Lo scorso luglio, un gruppo eterogeneo di 26 pellegrini
ha partecipato al viaggio in Giappone organizzato da padre Luciano Mazzocchi,
missionario saveriano, e dal monaco zen Giuseppe Jiso Forzani.
Come cristiano e studioso della lingua e della cultura giapponesi, dopo
avere letto su Popoli il box che ne presentava il programma, ho partecipato
a quello che è stato un pellegrinaggio spirituale centrato sull'incontro
fra cristianesimo e buddhismo zen.
In particolare si è trattato di avvicinare i luoghi e le realtà
del buddhismo zen della setta Soto (soggiorni in monasteri, incontri
con religiosi e laici, testimonianze), e prendere contatto con la presenza
cristiana (parrocchie, comunità, personaggi, ecc.); non sono
mancate visite turistiche in luoghi e città famose (Kamakura,
Nara, Kyoto, Hiroshima, Nagasaki, ecc.).
Eiheiji
La prima tappa importante è stata la visita a Eiheiji, principale
monastero dello zen Soto, costruito nel XIII secolo dal fondatore della
scuola, Eihei Dogen. È un luogo elegante e maestoso, immerso
fra gli alberi secolari sulle montagne intorno a Fukui, presso la costa
del Giappone che fronteggia la Cina. Qui i giovani monaci trascorrono
gli ultimi anni della loro formazione (è una sorta di seminario),
prima di ricevere l'ordinazione e, solitamente, ereditare dal
padre la gestione del tempio (paragonabile, come dislocazione, alle
nostre parrocchie).
L'educazione mira al raggiungimento della perfetta forma delle
pratiche religiose e di ogni gesto della vita quotidiana, secondo un
codice antico e complesso. I ritmi sono estremamente duri, e vanno rigidamente
rispettati; ogni operazione deve essere compiuta alla perfezione; ci
è stato detto: «Il vuoto è la forma, la forma è
il vuoto. La forma richiesta in ogni dettaglio della giornata ha la
funzione di mantenere desta la presenza sul momento che si sta vivendo,
e nella vita c'è il bello come il brutto». L'impressione
è che tutto ciò sia un po' disumano; lo si poteva
leggere sui volti dei ragazzi. Jiso Forzani ci ha confermato l'estrema
durezza della vita ad Eiheiji, dove ha vissuto per più di un
anno lavorando in cucina (il lavoro del cuoco poi è ancora più
impegnativo). Un'altra cosa che abbiamo potuto sperimentare, riguardo
alla quale Jiso ha di nuovo confermato le nostre impressioni, è
stata la breve durata delle sedute in meditazione seduta (zazen).
Zazen e semplicità di vita
Lo zazen è la pratica principale dello Zen Soto; per Dogen è
il cuore della pratica, esso racchiude in sé l'atteggiamento
dell'uomo che vive un autentico cammino spirituale. La posizione
da assumere è quella del Loto, sedere portando i piedi sulle
cosce con le gambe incrociate, in modo da potere mantenere l'immobilità
del corpo il più a lungo possibile e rilassare i muscoli (la
posizione del corpo è importante ma non fondamentale, si possono
trovare compromessi per venire incontro alle proprie capacità,
è essenziale però potere rimanere comodamente immobili
per lungo tempo). Ci si siede di fronte a un muro e non si chiudono
gli occhi, si rimane desti di fronte alla propria condizione umana,
di fronte al proprio limite. Non si tratta di meditare su qualcosa,
e nemmeno di tendere a chissà quale dimensione mistica: i pensieri
ovviamente affiorano alla mente, ma non si devono zittire immediatamente,
e nemmeno seguirli dando loro corda: si tratta di assistere senza forzare
nulla. Un pensiero nasce, si sviluppa, ma se non lo alimentiamo finirà
con lo svanire, manifestando la fondamentale inconsistenza della sua
natura. Sedere in zazen permette alla nostra vera natura, il «sé»
che è altro rispetto al nostro piccolo «io», di respirare;
insegna a non assumere come fondamento della nostra vita solamente i
nostri pensieri (che spesso si traducono in desiderio ed egoismo), insegna
che è liberante risvegliarsi alla propria natura autentica, molto
più profonda e più bella, perché è originariamente
relazionale. Zazen, secondo il maestro Sawaki Roshi, è «il
sé che fa il sé in se stesso». Questa pratica, se
ripetuta con frequenza, allena alla pazienza, a persistere senza fuggire
di fronte alle difficoltà, per vivere pienamente ogni momento
della nostra esistenza ed essere sempre partecipi. Lo zazen non ha nessuno
scopo se non la pratica stessa, esso non porta da nessuna parte, zazen
è tutt'uno con l'Illuminazione. Analogamente il cristiano
accoglie la presenza di Dio nel suo cuore, accetta di morire a «se
stesso» per fare la «Sua volontà»: è
il «Sé» riscoperto dentro «se stessi»,
che supera «se stessi».
Questa «realtà della vita» si manifesta nella semplicità,
e si tratta innanzitutto di accoglierla: tutto il resto ha minore importanza.
Per questo motivo la realtà di Eiheiji lascia un po' perplessi:
sacrificare il tempo dello zazen a favore di ardue pratiche che portano
allo sfinimento probabilmente rischia di fare perdere il senso della
propria attività. Senz'altro è possibile sperimentare
la natura autentica in qualsiasi momento e condizione, ma non si può
provare pace se non si compensa l'agire con lo svuotamento del
«semplice sedersi in zazen». Una impostazione che sacrifica
lo zazen non favorisce la pratica e non stimola il cammino di ritorno
all'origine; si è tutti proiettati verso il raggiungimento
e il mantenimento della perfezione, dimenticando che la nostra natura
non è infallibile.
