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 Giugno/Luglio 2005 - Cultura, culture

Bolivia
L'eredità delle reducciones

Il «circuito delle missioni gesuitiche» sorge nell'estremo oriente boliviano, quasi al confine con Brasile e Paraguay, una delle zone più remote e meno abitate del Paese. Qui sorgono le reducciones, capolavori architettonici e idealizzazioni di «microstati democratici» dell'epoca coloniale.
Ma, a differenza di quanto succede in Argentina e Paraguay, questi luoghi non sono solo testimonianze storiche: essi sono ancora abitati dagli indios e vi si svolgono interessanti iniziative culturali.

Per raggiungere le reducciones boliviane più accessibili, alcune delle quali diventate dal 1990 Patrimonio mondiale dell'Unesco, si parte dalla città di Santa Cruz de la Sierra, ma il viaggio non è certo una passeggiata. Non a caso la regione di Santa Cruz fu per lungo tempo distaccata dal resto della Bolivia a causa della carenza di vie di comunicazione e la stessa città conserva ancora oggi il suo carattere di luogo di transito tra la zona amazzonica, l'altipiano andino e le aride pianure del Chaco.
Dopo la fondazione di Santa Cruz de la Sierra nel 1561, da parte del capitano spagnolo Nuflo de Chavez, la presenza spagnola nella zona andò via via consolidandosi, costituendo una barriera per l'espansionismo portoghese proveniente dal Mato Grosso (Brasile). Nei decenni seguenti i missionari della Compagnia di Gesù tentarono di avvicinare e radunare le numerose tribù indigene che popolavano l'area. Dopo l'espulsione dei gesuiti dal continente (1768), le missioni passarono nelle mani dei missionari francescani.
In questa ampia zona, chiamata Chiquitania, nacquero una decina di reducciones - dal latino «ricondurre» (sottinteso: alla Chiesa e alla vita civile) -, concentrando varie tribù. La popolazione nativa, sotto la guida dei missionari, iniziò a dedicarsi all'agricoltura e all'allevamento, alla tessitura, alla lavorazione dei metalli e del legno. A queste reducciones potevano accedere solo i padri missionari e naturalmente gli indigeni, i quali spesso sceglievano di risiedervi permanentemente - nonostante le loro ataviche abitudini di nomadismo - per sfuggire alle vessazioni di spagnoli e portoghesi.
Qui la proprietà aveva basi collettive e tutto veniva distribuito secondo le necessità: le missioni divennero così una sorta di esperimento di vita in comune sotto una struttura gerarchica guidata da due o tre padri missionari. Un'unità militare autonoma, inoltre, difendeva la reducción da ogni tipo di attacco esterno. Alcune missioni, nel periodo di maggior floridezza, superarono i mille abitanti. Questi erano dislocati secondo un ordine ben preciso all'interno del villaggio: una piazza con quattro palme e una croce al centro di fronte alla chiesa e, ai lati, case, laboratori e negozi. Tutto intorno venivano costruite le abitazioni, in gruppi di edifici paralleli, mentre poco più lontano si estendevano gli orti e i campi coltivabili.

