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 Giugno/Luglio 2005 - Speciale

 
Benedetto XVI
Quale missione?
Un pontificato che parte dal percorso tracciato dal predecessore, che ha come orizzonte il mondo e come strumenti quelli della missione, del dialogo, dell'ascolto. Un impegno difficile ma non impossibile per la Chiesa del terzo millennio.

La missione del nuovo Papa comincia laddove si è conclusa quella dell'apostolo missionario per definizione, san Paolo. Nella festa di san Marco evangelista, all'indomani dell'inaugurazione del pontificato, Benedetto XVI ha voluto recarsi nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura. Il gioco di richiami si intreccia: c'è il legame alla laboriosità semplice del santo di Norcia, patrono d'Europa, di cui Ratzinger ha preso il nome, e c'è il legame all'opera instancabile dell'apostolo delle genti, dei viaggi, fondatore, insieme a Pietro, della Chiesa di Roma. Queste le coordinate di base del nuovo pontificato. Partiamo dalla seconda.
In una lunga conversazione che l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ci concesse per la Radio Vaticana, nel novembre 2001, raccontò che tra i ricordi più vivi del rapporto di collaborazione ventennale con Giovanni Paolo II c'erano proprio gli incontri nei grandi viaggi del Papa all'estero. All'inizio di una nuova epoca della storia della Chiesa, avviata però già nel solco dell'operato del suo predecessore, Benedetto XVI desidera avere un dinamismo vicino a quello di Giovanni Paolo II. Non sappiamo se le contingenze geopolitiche e interconfessionali gli concederanno di varcare le soglie di quei pochi luoghi della Terra dove l'accesso a Wojtyla è stato negato. Certo è che i propositi sono all'insegna della massima apertura verso il dialogo con i più lontani dalla fede e con i popoli che professano altre fedi. «La prima sfida del nuovo Papa è proprio la nuova evangelizzazione», ha dichiarato il cardinal Tarcisio Bertone, per anni suo stretto collaboratore dell'ex Sant'Uffizio. «Si è impegnato a compiere gesti concreti e io credo che ci sorprenderà. È un uomo di grande libertà di spirito e con questa libertà stupirà il mondo, cristiano e non cristiano».

All'ascolto degli «altri»
Nell'omelia per l'elezione del nuovo Pontefice, Ratzinger aveva già palesato questo slancio, esortando i confratelli elettori a «essere animati dalla santa inquietudine di portare a tutti il dono della fede e dell'amicizia con Cristo». E nel discorso della messa di ringraziamento in Cappella Sistina il nuovo Papa si è rivolto «anche a coloro che seguono altre religioni o che semplicemente cercano una risposta alle domande fondamentali dell'esistenza e ancora non l'hanno trovata. A tutti mi rivolgo con semplicità e affetto, per assicurare che la Chiesa vuole continuare a tessere con loro un dialogo aperto e sincero, alla ricerca del vero bene dell'uomo e della società». In quel bellissimo messaggio in latino, salutato come vero e proprio programma di governo, Benedetto XVI ha dichiarato che non risparmierà «sforzi e dedizione per proseguire il promettente dialogo avviato dai miei venerati predecessori con le diverse civiltà». «Benedetto è un nome ebraico», precisa da Israele padre David Jaeger, per lungo tempo alla Custodia di Terrasanta, attento osservatore delle questioni mediorientali. «Traduce il nome "Baruc", familiare agli israeliani i quali, come i palestinesi, hanno condiviso con la piccola comunità cattolica locale l'entusiasmo per la scelta del nuovo Pastore della Chiesa universale. Sono sicuro che qui viene percepito come un interlocutore affidabilissimo. Spero che il Papa possa presto vedere riconosciuti da parte di Israele i diritti acquisiti dalla Chiesa nei secoli che hanno preceduto la creazione dello stesso Stato e che possa pure essere testimone della risoluzione dei problemi di povertà e disoccupazione che sfiancano non poco queste popolazioni».
E proprio a tutti i figli di Israele nel mondo Benedetto XVI, con una tempestività particolare, ha rivolto un messaggio inviato alla comunità ebraica di Roma: «Confido nell'aiuto dell'Altissimo per rafforzare la collaborazione». Il rabbino Di Segni ha apprezzato questo gesto dichiarando che «sottolinea un vincolo speciale e una tradizione che si vuole continuare». Sulla stessa linea Abdallah Kabakebbji, presidente dell'associazione dei Giovani Musulmani in Italia: «Bisogna partire dal dialogo - che ormai è un dato di fatto già esistente - per arrivare a una collaborazione fattiva, condividendo la condanna di ogni relativismo interno alle singole fedi religiose».