Sensibilità giapponese
L'eccessivo formalismo di Eiheiji è senz'altro dovuto
all'esasperazione di un particolare modo di sentire giapponese.
Per motivi storici e antropologici il popolo giapponese è molto
pragmatico, in quanto si è sempre dovuto relazionare con un clima
rigido, una natura soggetta a stravolgimenti come maremoti, monsoni
e terremoti; va aggiunto che l'alimento principale (oltre al pesce)
è sempre stato il riso, la cui coltivazione necessita un'organizzazione
comunitaria efficiente e precisa.
Allo stesso tempo lo spirito giapponese è estremamente delicato
e sensibile al bello, in particolare riconosce proprio nella bellezza
della natura, così potente e ricca, la presenza sublime del divino.
Questo sentire l'assoluto presente in mezzo agli uomini ha nutrito
una cultura che tende a valorizzare il «qui» e l'«adesso»,
l'attenzione al particolare, in quanto anche nelle piccole cose
si manifesta la pienezza della vita (nel buddhismo zen si enfatizza
questa percezione, che diviene «via» di Illuminazione).
Lo shintoismo è il culto animistico e autoctono del Giappone,
venera gli spiriti della natura, l'imperatore (discendente di
Amaterasu, dea del sole), ed esercita il culto dei morti. Proprio quest'ultima
pratica è molto importante per i giapponesi, tanto che è
stata introdotta anche nel buddhismo; anzi, da secoli è proprio
l'istituzione buddhista che in Giappone si occupa delle funzioni
funebri, e tuttora i templi buddhisti si mantengono economicamente grazie
a questa attività. In realtà la dottrina zen non si prende
particolare cura del post-mortem, preferisce educare l'uomo a
vivere il momento presente, senza perdersi in sterili speculazioni trascendentali.
C'è infatti il rischio che oggi il monaco trascorra gran
parte del suo tempo a celebrare funerali, durante i quali è sufficiente
che reciti per un'ora e mezza dei lunghi sutra (testi) incomprensibili:
le persone comuni non comprendono il cinese o il giapponese classico
delle preghiere (come noi il latino), ma si accontentano di avere svolto
i riti necessari all'anima del defunto.
Abbiamo incontrato il maestro di Jiso, Watanabe Roshi, il quale durante
il rito funebre non legge i testi in cinese, e conclude la cerimonia
in un quarto d'ora. Watanabe indossa una veste da novizio e utilizza
il resto del tempo per parlare assieme ai parenti del defunto, discute
della vita e della morte assieme a loro, sta loro vicino, confortandoli
e facendoli riflettere.
Antaiji
Watanabe Roshi è stato l'abate del tempio di formazione
di Jiso, e diversi anni fa spostò la sede di Antaiji (Tempio
della Pace) dal centro di Kyoto al centro di una foresta, sui monti
vicino ad Hamasaka.
Antaiji è un luogo molto umile e poco ortodosso. Watanabe si
è sempre dissociato dalla rigidità dell'istituzione
buddhista e ha spostato la sede di Antaiji anche per sottrarre il tempio
alle richieste di onoranze funebri e all'affollamento che impedivano
la pratica. Egli inoltre sostiene che non c'è vero zazen
senza il rapporto fisico con il lavoro, e così per evitare il
rischio di un cammino troppo intellettuale, Antaiji si basa sull'auto-sostentamento
materiale; non riceve grandi donazioni e, non celebrando funerali, si
mantiene grazie alla coltivazione della terra. Ogni tipo di lavoro viene
svolto dai monaci residenti. In questo modo la vita del tempio è
molto più incarnata: «perché Buddha va visto e ascoltato
nella natura, non solo sull'altare. È il colore della realtà
che ci circonda».
La presenza di praticanti occidentali ad Antaiji è un altro esempio
della particolarità del luogo (adesso l'abate è
un tedesco), che in Giappone è probabilmente il tempio zen più
lontano dalla rigidità conservatrice che abbiamo conosciuto a
Eiheiji. Mentre nel monastero di Dogen la disciplina e l'etichetta,
dopo 700 anni, non sono quasi cambiate, ad Antaiji la vita ruota attorno
al lavoro e alla meditazione; tutto si regola in armonia con le stagioni
dell'anno e le necessità variabili di lavoro da svolgere,
mentre la pratica dello zazen è rispettata fedelmente, in sessioni
di due ore per due volte al giorno. Due volte al mese inoltre si interrompono
tutte le attività per cinque giorni di Sesshin, una specie di
ritiro, durante il quale si pratica zazen dalla mattina alla sera. Con
molta semplicità lo zazen e il lavoro sono le attività
principali, perché Buddha va incontrato nella propria vita quotidiana:
«per approfondire la fede bisogna togliere, non aggiungere, andare
nel profondo di se stessi, con semplicità».
Questo atteggiamento di ricerca autentico ha portato Watanabe all'incontro
con il cristianesimo; il suo maestro una volta gli disse che se voleva
studiare Dogen, doveva farlo di pari passo con la lettura della Bibbia.
Watanabe un giorno disse a padre Mazzocchi: «Da quando ho percepito
che nel cristianesimo c'è verità, per me non esiste
più cammino zen se non aprendomi alla verità che è
nel cristianesimo».
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