| Afghanistan
Missione di gesuiti indiani
Dopo tre anni di studio della situazione del Paese, due gesuiti indiani
sono stati inviati a maggio in Afghanistan per dare vita a una nuova
missione. La loro presenza e il loro aiuto sono stati richiesti dalle
autorità afghane. Padre Anthony Santiago e il fratello Noel Oliver
si trovano in Afghanistan per pianificare il lavoro nel settore scolastico.
Fratel Noel scrive che le agenzie straniere investono molto nella sicurezza
del loro personale, ma i gesuiti non sono assicurati. Entrambi hanno
messo per iscritto che non si dovrà fare nulla di straordinario
in caso di disgrazia, rapimento, ecc. Intendono condurre una vita semplice
e incontrare le persone per cui si trovano nel Paese. Un giorno, mentre
erano in un villaggio, chiesero se era un problema la loro permanenza
in quel luogo, invece che in città in case sorvegliate. La risposta
è stata chiara: una volta che si è accettati come ospiti,
gli afghani danno completa protezione, anche a costo della vita.
Già padre Aloysius Fonseca era tornato in Afghanistan, ma la
sua morte improvvisa a Kabul nel febbraio 2004 aveva interrotto il progetto
di una nuova missione.
La storia dei gesuiti in Afghanistan risale ai tempi del lavoro svolto
alla corte del re Akbar, sovrano della dinastia Mogul. Nel 1581-82 il
gesuita catalano Montserrat accompagnò re Akbar in una spedizione
militare verso Kabul. In seguito, all'inizio del Seicento, un
gesuita portoghese, Bento de Goes, attraversò l'Afghanistan
alla ricerca del regno cristiano chiamato Cathay e per verificare le
scoperte del gesuita Matteo Ricci, che allora si trovava alla corte
di Pechino. Bento de Goes era partito da Goa, e aveva attraversato le
terre afghane, passando per Jalalabad e Kabul, aveva proseguito lungo
la Via della Seta e raggiunto infine la Cina, ma morì nel 1607
prima di arrivare a Pechino.
www.jesuits-europe.org
Messico
In ricordo di Acteal
Più di sette anni sono passati dal massacro dei «martiri
di Acteal», quando 45 persone furono uccise mentre digiunavano
e pregavano per la pace vicino ad Acteal, una piccola comunità
situata sulle brumose colline del Chiapas, in Messico. Da allora, grazie
all'infaticabile lavoro coordinato di diversi gruppi religiosi
e della società civile, Acteal è divenuto un simbolo della
promozione della pace e dei diritti umani delle comunità indigene.
Acteal fa parte della parrocchia di San Pedro Chenalhó, nella
diocesi di San Cristóbal de Las Casas. A dicembre, in occasione
del settimo anniversario del massacro, la comunità parrocchiale
ha celebrato la consacrazione di un Centro cerimoniale indigeno e di
una cappella ecumenica, durante una gioiosa cerimonia piena di colori
e alla presenza di molti amici e ospiti. Il nuovo centro servirà
da luogo di incontro per diversi gruppi e organizzazioni che continuano
a lavorare a fianco degli indigeni e per altre associazioni di base.
Servirà inoltre per l'organizzazione di eventi religiosi,
culturali e di formazione, specialmente quelli promossi da «Las
Abejas» (Le api), un'organizzazione pacifista della società
civile. Il gesuita Pedro Arriaga, parroco di San Pedro Chenalhó,
afferma che «attraverso l'azione dello Spirito e l'impegno
a favore dei popoli indigeni, Acteal si è tramutato in un luogo
per il servizio della fede e la promozione della giustizia».
Per maggiori informazioni:
www.prodigyweb.net.mx/amyrilac.
Sjs Headlines
Zimbabwe
Retate e demolizioni
«Per quanto, Signore, per quanto tempo?», scrive padre Brian
MacGarry, gesuita, che vive ogni giorno il dramma dello Zimbabwe tra
tensioni politiche ed emergenza alimentare. «Continuano le razzie
dei beni della popolazione, con almeno 17mila persone arrestate per
avere cercato di guadagnare l'indispensabile per sopravvivere
vendendo beni di prima necessità e quei pochi oggetti da cui
tutti dipendiamo. Ora stanno demolendo le case dei poveri. Secondo le
loro minacce potrebbero lasciare un milione senza tetto nella sola capitale
Harare. Riesco a vedere solo due spiegazioni razionali: i sostenitori
del regime stanno cercando di provocare una reazione che darà
loro la scusa per dichiarare lo stato di emergenza; vogliono spingere
la gente fuori dalle città come punizione per non avere votato
nel modo in cui essi volevano. Questo spiega perché neghino i
pochi alimenti rimasti a coloro che non considerano sostenitori politici
fedeli. In ogni caso, con i soldi messi da parte si può acquistare
ben poco: i dollari dello Zimbabwe non valgono più niente. Con
un dollaro locale oggi si compra meno che con metical, la moneta del
Mozambico, e ciò significa che la nostra è diventata la
valuta africana con meno valore.
