile e irrevocabile. Deve essere una priorità pastorale, collocata nel quadro della missione della Chiesa: unità e missione non sono dissociabili. Per questo ogni cristiano deve concepire l'ecumenismo non come un'appendice qualsiasi dell'attività tradizionale della Chiesa, ma come parte integrante della sua vita e della sua azione.
Giovanni Paolo II, pastore universale, ci ha dimostrato come l'ecumenismo sia stato integrato nel suo ministero quotidiano e ce ne ha dato l'esempio nel Diritto canonico sia occidentale, sia orientale, nelle encicliche, nei discorsi, nelle visite pastorali, nelle dichiarazioni, nei suoi incontri con i rappresentanti di altre confessioni. Pregno di significato è quello all'aeropago con Chrisostomos Christodoulos, arcivescovo di Atene e capo della Chiesa ortodossa autocefala di Grecia.
Per farsi tutto a tutti e adempiere il suo dovere di successore di Pietro, si è fatto pellegrino dell'unità: ha viaggiato per tutti i continenti, come san Paolo al suo tempo. In 102 viaggi ha visitato 131 nazioni raggiungendo 617 località. Come primate d'Italia per 141 volte ha girovagato nel nostro Paese toccando 259 città. Come vescovo di Roma è passato di parrocchia in parrocchia della sede romana di Pietro. Ha compiuto varie visite nei Paesi ortodossi, difficilissime, nonostante l'abolizione delle reciproche scomuniche comminate nel 1054 e abolite da Papa Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras. Ma il loro peso si avverte ancora. sia per il distacco millenario dalla Chiesa di Roma, sia per le intricate situazioni interne alla Ortodossia. Ricordiamo Monte Athos, dove alcuni pensano al Papa come all'Anticristo. Ricordiamo Atene, dove Giovanni Paolo II trovò opposizione a recitare, insieme cattolici e ortodossi, il Padre Nostro in greco. Ricordiamo anche Mosca, che gli è rimasta in cuore con l'acuto desiderio di raggiungerla. Ma il patriarcato russo è tuttora in contrasto con Costantinopoli per questioni di giurisdizione, ed è avversario di Roma per inesatte interpretazioni di proselitismo, di territorio canonico e per l'erezione di cinque diocesi cattoliche in antiche comunità di fedeli a Roma, dislocati dagli zar.
Per il suo inesauribile annuncio di Cristo Giovanni Paolo II ha tenuto 4.200 discorsi nel mondo, 900 in Italia e in innumerevoli incontri, udienze e celebrazioni giubilari del 1984 e del 2000, divenendo così il più grande evangelizzatore di tutti i tempi, da un capo all'altro del mondo. È un vero peccato che egli non sia riuscito a recarsi in Russia e in Cina, due nazioni per le quali nutriva una vera passione. Per raggiungere il Cremlino e i suoi splendori, per riuscire a dialogare con il Patriarca Alessio di Mosca, Giovanni Paolo II ha visitato le varie Chiese ortodosse con l'intenzione di dimostrare la sua disponibilità fraterna di rispetto, la sua volontà di servire la Chiesa di Cristo. E nel 2000 ha domandato perdono per tutte le responsabilità e gli errori fatti dai cattolici, perché non c'è vero ecumenismo, nel senso più autentico del termine, senza conversione interiore.

La mano tesa del dialogo
Tra i risultati più belli conseguiti da Papa Wojtyla sono da segnalare il ritrovamento della fraternità con l'espressione «Chiese sorelle», così densamente teologica. Infatti, essa contiene il riconoscimento dell'altra, nella successione apostolica, l'identica struttura sacramentale relativa all'Eucaristia e al ministero sia presbiterale sia episcopale. Altra meta ecumenica raggiunta è la riconciliazione con le Chiese precalcedoniane (copti, siriaci, armeni, etiopici, malankaresi, siriani ortodossi). Nove Chiese erano presenti nell'importante incontro a Balamand, in Libano, nel 1993. Alle loro conclusioni aderirono nel 1994 i cosiddetti nestoriani (Chiesa siriaca ortodossa). Tra Chiesa cattolica e comunità uscite dalla Riforma, il 31 ottobre 1999 è stata firmata una Dichiarazione sulla «Giustificazione», che il card. Walter Kasper ha giudicato di grande portata.
Resta sempre, come saldo ostacolo all'unità dei cristiani, la definizione nel Concilio Vaticano I del primato romano, intrisa talora di ricordi dolorosi per altri seguaci di Gesù. Giovanni Paolo II nella solenne enciclica Ut unum sint umilmente ha chiesto di essere aiutato da tutti i fedeli di ogni colore, a «individuare il modo più idoneo di servirli, secondo la volontà di Gesù, nel realizzare l'unità di tutti coloro che portano il nome di Cristo, un compito che non riesco a portare da solo». Un aiuto papale particolare per la causa dell'unità cristiana è scaturito dalla scelta dei cardinali prefetti della Congregazione Romana per Promuovere l'Unità dei Cristiani. La fila dei responsabili aperta dal card. Agostino Bea con ottimi risultati, oggi è degnamente rappresentata dal card. Kasper. Di lui ricordiamo lodevoli il bilancio ecumenico e l'intervento alla riunione ecumenica di Berlino.
L'umiltà coraggiosa del Papa ha conquistato i non credenti, specialmente nella fase terminale della sua vita. Non si può non ammirare il suo coraggio. L'unica sua aspirazione era compiere la volontà di Dio ed eseguire il mandato ricevuto da Cristo: «Tutti siano uno». Anche ai non cattolici egli ha ripetuto: «Non temete!».
L'unità dei cristiani non è la vittoria della Chiesa cattolica sulle altre comunità cristiane (concetto più che superato), ma la vittoria di Cristo su tutte le Chiese, cattolica compresa. Il dialogo interecclesiale come l'ha impostato Giovanni Paolo II non è solo uno scambio di idee, ma di doni. Quando inizia il dialogo, ciascuna delle due parti deve presupporre nell'interlocutore la volontà della riconciliazione e di unità nella verità. In questo modo nessuno dovrebbe avere paura del dialogo che ha il carattere di una ricerca fatta insieme e, nel rispetto di tutti, dovrebbe portare a un esame di coscienza e divenire conversione, convergere verso Gesù Cristo. Quando al Papa gradualmente è venuta meno la parola, egli ha continuato a parlare per mezzo di altri e per scritto, come ha fatto consegnando ai neo-porporati un rotolo insieme con l'anello cardinalizio. All'ultimo periodo della vita di Giovanni Paolo II si addice quanto san Bernardo in un'omelia natalizia ha detto di Gesù in tre parole: Nascitur Verbum Infans (nasce la Parola che non parla). Il Papa si è rivelato annunciatore di Cristo e della sua Chiesa fino all'ultimo momento, non più con la parola, ma con la vita.


Nereo Venturini S.I.





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