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 Giugno/Luglio 2005 - Chiese e religioni in dialogo

 
Pellegrinaggio nel Sol Levante all'insegna del dialogo

Un gruppo di pellegrini italiani incontra in Giappone l'esperienza dello zen e una realtà per molti aspetti inattesa e distante, dove tuttavia non mancano le possibilità di dialogo e, soprattutto, di condivisione di una prassi di vita e di una pratica religiosa che tendono ad andare all'essenza, alla ricerca del sé profondo aperto al divino.

Lo scorso luglio, un gruppo eterogeneo di 26 pellegrini ha partecipato al viaggio in Giappone organizzato da padre Luciano Mazzocchi, missionario saveriano, e dal monaco zen Giuseppe Jiso Forzani.
Come cristiano e studioso della lingua e della cultura giapponesi, dopo avere letto su Popoli il box che ne presentava il programma, ho partecipato a quello che è stato un pellegrinaggio spirituale centrato sull'incontro fra cristianesimo e buddhismo zen.
In particolare si è trattato di avvicinare i luoghi e le realtà del buddhismo zen della setta Soto (soggiorni in monasteri, incontri con religiosi e laici, testimonianze), e prendere contatto con la presenza cristiana (parrocchie, comunità, personaggi, ecc.); non sono mancate visite turistiche in luoghi e città famose (Kamakura, Nara, Kyoto, Hiroshima, Nagasaki, ecc.).

Eiheiji
La prima tappa importante è stata la visita a Eiheiji, principale monastero dello zen Soto, costruito nel XIII secolo dal fondatore della scuola, Eihei Dogen. È un luogo elegante e maestoso, immerso fra gli alberi secolari sulle montagne intorno a Fukui, presso la costa del Giappone che fronteggia la Cina. Qui i giovani monaci trascorrono gli ultimi anni della loro formazione (è una sorta di seminario), prima di ricevere l'ordinazione e, solitamente, ereditare dal padre la gestione del tempio (paragonabile, come dislocazione, alle nostre parrocchie).
L'educazione mira al raggiungimento della perfetta forma delle pratiche religiose e di ogni gesto della vita quotidiana, secondo un codice antico e complesso. I ritmi sono estremamente duri, e vanno rigidamente rispettati; ogni operazione deve essere compiuta alla perfezione; ci è stato detto: «Il vuoto è la forma, la forma è il vuoto. La forma richiesta in ogni dettaglio della giornata ha la funzione di mantenere desta la presenza sul momento che si sta vivendo, e nella vita c'è il bello come il brutto». L'impressione è che tutto ciò sia un po' disumano; lo si poteva leggere sui volti dei ragazzi. Jiso Forzani ci ha confermato l'estrema durezza della vita ad Eiheiji, dove ha vissuto per più di un anno lavorando in cucina (il lavoro del cuoco poi è ancora più impegnativo). Un'altra cosa che abbiamo potuto sperimentare, riguardo alla quale Jiso ha di nuovo confermato le nostre impressioni, è stata la breve durata delle sedute in meditazione seduta (zazen).

Zazen e semplicità di vita
Lo zazen è la pratica principale dello Zen Soto; per Dogen è il cuore della pratica, esso racchiude in sé l'atteggiamento dell'uomo che vive un autentico cammino spirituale. La posizione da assumere è quella del Loto, sedere portando i piedi sulle cosce con le gambe incrociate, in modo da potere mantenere l'immobilità del corpo il più a lungo possibile e rilassare i muscoli (la posizione del corpo è importante ma non fondamentale, si possono trovare compromessi per venire incontro alle proprie capacità, è essenziale però potere rimanere comodamente immobili per lungo tempo). Ci si siede di fronte a un muro e non si chiudono gli occhi, si rimane desti di fronte alla propria condizione umana, di fronte al proprio limite. Non si tratta di meditare su qualcosa, e nemmeno di tendere a chissà quale dimensione mistica: i pensieri ovviamente affiorano alla mente, ma non si devono zittire immediatamente, e nemmeno seguirli dando loro corda: si tratta di assistere senza forzare nulla. Un pensiero nasce, si sviluppa, ma se non lo alimentiamo finirà con lo svanire, manifestando la fondamentale inconsistenza della sua natura. Sedere in zazen permette alla nostra vera natura, il «sé» che è altro rispetto al nostro piccolo «io», di respirare; insegna a non assumere come fondamento della nostra vita solamente i nostri pensieri (che spesso si traducono in desiderio ed egoismo), insegna che è liberante risvegliarsi alla propria natura autentica, molto più profonda e più bella, perché è originariamente relazionale. Zazen, secondo il maestro Sawaki Roshi, è «il sé che fa il sé in se stesso». Questa pratica, se ripetuta con frequenza, allena alla pazienza, a persistere senza fuggire di fronte alle difficoltà, per vivere pienamente ogni momento della nostra esistenza ed essere sempre partecipi. Lo zazen non ha nessuno scopo se non la pratica stessa, esso non porta da nessuna parte, zazen è tutt'uno con l'Illuminazione. Analogamente il cristiano accoglie la presenza di Dio nel suo cuore, accetta di morire a «se stesso» per fare la «Sua volontà»: è il «Sé» riscoperto dentro «se stessi», che supera «se stessi».
Questa «realtà della vita» si manifesta nella semplicità, e si tratta innanzitutto di accoglierla: tutto il resto ha minore importanza. Per questo motivo la realtà di Eiheiji lascia un po' perplessi: sacrificare il tempo dello zazen a favore di ardue pratiche che portano allo sfinimento probabilmente rischia di fare perdere il senso della propria attività. Senz'altro è possibile sperimentare la natura autentica in qualsiasi momento e condizione, ma non si può provare pace se non si compensa l'agire con lo svuotamento del «semplice sedersi in zazen». Una impostazione che sacrifica lo zazen non favorisce la pratica e non stimola il cammino di ritorno all'origine; si è tutti proiettati verso il raggiungimento e il mantenimento della perfezione, dimenticando che la nostra natura non è infallibile.

