«Su un punto non c'è dubbio: per
l'Africa, l'Aids è la più grande tragedia
della storia dopo la tratta degli schiavi». Il padre gesuita Michael
Czerny non ha perplessità: il virus è più di un'emergenza
sanitaria, è una tragedia frutto, allo stesso tempo, della povertà
e fonte di povertà. Una minaccia che colpisce 25 milioni di persone
e ha già causato 12 milioni di orfani, alla quale si deve rispondere
in modo coordinato senza trascurare né l'assistenza ai
malati, né gli effetti sul tessuto economico e sociale del continente.
Padre Czerny parla con cognizione di causa. Da tre anni è il
responsabile della Rete Aids dei Gesuiti Africani (Ajan), un'organizzazione
istituita dalla Compagnia di Gesù per mettere in rete e coordinare
tutte le iniziative che l'ordine religioso ha creato in Africa.
«Dopo la Conferenza Mondiale sull'Aids che si è tenuta
a Durban nel 2000 - spiega padre Czerny -, i gesuiti in Africa hanno
avvertito il bisogno di rispondere insieme e in modo coordinato alle
molteplici sfide che pone il virus. È nato così Ajan.
La sua missione è d'incoraggiare e di assistere i gesuiti
a rispondere alla minaccia di questa terribile malattia in modo efficace
ed evangelico».
Gesuiti in prima linea
«L'Aids - osserva Elphège Quenum, un giovane gesuita
che lavora insieme a padre Czerny - è una malattia che ha colpito
la popolazione a tutti i livelli. È un'epidemia che ha
trovato terreno fertile nella povertà, nella violenza, nella
fame, in sistemi sanitari a pezzi. Tutto questo ha contribuito alla
sua diffusione, alla quale non sono indifferenti neppure l'ignoranza,
i pregiudizi, la discriminazione. Come gesuiti non possiamo restare
insensibili a questa sfida. Cristo è venuto su questa terra per
alleviare le sofferenze. E noi, se vogliamo seguire il suo esempio,
dobbiamo impegnarci per alleviare le sofferenze dei malati di Aids.
Come? Innanzi tutto con aiuti concreti. Ma come religiosi dobbiamo anche
portare il conforto, l'amore e la speranza di Gesù Cristo
ai malati». Nell'Africa subsahariana i gesuiti sono 1.360
e lavorano in 29 Paesi. In 22 di questi lottano contro il virus assistendo
malati e sieropositivi. Anche se il loro raggio d'azione è
più vasto della sola assistenza ai malati perché si prendono
carico anche dei giovani a rischio, dei parenti e degli orfani. «Assistere
i malati è importante - gli fa eco padre Czerny -, ma è
altrettanto importante sostenere i familiari. Con risorse e personale
limitati (contro l'Aids sono impegnati solo una decina di gesuiti
a tempo pieno e 150 a tempo parziale), cerchiamo di aiutare soprattutto
i membri più vulnerabili (anziani, orfani, disabili). Aiutiamo
economicamente molti nonni che, a causa dell'Aids, hanno perso
i figli e si trovano in carico i nipoti. Aiutiamo anche gli orfani pagando
le rette scolastiche, affinché non abbandonino gli studi, e diamo
assistenza spirituale e psicologica ai più traumatizzati».
L'Aids si combatte in rete
L'Ajan non organizza progetti, ma lavora come un'organizzazione
di sostegno per coordinare e rendere più efficaci i progetti
nei singoli Paesi, condividere le esperienze e mettere a disposizione
nuovo materiale di analisi e di studio. «Ajan - spiega padre Czerny
- è una rete. I suoi scopi principali sono aiutare e incoraggiare
chi lavora nel campo dell'Aids. Ogni mese, visito un Paese africano
parlando con i gesuiti che lavorano sul campo. Cerco di capire i loro
problemi, di aiutarli a risolverli, di metterli in contatto con altri
gesuiti che hanno affrontato le stesse difficoltà, di creare
sinergie con altri gruppi». In questo settore anche la ricerca,
la comunicazione e la formazione sono importanti. L'Ajan pubblica
un bollettino elettronico, AjanNews, che esce in francese, inglese e
portoghese. Vengono inoltre pubblicati libri, articoli ed è attivo
un sito internet (www.jesuitaids.net).
«Siamo convinti - spiega Quenum - che la pandemia può essere
fermata anche grazie alla formazione. Per questo lavoriamo molto con
i giovani informandoli sull'Aids, insistendo molto sui valori
cattolici e sulla prevenzione come arma per arrestare il contagio».
Un grande sforzo per combattere una malattia che non è solo malattia.
«L'Aids - conclude padre Czerny -, lo ripeto, non è
soltanto un'emergenza sanitaria. E riusciremo a sconfiggerlo solo
se, oltre a curare il virus, sapremo risolvere i problemi a esso correlati:
povertà, guerre, disoccupazione, corruzione. Se non affronteremo
il problema in questo modo, non lo batteremo».
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