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 Giugno/Luglio 2005 - Eco dei gesuiti

 
Tra i rifugiati del Darfur

Circa 200mila persone sono fuggite ai massacri che dal 2003 sconvolgono la regione sudanese del Darfur e vivono nei campi del Ciad orientale in una situazione
di grave incertezza.
Jack Iacuzzi S.I., missionario in Albania, ha trascorso alcuni mesi in Ciad lavorando con il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs).
In risposta all'appello della Chiesa locale, ha offerto le sue competenze organizzative, maturate durante la crisi del Kosovo, e la sua umanità di sacerdote alle vittime della più grave tragedia umanitaria degli ultimi anni.

Il Suo servizio in Ciad, insieme a quello di altri due gesuiti, è stato una risposta alla richiesta di aiuto dell'arcivescovo della capitale N'Djamena. Dove siete stati inviati?
Abbiamo lavorato in tre campi, Farchana, Kounoungo e Tulum, i primi dove si sono appoggiati i rifugiati provenienti dal Darfur. Con l'arrivo dei primi profughi, c'era solo una organizzazione pronta a rispondere all'emergenza, la Secadev (Secours Catholique pour le Développement), in pratica la Caritas del Ciad fondata dai gesuiti. Ma la Secadev è un'organizzazione che si occupa soprattutto di sviluppo agricolo e non era attrezzata di fronte a tutti i problemi dell'emergenza. Aveva bisogno di specialisti per le malattie, i pozzi, l'igiene, ecc. per rispondere a precise esigenze dei rifugiati. Quando sono arrivati gli «specialisti», abbiamo potuto fare il lavoro sul territorio dove ci sono disastri psicologici, ambientali ed economici intorno ai campi, dovuti alla pressione che comportano questi enormi insediamenti.
L'arrivo di circa 200mila rifugiati ha avuto conseguenze devastanti sulla popolazione locale. Le poche strade, piste nel deserto, sono distrutte dai continui passaggi di mezzi. I prezzi di tutte le merci sono saliti enormemente. È arrivato l'alcool, sono aumentati furti e omicidi. Sono arrivate alcune malattie gravi come le epatiti o il carbonchio. Le persone in fuga dal Darfur hanno portato con sé circa 120mila animali che occupano le zone di pascolo. C'è grande penuria di legname: in un territorio semidesertico, l'abbattimento dei pochi alberi ha conseguenze molto gravi. Sono in aumento gli attacchi delle popolazioni locali contro i profughi per portare via tende e animali e sono state di conseguenza rafforzate le misure di sicurezza.
Perciò uno dei nostri impegni è stato di rendere la permanenza il più possibile sostenibile.
Le ripercussioni della presenza dei profughi si fanno sentire in qualche misura anche a Mongo, dove è vescovo padre Henry Coudray e dove lavora padre Franco Martellozzo, entrambi gesuiti. Ricordo che i gesuiti sono presenti da 40 anni nella zona e padre Gianni Zucca è stato parroco ad Abéché, la principale città vicina ai campi dei rifugiati.
Si cerca di avviare progetti intorno ai campi per calmare le tensioni. Una cosa positiva è collaborare con la diocesi e creare strutture o dare il via a iniziative che servano ai rifugiati, ma anche alla popolazione locale della diocesi.