Sensibilità giapponese
L'eccessivo formalismo di Eiheiji è senz'altro dovuto all'esasperazione di un particolare modo di sentire giapponese. Per motivi storici e antropologici il popolo giapponese è molto pragmatico, in quanto si è sempre dovuto relazionare con un clima rigido, una natura soggetta a stravolgimenti come maremoti, monsoni e terremoti; va aggiunto che l'alimento principale (oltre al pesce) è sempre stato il riso, la cui coltivazione necessita un'organizzazione comunitaria efficiente e precisa.
Allo stesso tempo lo spirito giapponese è estremamente delicato e sensibile al bello, in particolare riconosce proprio nella bellezza della natura, così potente e ricca, la presenza sublime del divino. Questo sentire l'assoluto presente in mezzo agli uomini ha nutrito una cultura che tende a valorizzare il «qui» e l'«adesso», l'attenzione al particolare, in quanto anche nelle piccole cose si manifesta la pienezza della vita (nel buddhismo zen si enfatizza questa percezione, che diviene «via» di Illuminazione).
Lo shintoismo è il culto animistico e autoctono del Giappone, venera gli spiriti della natura, l'imperatore (discendente di Amaterasu, dea del sole), ed esercita il culto dei morti. Proprio quest'ultima pratica è molto importante per i giapponesi, tanto che è stata introdotta anche nel buddhismo; anzi, da secoli è proprio l'istituzione buddhista che in Giappone si occupa delle funzioni funebri, e tuttora i templi buddhisti si mantengono economicamente grazie a questa attività. In realtà la dottrina zen non si prende particolare cura del post-mortem, preferisce educare l'uomo a vivere il momento presente, senza perdersi in sterili speculazioni trascendentali. C'è infatti il rischio che oggi il monaco trascorra gran parte del suo tempo a celebrare funerali, durante i quali è sufficiente che reciti per un'ora e mezza dei lunghi sutra (testi) incomprensibili: le persone comuni non comprendono il cinese o il giapponese classico delle preghiere (come noi il latino), ma si accontentano di avere svolto i riti necessari all'anima del defunto.
Abbiamo incontrato il maestro di Jiso, Watanabe Roshi, il quale durante il rito funebre non legge i testi in cinese, e conclude la cerimonia in un quarto d'ora. Watanabe indossa una veste da novizio e utilizza il resto del tempo per parlare assieme ai parenti del defunto, discute della vita e della morte assieme a loro, sta loro vicino, confortandoli e facendoli riflettere.

Antaiji
Watanabe Roshi è stato l'abate del tempio di formazione di Jiso, e diversi anni fa spostò la sede di Antaiji (Tempio della Pace) dal centro di Kyoto al centro di una foresta, sui monti vicino ad Hamasaka.
Antaiji è un luogo molto umile e poco ortodosso. Watanabe si è sempre dissociato dalla rigidità dell'istituzione buddhista e ha spostato la sede di Antaiji anche per sottrarre il tempio alle richieste di onoranze funebri e all'affollamento che impedivano la pratica. Egli inoltre sostiene che non c'è vero zazen senza il rapporto fisico con il lavoro, e così per evitare il rischio di un cammino troppo intellettuale, Antaiji si basa sull'auto-sostentamento materiale; non riceve grandi donazioni e, non celebrando funerali, si mantiene grazie alla coltivazione della terra. Ogni tipo di lavoro viene svolto dai monaci residenti. In questo modo la vita del tempio è molto più incarnata: «perché Buddha va visto e ascoltato nella natura, non solo sull'altare. È il colore della realtà che ci circonda».
La presenza di praticanti occidentali ad Antaiji è un altro esempio della particolarità del luogo (adesso l'abate è un tedesco), che in Giappone è probabilmente il tempio zen più lontano dalla rigidità conservatrice che abbiamo conosciuto a Eiheiji. Mentre nel monastero di Dogen la disciplina e l'etichetta, dopo 700 anni, non sono quasi cambiate, ad Antaiji la vita ruota attorno al lavoro e alla meditazione; tutto si regola in armonia con le stagioni dell'anno e le necessità variabili di lavoro da svolgere, mentre la pratica dello zazen è rispettata fedelmente, in sessioni di due ore per due volte al giorno. Due volte al mese inoltre si interrompono tutte le attività per cinque giorni di Sesshin, una specie di ritiro, durante il quale si pratica zazen dalla mattina alla sera. Con molta semplicità lo zazen e il lavoro sono le attività principali, perché Buddha va incontrato nella propria vita quotidiana: «per approfondire la fede bisogna togliere, non aggiungere, andare nel profondo di se stessi, con semplicità».
Questo atteggiamento di ricerca autentico ha portato Watanabe all'incontro con il cristianesimo; il suo maestro una volta gli disse che se voleva studiare Dogen, doveva farlo di pari passo con la lettura della Bibbia. Watanabe un giorno disse a padre Mazzocchi: «Da quando ho percepito che nel cristianesimo c'è verità, per me non esiste più cammino zen se non aprendomi alla verità che è nel cristianesimo».

Timoteo Tommasini





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