Capolavori nascosti
Delle dieci missioni dei gesuiti create in Bolivia (in tutto il Sudamerica se ne contarono 31) se ne sono salvate sette. Le chiese furono tutte costruite secondo un'architettura che mescolava lo stile barocco e quello locale, con muri affrescati, altari ricoperti d'oro e relative statue decorative intagliate nel legno ricoperto da foglie d'oro. Gli edifici religiosi sono ancora oggi una testimonianza mirabile dello sviluppo socio-culturale che si riuscì a ottenere nella giungla amazzonica.
Prima ancora degli edifici, però, ciò che colpisce è la natura circostante. Avvicinandosi a San Javier, la pianura lascia il posto a dolci colline ricoperte di prati verdi e alberi in parte bruciati (alcuni dicono per fertilizzare il terreno, mentre altri, meno ottimisti, spiegano il fatto con tentativi illegali di disboscamento per creare ulteriori spazi per l'allevamento). Mandrie di bovini pascolano liberamente e i segni della presenza umana quasi scompaiono fino all'arrivo. Qui i gesuiti fondarono nel 1691 la più antica delle missioni e un decennio più tardi una scuola di musica.
La facciata esterna della chiesa è degna di nota: struttura a capanna con tre navate, con tetto e colonne in legno, e facciata in muratura dipinta con fiori arabescati gialli e beige su sfondo bianco. Le decorazioni esterne della chiesa e degli edifici attigui al cortile sono così finemente e delicatamente disegnati che si stenta e credere che qui, in mezzo al «nulla», qualcuno si sia presa la briga di ideare e creare tali artifizi artistici e architettonici.
La strada che collega San Javier e Concepción - l'altra missione che visitiamo - è un lungo nastro di terra rossa che si perde tra arbusti, alberi, campi e piccoli rilievi. Quando arriviamo è già buio da più di un'ora, ma la visione della chiesa - sia all'esterno che all'interno - ci lascia a bocca aperta. Fondata nel 1709, presenta una struttura a tre navate, decorata con uno stile piuttosto ricco, forse un po' appesantito dal recente restauro. I colori della facciata sono più forti, più caldi di quelli della chiesa di San Javier e, probabilmente il terreno rossastro della piazza antistante ne sottolinea maggiormente la peculiarità. Questa stessa terra, inoltre, va pian piano a depositarsi su ogni superficie: ecco allora che le meravigliose colonne di legno bruno lungo la facciata sembrano le candeline di una torta spolverata di cacao.

Tra musica e artigianato
Ma al di là dei dettagli architettonici, ciò che rende uniche le reducciones boliviane rispetto a quelle di Argentina e Paraguay è la vitalità che ancora le caratterizza, con iniziative culturali connesse e, soprattutto, con popolazioni indigene che - seppure in piccoli gruppi - continuano ad abitare questi luoghi.
Le popolazioni autoctone della Chiquitania che i gesuiti concentrarono nelle reducciones tra il 1692 e il 1767, includevano persone appartenenti a 35 gruppi indigeni diversi. Oggi, secondo le stime ufficiali, circa 200mila persone tra chiquitanos, ayoreos e guarayos, compongono le comunità indigene locali. Queste da circa una decina di anni hanno iniziato a organizzarsi spontaneamente (ad esempio nell'Oich, Organización Indigena Chiquitana, o nel Cidob, Confederación de Pueblos Indigenas del Oriente Boliviano). Tra il 1997 e il 2000 molte di queste comunità rurali hanno consolidato i loro possedimenti terrieri fino a trasformarli in vere terre condivise. Qui tradizioni indigene, vita comunitaria e promozione culturale si fondono in una atmosfera unica.
La chiesa di Concepción, ad esempio, ha un museo annesso - che raccoglie oggetti sacri e profani rinvenuti durante i lavori di restauro anche di altre chiese dell'area - e un laboratorio di intaglio del legno. Nel corso del restauro furono ritrovate alcune migliaia di spartiti musicali che diedero vita all'archivio musicale di Chiquitos: costituiscono una delle maggiori raccolte di musica barocca collezionate dai gesuiti durante la loro fase di evangelizzazione. Colpiti dalla predisposizione degli indigeni per la musica, essi fecero infatti giungere in loco spartiti da tutta Europa e l'eredità di questo insegnamento si manifesta ancora oggi nel Festival Musicale Internazionale di musica sacra che ha luogo nella zona dal 1996.
Nella reducción di San Javier, invece, ancora oggi vengono costruiti violini, arpe e oggetti di ogni genere. Allo stesso modo, il municipio di San Miguel de Velasco, un'altra delle reducciones, ospita una scuola gestita da missionari, con laboratori di intaglio dove si creano utensili per la vita quotidiana, ma anche opere artistiche e decorative. E negli ultimi tempi, grazie a Internet, gli artigiani indigeni possono far conoscere le loro opere anche all'estero.


Testi e foto
Susanna Marino





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