Il Suo servizio in Ciad, insieme a quello di altri
due gesuiti, è stato una risposta alla richiesta di aiuto dell'arcivescovo
della capitale N'Djamena. Dove siete stati inviati?
Abbiamo lavorato in tre campi, Farchana, Kounoungo e Tulum, i primi
dove si sono appoggiati i rifugiati provenienti dal Darfur. Con l'arrivo
dei primi profughi, c'era solo una organizzazione pronta a rispondere
all'emergenza, la Secadev (Secours Catholique pour le Développement),
in pratica la Caritas del Ciad fondata dai gesuiti. Ma la Secadev è
un'organizzazione che si occupa soprattutto di sviluppo agricolo
e non era attrezzata di fronte a tutti i problemi dell'emergenza.
Aveva bisogno di specialisti per le malattie, i pozzi, l'igiene,
ecc. per rispondere a precise esigenze dei rifugiati. Quando sono arrivati
gli «specialisti», abbiamo potuto fare il lavoro sul territorio
dove ci sono disastri psicologici, ambientali ed economici intorno ai
campi, dovuti alla pressione che comportano questi enormi insediamenti.
L'arrivo di circa 200mila rifugiati ha avuto conseguenze devastanti
sulla popolazione locale. Le poche strade, piste nel deserto, sono distrutte
dai continui passaggi di mezzi. I prezzi di tutte le merci sono saliti
enormemente. È arrivato l'alcool, sono aumentati furti
e omicidi. Sono arrivate alcune malattie gravi come le epatiti o il
carbonchio. Le persone in fuga dal Darfur hanno portato con sé
circa 120mila animali che occupano le zone di pascolo. C'è
grande penuria di legname: in un territorio semidesertico, l'abbattimento
dei pochi alberi ha conseguenze molto gravi. Sono in aumento gli attacchi
delle popolazioni locali contro i profughi per portare via tende e animali
e sono state di conseguenza rafforzate le misure di sicurezza.
Perciò uno dei nostri impegni è stato di rendere la permanenza
il più possibile sostenibile.
Le ripercussioni della presenza dei profughi si fanno sentire in qualche
misura anche a Mongo, dove è vescovo padre Henry Coudray e dove
lavora padre Franco Martellozzo, entrambi gesuiti. Ricordo che i gesuiti
sono presenti da 40 anni nella zona e padre Gianni Zucca è stato
parroco ad Abéché, la principale città vicina ai
campi dei rifugiati.
Si cerca di avviare progetti intorno ai campi per calmare le tensioni.
Una cosa positiva è collaborare con la diocesi e creare strutture
o dare il via a iniziative che servano ai rifugiati, ma anche alla popolazione
locale della diocesi.
Com'era la situazione al momento della Sua partenza?
Negli ultimi mesi, i flussi di rifugiati si sono enormemente ridotti,
poiché sul lato del Ciad è stata creata una fascia di
sicurezza di 50 km per proteggere i campi dalle incursioni dei janjaweed
(i predoni arabi responsabili delle stragi nel Darfur) e in Sudan gli
stessi janjaweed hanno trasferito le popolazioni vicine alla frontiera
verso l'interno. C'è sempre il rischio che arrivi
una nuova ondata, magari di 100mila persone e questo causerebbe un disastro
epocale. Se il Governo sudanese lasciasse fuggire queste persone, tutto
il lavoro fatto finora nei campi sarebbe compromesso.
L'etnia locale, gli zaghawa, vivono per l'80% in Sudan e
il 20% in Ciad, quindi le popolazioni fuggite dal Sudan e rifugiate
nei campi e quelle locali sono simili dal punto di vista etnico. Parlano
dialetti diversi, ma possono comprendersi. Si tratta di popolazioni
di colore, prevalentemente islamiche.
