Per raggiungere le reducciones boliviane più
accessibili, alcune delle quali diventate dal 1990 Patrimonio mondiale
dell'Unesco, si parte dalla città di Santa Cruz de la Sierra,
ma il viaggio non è certo una passeggiata. Non a caso la regione
di Santa Cruz fu per lungo tempo distaccata dal resto della Bolivia
a causa della carenza di vie di comunicazione e la stessa città
conserva ancora oggi il suo carattere di luogo di transito tra la zona
amazzonica, l'altipiano andino e le aride pianure del Chaco.
Dopo la fondazione di Santa Cruz de la Sierra nel 1561, da parte del
capitano spagnolo Nuflo de Chavez, la presenza spagnola nella zona andò
via via consolidandosi, costituendo una barriera per l'espansionismo
portoghese proveniente dal Mato Grosso (Brasile). Nei decenni seguenti
i missionari della Compagnia di Gesù tentarono di avvicinare
e radunare le numerose tribù indigene che popolavano l'area.
Dopo l'espulsione dei gesuiti dal continente (1768), le missioni
passarono nelle mani dei missionari francescani.
In questa ampia zona, chiamata Chiquitania, nacquero una decina di reducciones
- dal latino «ricondurre» (sottinteso: alla Chiesa e alla
vita civile) -, concentrando varie tribù. La popolazione nativa,
sotto la guida dei missionari, iniziò a dedicarsi all'agricoltura
e all'allevamento, alla tessitura, alla lavorazione dei metalli
e del legno. A queste reducciones potevano accedere solo i padri missionari
e naturalmente gli indigeni, i quali spesso sceglievano di risiedervi
permanentemente - nonostante le loro ataviche abitudini di nomadismo
- per sfuggire alle vessazioni di spagnoli e portoghesi.
Qui la proprietà aveva basi collettive e tutto veniva distribuito
secondo le necessità: le missioni divennero così una sorta
di esperimento di vita in comune sotto una struttura gerarchica guidata
da due o tre padri missionari. Un'unità militare autonoma,
inoltre, difendeva la reducción da ogni tipo di attacco esterno.
Alcune missioni, nel periodo di maggior floridezza, superarono i mille
abitanti. Questi erano dislocati secondo un ordine ben preciso all'interno
del villaggio: una piazza con quattro palme e una croce al centro di
fronte alla chiesa e, ai lati, case, laboratori e negozi. Tutto intorno
venivano costruite le abitazioni, in gruppi di edifici paralleli, mentre
poco più lontano si estendevano gli orti e i campi coltivabili.
Capolavori nascosti
Delle dieci missioni dei gesuiti create in Bolivia (in tutto il Sudamerica
se ne contarono 31) se ne sono salvate sette. Le chiese furono tutte
costruite secondo un'architettura che mescolava lo stile barocco
e quello locale, con muri affrescati, altari ricoperti d'oro e
relative statue decorative intagliate nel legno ricoperto da foglie
d'oro. Gli edifici religiosi sono ancora oggi una testimonianza
mirabile dello sviluppo socio-culturale che si riuscì a ottenere
nella giungla amazzonica.
Prima ancora degli edifici, però, ciò che colpisce è
la natura circostante. Avvicinandosi a San Javier, la pianura lascia
il posto a dolci colline ricoperte di prati verdi e alberi in parte
bruciati (alcuni dicono per fertilizzare il terreno, mentre altri, meno
ottimisti, spiegano il fatto con tentativi illegali di disboscamento
per creare ulteriori spazi per l'allevamento). Mandrie di bovini
pascolano liberamente e i segni della presenza umana quasi scompaiono
fino all'arrivo. Qui i gesuiti fondarono nel 1691 la più
antica delle missioni e un decennio più tardi una scuola di musica.
La facciata esterna della chiesa è degna di nota: struttura a
capanna con tre navate, con tetto e colonne in legno, e facciata in
muratura dipinta con fiori arabescati gialli e beige su sfondo bianco.
Le decorazioni esterne della chiesa e degli edifici attigui al cortile
sono così finemente e delicatamente disegnati che si stenta e
credere che qui, in mezzo al «nulla», qualcuno si sia presa
la briga di ideare e creare tali artifizi artistici e architettonici.
La strada che collega San Javier e Concepción - l'altra
missione che visitiamo - è un lungo nastro di terra rossa che
si perde tra arbusti, alberi, campi e piccoli rilievi. Quando arriviamo
è già buio da più di un'ora, ma la visione
della chiesa - sia all'esterno che all'interno - ci lascia
a bocca aperta. Fondata nel 1709, presenta una struttura a tre navate,
decorata con uno stile piuttosto ricco, forse un po' appesantito
dal recente restauro. I colori della facciata sono più forti,
più caldi di quelli della chiesa di San Javier e, probabilmente
il terreno rossastro della piazza antistante ne sottolinea maggiormente
la peculiarità. Questa stessa terra, inoltre, va pian piano a
depositarsi su ogni superficie: ecco allora che le meravigliose colonne
di legno bruno lungo la facciata sembrano le candeline di una torta
spolverata di cacao.
Tra musica e artigianato
Ma al di là dei dettagli architettonici, ciò che rende
uniche le reducciones boliviane rispetto a quelle di Argentina e Paraguay
è la vitalità che ancora le caratterizza, con iniziative
culturali connesse e, soprattutto, con popolazioni indigene che - seppure
in piccoli gruppi - continuano ad abitare questi luoghi.
Le popolazioni autoctone della Chiquitania che i gesuiti concentrarono
nelle reducciones tra il 1692 e il 1767, includevano persone appartenenti
a 35 gruppi indigeni diversi. Oggi, secondo le stime ufficiali, circa
200mila persone tra chiquitanos, ayoreos e guarayos, compongono le comunità
indigene locali. Queste da circa una decina di anni hanno iniziato a
organizzarsi spontaneamente (ad esempio nell'Oich, Organización
Indigena Chiquitana, o nel Cidob, Confederación de Pueblos Indigenas
del Oriente Boliviano). Tra il 1997 e il 2000 molte di queste comunità
rurali hanno consolidato i loro possedimenti terrieri fino a trasformarli
in vere terre condivise. Qui tradizioni indigene, vita comunitaria e
promozione culturale si fondono in una atmosfera unica.
La chiesa di Concepción, ad esempio, ha un museo annesso - che
raccoglie oggetti sacri e profani rinvenuti durante i lavori di restauro
anche di altre chiese dell'area - e un laboratorio di intaglio
del legno. Nel corso del restauro furono ritrovate alcune migliaia di
spartiti musicali che diedero vita all'archivio musicale di Chiquitos:
costituiscono una delle maggiori raccolte di musica barocca collezionate
dai gesuiti durante la loro fase di evangelizzazione. Colpiti dalla
predisposizione degli indigeni per la musica, essi fecero infatti giungere
in loco spartiti da tutta Europa e l'eredità di questo
insegnamento si manifesta ancora oggi nel Festival Musicale Internazionale
di musica sacra che ha luogo nella zona dal 1996.
Nella reducción di San Javier, invece, ancora oggi vengono costruiti
violini, arpe e oggetti di ogni genere. Allo stesso modo, il municipio
di San Miguel de Velasco, un'altra delle reducciones, ospita una
scuola gestita da missionari, con laboratori di intaglio dove si creano
utensili per la vita quotidiana, ma anche opere artistiche e decorative.
E negli ultimi tempi, grazie a Internet, gli artigiani indigeni possono
far conoscere le loro opere anche all'estero.
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