I commercianti nella nostra zona non sono stati ancora infastiditi dalla
polizia, alcuni sono ancora nel centro della città, ma devono
stare attenti. Non ho più rivisto Chipo, una giovane che aveva
perso tutto durante le violenze scoppiate alle elezioni del 2002. Vendeva
quaderni rilegati in casa, con altre donne. I prodotti erano buoni e
ne abbiamo comprati alcuni per i ragazzi di strada che seguiamo e mandiamo
a scuola. Se queste retate sono punizioni, non sono bene mirate. Pensavo
che i produttori di pomodori fossero tra i più forti sostenitori
del regime, ma se la maggior parte dei venditori di strada viene arrestata
e gli altri sono nascosti, non hanno più nessuno a cui vendere.
Sempre più prodotti vengono distrutti».
Europa
Diritto d'asilo nei media
Il 15 giugno la sezione europea del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati
(Jrs), in collaborazione con l'Alto Commissariato dell'Onu
per i Rifugiati (Acnur), il Refugee Council olandese, l'inglese
MediaWise e la Federazione internazionale dei giornalisti, hanno organizzato
un incontro a Bruxelles per giornalisti dal titolo: Alieni nei media
- Raccontare i rifugiati e i richiedenti asilo in Europa. Tra gli altri
sono intervenuti alcuni giornalisti in esilio, il portavoce del Commissario
europeo agli Affari interni, Friso Roscam-Abbing, e il direttore del
Jrs Europa, il gesuita Jan Stuyt. Lo scopo è quello di combattere
le rappresentazioni distorte di rifugiati e richiedenti asilo che si
danno nei mezzi di comunicazione europei. Roscam-Abbing ha presentato
le prossime iniziative dell'Unione Europea, i programmi di protezione
regionale e di reinserimento. Serviranno a dare assistenza ai Paesi
esterni all'Unione nelle procedure per l'asilo e consentiranno
ai rifugiati di venire nella Ue se non trovano protezione più
vicino al loro Paese. Inoltre si cerca di offrire protezione nella Ue
a chi si trova nei campi fuori dall'Unione, quando è evidente
che la persona non riuscirà ad integrarsi nel Paese di asilo.
Il programma è rivolto a un piccolo numero di persone, si spera
perciò che tutti i Paesi Ue aderiscano al programma di reinserimento.
Bertrand Ginet, della Federazione internazionale dei giornalisti, ha
sottolineato la tendenza in Europa a presentare i richiedenti asilo
e i rifugiati come un pericolo, senza distinguere tra azioni individuali
di alcuni richiedenti asilo e il loro status legale o l'origine
etnica. Occorre fare di più per avere un giornalismo responsabile.
Jrs Dispatches
Sud America
Comunità di inserzione
«Ho avuto la fortuna - scrive il gesuita Jaime Vicario - di trascorrere
quasi due anni nella comunità El Augustino di Lima (Perú)
e ora di vivere nella comunità parrocchiale della Santissima
Trinità a Belo Horizonte (Brasile).
Queste esperienze mi insegnano quotidianamente il significato di quell'espressione
ripetuta forse troppo spesso, ma certamente autentica: "I poveri
ci evangelizzano". Quando si ha il privilegio di vivere con i
poveri, si scopre come la fede possa diventare più viva e sincera,
come l'accoglienza possa mutarsi in gioia piuttosto che in una
dolorosa rinuncia al "nostro spazio privato" e che la vita
è fatta per essere donata. Non dubito che ciò si possa
sperimentare in ogni altro luogo o situazione, ma la mia esperienza
è che stando con i poveri si impara a essere poveri, si impara
a confidare maggiormente in Dio, a essere nudi, privi di ogni possesso
e a donare se stessi.
Credo che ogni comunità d'inserzione sia un dono di Dio
alla Compagnia di Gesù. Tuttavia, temo per il loro futuro. Vedo
sempre meno comunità che fanno una simile scelta e sempre meno
gesuiti che vogliano vivere in questo modo. La formazione non ci incoraggia
a vivere come "famiglie modeste del luogo" e tanto meno
come i poveri (non metto in discussione la buona intenzione di facilitare
gli studi, ma la formazione non è forse qualcosa di più
che avere a disposizione risorse per gli studi?).
Prego Dio per una conversione dell'intera Compagnia di Gesù,
affinché ci faccia comprendere l'importanza delle comunità
di inserzione per vivere la nostra scelta radicale nello spirito del
Vangelo. Pur non facendoci più santi o più poveri (questo
dipende dalla conversione personale di ciascuno), rappresentano un'esperienza
ideale per avvicinarci ai poveri e alla frugalità della vita».
Sjs Headlines
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