I janjaweed sono briganti e rappresentano un fenomeno «endemico»,
sono sempre esistiti. Sono di origine araba, e perciò considerati
bianchi, sono divenuti milizie che il regime sudanese appoggia per attuare
la pulizia etnica nel Darfur. A questo scopo vengono effettuati attacchi
con aerei, elicotteri e mezzi pesanti, poi arrivano i janjaweed. Il
materiale bellico è europeo: ucraino, russo, francese, ecc.
Si parla di 10mila morti al mese. Lo scontro è tra arabi e africani,
non importa che siano, come in questo caso, tutti musulmani. Per secoli
queste terre sono state terre di razzie di schiavi. Inoltre c'è
il grave problema dell'avanzamento delle terre aride. Questo modifica
i percorsi delle carovane, riduce le risorse d'acqua.
Sotto la pressione della comunità internazionale, il regime
sudanese ha dichiarato di volere ristabilire l'ordine...
C'è grande scetticismo rispetto alle promesse del Governo
di Khartoum. I militari messi a disposizione delle Ong per proteggerle
quando si recano nel Darfur non sono altro che janjaweed travestiti
da soldati regolari. Gli stessi che prima attaccavano, adesso «difendono».
Dall'altra parte non si trova collaborazione. Di fatto le organizzazioni
internazionali oltre il confine sono lasciate completamente sole, non
hanno possibilità di operare. Anche volendo rispondere alle richieste
di aiuto dell'Onu non possono fare molto perché c'è
la chiara volontà di ostacolarle. Un esempio: per coprire una
distanza di soli 40 km, da una parte all'altra del confine tra
Ciad e Sudan, occorreva compiere un viaggio in aereo dall'Etiopia
via Khartoum in Sudan, spendendo anche più di mille euro!
Quali sono le difficoltà per chi opera in Ciad?
Ogni straniero per entrare nei campi necessita di almeno tre visti.
Ogni volta che uno straniero lascia la città di Abéché
deve avere un foglio di via. I controlli si fanno sempre più
rigidi, perché il Governo ciadiano è debole e vive nella
costante paura di un colpo di Stato. Ha cercato di sequestrare tutti
i telefoni satellitari, anche a noi stranieri, ma senza di essi non
possiamo fare gran parte del lavoro. Perciò quando viaggiamo
li teniamo spenti e nascosti perché potrebbero essere sequestrati.
Una volta nel tragitto tra il campo e Abéché ho trovato
14 posti di blocco.
All'interno dei campi si svolgono molte attività. Ogni
campo ha un suo mercato, con merci che arrivano la notte di nascosto.
C'è anche un traffico notturno di gente che va e torna
in Sudan. Ma noi non possiamo stare nei campi dopo le cinque del pomeriggio,
perché di notte l'Onu o l'Alto commissariato per
i rifugiati non possono garantire la nostra sicurezza.
Abbiamo collaborato con numerose Ong, da Medici senza Frontiere, a Oxfam,
a Intermon dei gesuiti di Barcellona. È bello vedere collaborare
tante organizzazioni di diversi Paesi, soprattutto le agenzie più
piccole. Le grosse organizzazioni sono molto burocratizzate e non riescono
a essere efficaci come le piccole, e molti fondi si perdono. Non è
presente nessuna organizzazione araba. Schierati con Khartoum, questi
Paesi non riconoscono l'esistenza della crisi.
Come Jrs ci occupiamo inoltre di dare sostegno nell'istruzione,
nell'organizzazione scolastica e nei servizi comunitari. La scuola,
uno dei principali nostri obiettivi, è stato un progetto riuscito.
Io col tempo mi sono cercato un posto tra i più vulnerabili:
donne e uomini soli, anziani abbandonati, bambini separati dalle famiglie
o costretti a fare da capofamiglia, handicappati fisici e psichici,
sopravissuti a violenze...
Anche se la popolazione è prevalentemente musulmana, il nostro
lavoro è visto con rispetto. Ho dato una mano come prete, potevo
andare a celebrare la messa anche in villaggi lontani. Oltre a stare
vicino ai rifugiati, ho potuto vivere la vita fra i ciadiani.
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