Le speranze e le richieste del mondo
È lo stesso dialogo assunto come elemento portante del nuovo sistema di relazioni internazionali cui fece appello Benedetto XV. Egli «non solo si oppose alla prima guerra mondiale - ricorda il cardinal Roberto Tucci, della Radio Vaticana, organizzatore dei viaggi apostolici internazionali di Giovanni Paolo II - ma rilanciò l'attenzione all'Oriente (istituì la prima Congregazione vaticana dedicata alle Chiese Orientali) e avviò la ripresa dei contatti per una pacificazione tra Santa Sede e Italia».
A prestare obbedienza al Papa nel corso della messa di inaugurazione del pontificato c'erano persone provenienti da tutti gli angoli del pianeta, tra cui ragazzi dal Congo e dallo Sri Lanka, una coppia con figlio dalla Corea, a rappresentare l'Africa e l'estremo Oriente. L'Africa cattolica (170 milioni di fedeli) ha sperato in un Papa africano, ma molti hanno comunque accolto con felicità questa scelta. La Conferenza episcopale dell'Africa Australe auspica che il Sommo Pontefice si pronunci a favore della cancellazione del debito dei Paesi più poveri. Non c'è da temere: «Il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori». Lo ha ricordato con forza proprio lui, Benedetto XVI, di fronte alla folla dei 400mila raccolta in piazza San Pietro: ovvero, la Chiesa è proprio dalla parte del debole, del perseguitato. In Oriente si presentano le sfide più insidiose sul fronte dell'inculturazione. E qui si pone la questione cruciale che costituisce uno dei pilastri irrinunciabili su cui il Papa intende fondare la propria missione: il dialogo tra le culture non può degenerare in contaminazioni pericolose per tutti. Vi sono evidentemente situazioni diverse. In India, per esempio, ampi strati della Chiesa cattolica, compresi alcuni vescovi, propugnano un'idea di dialogo tra cristianesimo e induismo che mette alla pari le due religioni e quindi svuota di senso il proposito di battezzare nuovi cristiani, dato che agli induisti basta già la loro fede. Poi c'è la Cina, il baluardo ancora refrattario a ogni ingerenza cattolica e dove la privazione della libertà dei cristiani è all'ordine del giorno.
Chissà se a Benedetto XVI sarà concesso di spingersi fin là! E chissà invece se l'America Latina, dall'altra parte del globo, saprà andare oltre il presunto rammarico circa la mancata elezione di un proprio rappresentante al timone della barca di Pietro, per accogliere con fraterna benevolenza il teutonico Ratzinger. Il card. Oscar Maradiaga, vescovo della capitale dell'Honduras, è pieno di speranze: «In conclave abbiamo ascoltato il Signore in un clima di preghiera e grande comunione». Quanto siano ancora consistenti le spinte sotterranee che muovono dai presupposti della teologia della liberazione è difficile dirlo. Certo è che Ratzinger non ha cambiato idea in proposito: «È stato un grande dramma. Là abbiamo cercato la strada giusta», ci diceva quattro anni fa, riferendosi alla repressione di quel movimento.

La porta aperta all'ecumenismo
Il primo «pellegrinaggio alle radici della missione» effettuato presso la tomba di Paolo è di straordinaria forza simbolica, se si considera che la seconda Basilica della cristianità è diventata la Basilica dell'unità dei cristiani dopo il gesto ecumenico dell'apertura della porta santa che Giovanni Paolo II compì nel Giubileo del 2000. Ecco la seconda traiettoria: Benedetto XVI ha promesso «l'impegno primario di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Egli è cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti». E il responsabile del Dipartimento dei Rapporti esteri del Patriarcato di Mosca, Kjrill, ha confermato che il pontefice è molto aperto e le parole di stima non sono mancate. Intanto l'arcivescovo cattolico di Mosca, Tadeusz Kondrusiewicz, spera «che si possano avvicinare i tempi di quella visita in riva alla Moscova tanto desiderata da Giovanni Paolo II, ma sempre preclusa dai dinieghi del Patriarcato». Nessuna difficoltà prevede invece la visita in Polonia, la terra natale di Wojtyla, forse meta del primo viaggio di Benedetto XVI all'estero. Ancora un omaggio al suo predecessore: «Mi sembra di sentire la sua mano forte che stringe la mia: Non avere paura!». Ma la meta sicura e tanto attesa è la Germania per la Giornata mondiale della gioventù che si terrà ad agosto a Colonia. Lui, ottavo pontefice tedesco della storia, andrà nel cuore dell'Europa, la terra che ha vissuto scisma religioso e divisioni politiche. «Proprio l'area geografica da cui proviene lo rende profondo conoscitore del mondo protestante e ci fa ben sperare», afferma il teologo valdese Paolo Ricca. Con ogni probabilità, sarà anche in quella circostanza che riproporrà all'attenzione di tutti il tema che da tempo gli sta a cuore: la ricristianizzazione del vecchio continente. «Il cristianesimo non può essere classificato come una religione europea. Ma in Europa ha ricevuto la sua impronta culturale più efficace e resta pertanto intrecciato in modo speciale a essa». Così si esprimeva il 1° aprile a Subiaco in occasione del conferimento del Premio San Benedetto per la promozione della cultura e della famiglia in Europa. E aggiungeva: «Nel dibattito attorno alla definizione dell'Europa non si gioca una nostalgica battaglia di retroguardia della storia, ma piuttosto una grande responsabilità per l'umanità di oggi».
La Chiesa è viva. E giovane. Auguri Santità!


Antonella Palermo
Radio Vaticana





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