
La missione del nuovo Papa comincia laddove si è
conclusa quella dell'apostolo missionario per definizione, san
Paolo. Nella festa di san Marco evangelista, all'indomani dell'inaugurazione
del pontificato, Benedetto XVI ha voluto recarsi nella Basilica romana
di San Paolo fuori le Mura. Il gioco di richiami si intreccia: c'è
il legame alla laboriosità semplice del santo di Norcia, patrono
d'Europa, di cui Ratzinger ha preso il nome, e c'è
il legame all'opera instancabile dell'apostolo delle genti,
dei viaggi, fondatore, insieme a Pietro, della Chiesa di Roma. Queste
le coordinate di base del nuovo pontificato. Partiamo dalla seconda.
In una lunga conversazione che l'allora Prefetto della Congregazione
per la Dottrina della Fede ci concesse per la Radio Vaticana, nel novembre
2001, raccontò che tra i ricordi più vivi del rapporto
di collaborazione ventennale con Giovanni Paolo II c'erano proprio
gli incontri nei grandi viaggi del Papa all'estero. All'inizio
di una nuova epoca della storia della Chiesa, avviata però già
nel solco dell'operato del suo predecessore, Benedetto XVI desidera
avere un dinamismo vicino a quello di Giovanni Paolo II. Non sappiamo
se le contingenze geopolitiche e interconfessionali gli concederanno
di varcare le soglie di quei pochi luoghi della Terra dove l'accesso
a Wojtyla è stato negato. Certo è che i propositi sono
all'insegna della massima apertura verso il dialogo con i più
lontani dalla fede e con i popoli che professano altre fedi. «La
prima sfida del nuovo Papa è proprio la nuova evangelizzazione»,
ha dichiarato il cardinal Tarcisio Bertone, per anni suo stretto collaboratore
dell'ex Sant'Uffizio. «Si è impegnato a compiere
gesti concreti e io credo che ci sorprenderà. È un uomo
di grande libertà di spirito e con questa libertà stupirà
il mondo, cristiano e non cristiano».
All'ascolto degli «altri»
Nell'omelia per l'elezione del nuovo Pontefice, Ratzinger
aveva già palesato questo slancio, esortando i confratelli elettori
a «essere animati dalla santa inquietudine di portare a tutti
il dono della fede e dell'amicizia con Cristo». E nel discorso
della messa di ringraziamento in Cappella Sistina il nuovo Papa si è
rivolto «anche a coloro che seguono altre religioni o che semplicemente
cercano una risposta alle domande fondamentali dell'esistenza
e ancora non l'hanno trovata. A tutti mi rivolgo con semplicità
e affetto, per assicurare che la Chiesa vuole continuare a tessere con
loro un dialogo aperto e sincero, alla ricerca del vero bene dell'uomo
e della società». In quel bellissimo messaggio in latino,
salutato come vero e proprio programma di governo, Benedetto XVI ha
dichiarato che non risparmierà «sforzi e dedizione per
proseguire il promettente dialogo avviato dai miei venerati predecessori
con le diverse civiltà». «Benedetto è un nome
ebraico», precisa da Israele padre David Jaeger, per lungo tempo
alla Custodia di Terrasanta, attento osservatore delle questioni mediorientali.
«Traduce il nome "Baruc", familiare agli israeliani
i quali, come i palestinesi, hanno condiviso con la piccola comunità
cattolica locale l'entusiasmo per la scelta del nuovo Pastore
della Chiesa universale. Sono sicuro che qui viene percepito come un
interlocutore affidabilissimo. Spero che il Papa possa presto vedere
riconosciuti da parte di Israele i diritti acquisiti dalla Chiesa nei
secoli che hanno preceduto la creazione dello stesso Stato e che possa
pure essere testimone della risoluzione dei problemi di povertà
e disoccupazione che sfiancano non poco queste popolazioni».
E proprio a tutti i figli di Israele nel mondo Benedetto XVI, con una
tempestività particolare, ha rivolto un messaggio inviato alla
comunità ebraica di Roma: «Confido nell'aiuto dell'Altissimo
per rafforzare la collaborazione». Il rabbino Di Segni ha apprezzato
questo gesto dichiarando che «sottolinea un vincolo speciale e
una tradizione che si vuole continuare». Sulla stessa linea Abdallah
Kabakebbji, presidente dell'associazione dei Giovani Musulmani
in Italia: «Bisogna partire dal dialogo - che ormai è un
dato di fatto già esistente - per arrivare a una collaborazione
fattiva, condividendo la condanna di ogni relativismo interno alle singole
fedi religiose».
Le speranze e le richieste del mondo
È lo stesso dialogo assunto come elemento portante del nuovo
sistema di relazioni internazionali cui fece appello Benedetto XV. Egli
«non solo si oppose alla prima guerra mondiale - ricorda il cardinal
Roberto Tucci, della Radio Vaticana, organizzatore dei viaggi apostolici
internazionali di Giovanni Paolo II - ma rilanciò l'attenzione
all'Oriente (istituì la prima Congregazione vaticana dedicata
alle Chiese Orientali) e avviò la ripresa dei contatti per una
pacificazione tra Santa Sede e Italia».
