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 Agosto/Settembre 2005 - I gesuiti in Africa orientale

Emergenza/2. Profughi
Un'area «calda», è record di rifugiati
Nell'Africa orientale e nella regione dei Grandi Laghi, milioni di persone sono stati costretti a lasciare la propria abitazione e le proprie occupazioni da guerra, violenze e carestie. Il Jesuit Refugee Service che ha sede a Nairobi collabora con le organizzazioni delle Nazioni Unite e con le Ong per dare assistenza a queste persone e a prepararle a rientrare in patria.

«Il nostro obiettivo? Aiutare i rifugiati non a sopravvivere, ma a vivere come uomini e donne liberi. Noi lavoriamo per questo. Ed è un lavoro molto impegnativo perché la nostra area (se consideriamo anche l'Africa Centrale) è quella in cui è concentrato il maggior numero di rifugiati e sfollati al mondo». John Gueney è il direttore del Jrs dell'Africa Orientale. Guida una pattuglia di otto gesuiti impegnati a tempo pieno nell'assistenza ai rifugiati nei campi dell'Africa dell'Est, del Corno d'Africa e dei Grandi Laghi. La loro base è una villetta alla periferia di Nairobi (Kenya).
«La nostra regione - spiega padre Gueney - negli anni Novanta è stata sconvolta da molti conflitti. Alcuni drammatici. Queste guerre hanno provocato migliaia di profughi. Pensate solo alle crisi di Congo, Ruanda, Sudan e Somalia. Una massa enorme di persone ha abbandonato case, lavoro, scuole per mettersi in salvo con le poche cose che riusciva a portarsi dietro». I gesuiti lavorano a stretto contatto con Governi locali, agenzie dell'Onu (Unhcr, Who, ecc.) e ong. «Siamo impegnati su più fronti - spiega padre Gueney -. Inizialmente lavoravamo solo nel campo dell'educazione, aiutando ragazzi e adulti a studiare fornendo loro educazione primaria, secondaria, formazione professionale e formazione per gli insegnanti. Poi con il tempo il nostro lavoro si è esteso in altri campi ed è diventato più impegnativo». Dopo il genocidio ruandese, la Compagnia di Gesù ha aperto radio Kwizera come strumento per favorire la pace e la riconciliazione. «La radio - osserva padre Gueney - è uno strumento potente che ci permette di lavorare bene sia in campo pastorale (con programmi ad hoc), sia in campo psicosociale (con trasmissioni di counseling e di sostegno al personale sanitario). Nella radio sono impegnati tre gesuiti a tempo pieno e alcuni laici. I loro programmi permettono di sostenere il lavoro sul campo. Penso soprattutto alle iniziative di riconciliazione che i nostri religiosi portano avanti tra la gente scossa dagli odii etnici pur fra mille difficoltà».
Molta importanza nei programmi dei gesuiti è data all'indipendenza economica dei rifugiati. Il Jrs offre piccoli prestiti (dai 20 ai 200 dollari Usa) con i quali i rifugiati avviano piccole attività produttive e commerciali. «È un modo - sostiene padre Gueney - per dare loro la possibilità di trovare un'occupazione e di imparare un lavoro che potrebbe servire quando rientreranno nel loro Paese. A questo aspetto teniamo molto perché i rifugiati devono cercare di rendersi autonomi, soprattutto in campo economico. È un modo per restituire loro la dignità di persone che non devono dipendere da altri».
La situazione dei rifugiati nell'Africa Orientale non è però catastrofica: chi riesce a ottenere lo status di rifugiato può contare su programmi di educazione, un'accoglienza abitativa e la risposta alle necessità di base. «Le situazioni più preoccupanti - sottolinea padre Gueney - sono quelle degli sfollati (cioè coloro che sono fuggiti dalle loro abitazioni, rimanendo però nel Paese d'origine). Per questi non esistono garanzie e, spesso, sono esposti alle violenze. La stessa sorte tocca ai rifugiati che non ottengono lo status. Spesso sono costretti a nascondersi negli slum delle grandi città africane in condizioni di vita pessime. È il caso di molti somali che vivono in condizioni estreme nella periferia di Nairobi».
«Noi - conclude padre Gueney - abbiamo come obiettivo finale il rientro in patria dei rifugiati. Spesso non ci riusciamo a causa delle condizioni politiche e sociali dei Paesi di provenienza. Allora cerchiamo di farli accettare nel Paese che li ha ospitati o li facciamo ospitare da Paesi terzi. D'altra parte, la condizione del rifugiato non può essere eterna. Altrimenti il rischio è di annientare l'uomo nella sua persona».


 





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