«Il nostro obiettivo? Aiutare i rifugiati non
a sopravvivere, ma a vivere come uomini e donne liberi. Noi lavoriamo
per questo. Ed è un lavoro molto impegnativo perché la
nostra area (se consideriamo anche l'Africa Centrale) è
quella in cui è concentrato il maggior numero di rifugiati e
sfollati al mondo». John Gueney è il direttore del Jrs
dell'Africa Orientale. Guida una pattuglia di otto gesuiti impegnati
a tempo pieno nell'assistenza ai rifugiati nei campi dell'Africa
dell'Est, del Corno d'Africa e dei Grandi Laghi. La loro
base è una villetta alla periferia di Nairobi (Kenya).
«La nostra regione - spiega padre Gueney - negli anni Novanta
è stata sconvolta da molti conflitti. Alcuni drammatici. Queste
guerre hanno provocato migliaia di profughi. Pensate solo alle crisi
di Congo, Ruanda, Sudan e Somalia. Una massa enorme di persone ha abbandonato
case, lavoro, scuole per mettersi in salvo con le poche cose che riusciva
a portarsi dietro». I gesuiti lavorano a stretto contatto con
Governi locali, agenzie dell'Onu (Unhcr, Who, ecc.) e ong. «Siamo
impegnati su più fronti - spiega padre Gueney -. Inizialmente
lavoravamo solo nel campo dell'educazione, aiutando ragazzi e
adulti a studiare fornendo loro educazione primaria, secondaria, formazione
professionale e formazione per gli insegnanti. Poi con il tempo il nostro
lavoro si è esteso in altri campi ed è diventato più
impegnativo». Dopo il genocidio ruandese, la Compagnia di Gesù
ha aperto radio Kwizera come strumento per favorire la pace e la riconciliazione.
«La radio - osserva padre Gueney - è uno strumento potente
che ci permette di lavorare bene sia in campo pastorale (con programmi
ad hoc), sia in campo psicosociale (con trasmissioni di counseling e
di sostegno al personale sanitario). Nella radio sono impegnati tre
gesuiti a tempo pieno e alcuni laici. I loro programmi permettono di
sostenere il lavoro sul campo. Penso soprattutto alle iniziative di
riconciliazione che i nostri religiosi portano avanti tra la gente scossa
dagli odii etnici pur fra mille difficoltà».
Molta importanza nei programmi dei gesuiti è data all'indipendenza
economica dei rifugiati. Il Jrs offre piccoli prestiti (dai 20 ai 200
dollari Usa) con i quali i rifugiati avviano piccole attività
produttive e commerciali. «È un modo - sostiene padre Gueney
- per dare loro la possibilità di trovare un'occupazione
e di imparare un lavoro che potrebbe servire quando rientreranno nel
loro Paese. A questo aspetto teniamo molto perché i rifugiati
devono cercare di rendersi autonomi, soprattutto in campo economico.
È un modo per restituire loro la dignità di persone che
non devono dipendere da altri».
La situazione dei rifugiati nell'Africa Orientale non è
però catastrofica: chi riesce a ottenere lo status di rifugiato
può contare su programmi di educazione, un'accoglienza
abitativa e la risposta alle necessità di base. «Le situazioni
più preoccupanti - sottolinea padre Gueney - sono quelle degli
sfollati (cioè coloro che sono fuggiti dalle loro abitazioni,
rimanendo però nel Paese d'origine). Per questi non esistono
garanzie e, spesso, sono esposti alle violenze. La stessa sorte tocca
ai rifugiati che non ottengono lo status. Spesso sono costretti a nascondersi
negli slum delle grandi città africane in condizioni di vita
pessime. È il caso di molti somali che vivono in condizioni estreme
nella periferia di Nairobi».
«Noi - conclude padre Gueney - abbiamo come obiettivo finale il
rientro in patria dei rifugiati. Spesso non ci riusciamo a causa delle
condizioni politiche e sociali dei Paesi di provenienza. Allora cerchiamo
di farli accettare nel Paese che li ha ospitati o li facciamo ospitare
da Paesi terzi. D'altra parte, la condizione del rifugiato non
può essere eterna. Altrimenti il rischio è di annientare
l'uomo nella sua persona».
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