Com'era la situazione al momento della Sua partenza?
Negli ultimi mesi, i flussi di rifugiati si sono enormemente ridotti, poiché sul lato del Ciad è stata creata una fascia di sicurezza di 50 km per proteggere i campi dalle incursioni dei janjaweed (i predoni arabi responsabili delle stragi nel Darfur) e in Sudan gli stessi janjaweed hanno trasferito le popolazioni vicine alla frontiera verso l'interno. C'è sempre il rischio che arrivi una nuova ondata, magari di 100mila persone e questo causerebbe un disastro epocale. Se il Governo sudanese lasciasse fuggire queste persone, tutto il lavoro fatto finora nei campi sarebbe compromesso.
L'etnia locale, gli zaghawa, vivono per l'80% in Sudan e il 20% in Ciad, quindi le popolazioni fuggite dal Sudan e rifugiate nei campi e quelle locali sono simili dal punto di vista etnico. Parlano dialetti diversi, ma possono comprendersi. Si tratta di popolazioni di colore, prevalentemente islamiche.
I janjaweed sono briganti e rappresentano un fenomeno «endemico», sono sempre esistiti. Sono di origine araba, e perciò considerati bianchi, sono divenuti milizie che il regime sudanese appoggia per attuare la pulizia etnica nel Darfur. A questo scopo vengono effettuati attacchi con aerei, elicotteri e mezzi pesanti, poi arrivano i janjaweed. Il materiale bellico è europeo: ucraino, russo, francese, ecc.
Si parla di 10mila morti al mese. Lo scontro è tra arabi e africani, non importa che siano, come in questo caso, tutti musulmani. Per secoli queste terre sono state terre di razzie di schiavi. Inoltre c'è il grave problema dell'avanzamento delle terre aride. Questo modifica i percorsi delle carovane, riduce le risorse d'acqua.

Sotto la pressione della comunità internazionale, il regime sudanese ha dichiarato di volere ristabilire l'ordine...
C'è grande scetticismo rispetto alle promesse del Governo di Khartoum. I militari messi a disposizione delle Ong per proteggerle quando si recano nel Darfur non sono altro che janjaweed travestiti da soldati regolari. Gli stessi che prima attaccavano, adesso «difendono». Dall'altra parte non si trova collaborazione. Di fatto le organizzazioni internazionali oltre il confine sono lasciate completamente sole, non hanno possibilità di operare. Anche volendo rispondere alle richieste di aiuto dell'Onu non possono fare molto perché c'è la chiara volontà di ostacolarle. Un esempio: per coprire una distanza di soli 40 km, da una parte all'altra del confine tra Ciad e Sudan, occorreva compiere un viaggio in aereo dall'Etiopia via Khartoum in Sudan, spendendo anche più di mille euro!

Quali sono le difficoltà per chi opera in Ciad?
Ogni straniero per entrare nei campi necessita di almeno tre visti. Ogni volta che uno straniero lascia la città di Abéché deve avere un foglio di via. I controlli si fanno sempre più rigidi, perché il Governo ciadiano è debole e vive nella costante paura di un colpo di Stato. Ha cercato di sequestrare tutti i telefoni satellitari, anche a noi stranieri, ma senza di essi non possiamo fare gran parte del lavoro. Perciò quando viaggiamo li teniamo spenti e nascosti perché potrebbero essere sequestrati. Una volta nel tragitto tra il campo e Abéché ho trovato 14 posti di blocco.
All'interno dei campi si svolgono molte attività. Ogni campo ha un suo mercato, con merci che arrivano la notte di nascosto. C'è anche un traffico notturno di gente che va e torna in Sudan. Ma noi non possiamo stare nei campi dopo le cinque del pomeriggio, perché di notte l'Onu o l'Alto commissariato per i rifugiati non possono garantire la nostra sicurezza.
Abbiamo collaborato con numerose Ong, da Medici senza Frontiere, a Oxfam, a Intermon dei gesuiti di Barcellona. È bello vedere collaborare tante organizzazioni di diversi Paesi, soprattutto le agenzie più piccole. Le grosse organizzazioni sono molto burocratizzate e non riescono a essere efficaci come le piccole, e molti fondi si perdono. Non è presente nessuna organizzazione araba. Schierati con Khartoum, questi Paesi non riconoscono l'esistenza della crisi.
Come Jrs ci occupiamo inoltre di dare sostegno nell'istruzione, nell'organizzazione scolastica e nei servizi comunitari. La scuola, uno dei principali nostri obiettivi, è stato un progetto riuscito.
Io col tempo mi sono cercato un posto tra i più vulnerabili: donne e uomini soli, anziani abbandonati, bambini separati dalle famiglie o costretti a fare da capofamiglia, handicappati fisici e psichici, sopravissuti a violenze...
Anche se la popolazione è prevalentemente musulmana, il nostro lavoro è visto con rispetto. Ho dato una mano come prete, potevo andare a celebrare la messa anche in villaggi lontani. Oltre a stare vicino ai rifugiati, ho potuto vivere la vita fra i ciadiani.


Francesco Pistocchini





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