A prestare obbedienza al Papa nel corso della messa di inaugurazione
del pontificato c'erano persone provenienti da tutti gli angoli
del pianeta, tra cui ragazzi dal Congo e dallo Sri Lanka, una coppia
con figlio dalla Corea, a rappresentare l'Africa e l'estremo
Oriente. L'Africa cattolica (170 milioni di fedeli) ha sperato
in un Papa africano, ma molti hanno comunque accolto con felicità
questa scelta. La Conferenza episcopale dell'Africa Australe auspica
che il Sommo Pontefice si pronunci a favore della cancellazione del
debito dei Paesi più poveri. Non c'è da temere:
«Il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori».
Lo ha ricordato con forza proprio lui, Benedetto XVI, di fronte alla
folla dei 400mila raccolta in piazza San Pietro: ovvero, la Chiesa è
proprio dalla parte del debole, del perseguitato. In Oriente si presentano
le sfide più insidiose sul fronte dell'inculturazione.
E qui si pone la questione cruciale che costituisce uno dei pilastri
irrinunciabili su cui il Papa intende fondare la propria missione: il
dialogo tra le culture non può degenerare in contaminazioni pericolose
per tutti. Vi sono evidentemente situazioni diverse. In India, per esempio,
ampi strati della Chiesa cattolica, compresi alcuni vescovi, propugnano
un'idea di dialogo tra cristianesimo e induismo che mette alla
pari le due religioni e quindi svuota di senso il proposito di battezzare
nuovi cristiani, dato che agli induisti basta già la loro fede.
Poi c'è la Cina, il baluardo ancora refrattario a ogni
ingerenza cattolica e dove la privazione della libertà dei cristiani
è all'ordine del giorno.
Chissà se a Benedetto XVI sarà concesso di spingersi fin
là! E chissà invece se l'America Latina, dall'altra
parte del globo, saprà andare oltre il presunto rammarico circa
la mancata elezione di un proprio rappresentante al timone della barca
di Pietro, per accogliere con fraterna benevolenza il teutonico Ratzinger.
Il card. Oscar Maradiaga, vescovo della capitale dell'Honduras,
è pieno di speranze: «In conclave abbiamo ascoltato il
Signore in un clima di preghiera e grande comunione». Quanto siano
ancora consistenti le spinte sotterranee che muovono dai presupposti
della teologia della liberazione è difficile dirlo. Certo è
che Ratzinger non ha cambiato idea in proposito: «È stato
un grande dramma. Là abbiamo cercato la strada giusta»,
ci diceva quattro anni fa, riferendosi alla repressione di quel movimento.
La porta aperta all'ecumenismo
Il primo «pellegrinaggio alle radici della missione» effettuato
presso la tomba di Paolo è di straordinaria forza simbolica,
se si considera che la seconda Basilica della cristianità è
diventata la Basilica dell'unità dei cristiani dopo il
gesto ecumenico dell'apertura della porta santa che Giovanni Paolo
II compì nel Giubileo del 2000. Ecco la seconda traiettoria:
Benedetto XVI ha promesso «l'impegno primario di lavorare
senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile
unità di tutti i seguaci di Cristo. Egli è cosciente che
per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti».
E il responsabile del Dipartimento dei Rapporti esteri del Patriarcato
di Mosca, Kjrill, ha confermato che il pontefice è molto aperto
e le parole di stima non sono mancate. Intanto l'arcivescovo cattolico
di Mosca, Tadeusz Kondrusiewicz, spera «che si possano avvicinare
i tempi di quella visita in riva alla Moscova tanto desiderata da Giovanni
Paolo II, ma sempre preclusa dai dinieghi del Patriarcato». Nessuna
difficoltà prevede invece la visita in Polonia, la terra natale
di Wojtyla, forse meta del primo viaggio di Benedetto XVI all'estero.
Ancora un omaggio al suo predecessore: «Mi sembra di sentire la
sua mano forte che stringe la mia: Non avere paura!». Ma la meta
sicura e tanto attesa è la Germania per la Giornata mondiale
della gioventù che si terrà ad agosto a Colonia. Lui,
ottavo pontefice tedesco della storia, andrà nel cuore dell'Europa,
la terra che ha vissuto scisma religioso e divisioni politiche. «Proprio
l'area geografica da cui proviene lo rende profondo conoscitore
del mondo protestante e ci fa ben sperare», afferma il teologo
valdese Paolo Ricca. Con ogni probabilità, sarà anche
in quella circostanza che riproporrà all'attenzione di
tutti il tema che da tempo gli sta a cuore: la ricristianizzazione del
vecchio continente. «Il cristianesimo non può essere classificato
come una religione europea. Ma in Europa ha ricevuto la sua impronta
culturale più efficace e resta pertanto intrecciato in modo speciale
a essa». Così si esprimeva il 1° aprile a Subiaco in
occasione del conferimento del Premio San Benedetto per la promozione
della cultura e della famiglia in Europa. E aggiungeva: «Nel dibattito
attorno alla definizione dell'Europa non si gioca una nostalgica
battaglia di retroguardia della storia, ma piuttosto una grande responsabilità
per l'umanità di oggi».
La Chiesa è viva. E giovane. Auguri Santità!
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