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 Agosto/Settembre 2005 - Eco dei gesuiti - In rete

Afghanistan
Missione di gesuiti indiani
Dopo tre anni di studio della situazione del Paese, due gesuiti indiani sono stati inviati a maggio in Afghanistan per dare vita a una nuova missione. La loro presenza e il loro aiuto sono stati richiesti dalle autorità afghane. Padre Anthony Santiago e il fratello Noel Oliver si trovano in Afghanistan per pianificare il lavoro nel settore scolastico. Fratel Noel scrive che le agenzie straniere investono molto nella sicurezza del loro personale, ma i gesuiti non sono assicurati. Entrambi hanno messo per iscritto che non si dovrà fare nulla di straordinario in caso di disgrazia, rapimento, ecc. Intendono condurre una vita semplice e incontrare le persone per cui si trovano nel Paese. Un giorno, mentre erano in un villaggio, chiesero se era un problema la loro permanenza in quel luogo, invece che in città in case sorvegliate. La risposta è stata chiara: una volta che si è accettati come ospiti, gli afghani danno completa protezione, anche a costo della vita.
Già padre Aloysius Fonseca era tornato in Afghanistan, ma la sua morte improvvisa a Kabul nel febbraio 2004 aveva interrotto il progetto di una nuova missione.
La storia dei gesuiti in Afghanistan risale ai tempi del lavoro svolto alla corte del re Akbar, sovrano della dinastia Mogul. Nel 1581-82 il gesuita catalano Montserrat accompagnò re Akbar in una spedizione militare verso Kabul. In seguito, all'inizio del Seicento, un gesuita portoghese, Bento de Goes, attraversò l'Afghanistan alla ricerca del regno cristiano chiamato Cathay e per verificare le scoperte del gesuita Matteo Ricci, che allora si trovava alla corte di Pechino. Bento de Goes era partito da Goa, e aveva attraversato le terre afghane, passando per Jalalabad e Kabul, aveva proseguito lungo la Via della Seta e raggiunto infine la Cina, ma morì nel 1607 prima di arrivare a Pechino.
www.jesuits-europe.org

Messico
In ricordo di Acteal
Più di sette anni sono passati dal massacro dei «martiri di Acteal», quando 45 persone furono uccise mentre digiunavano e pregavano per la pace vicino ad Acteal, una piccola comunità situata sulle brumose colline del Chiapas, in Messico. Da allora, grazie all'infaticabile lavoro coordinato di diversi gruppi religiosi e della società civile, Acteal è divenuto un simbolo della promozione della pace e dei diritti umani delle comunità indigene. Acteal fa parte della parrocchia di San Pedro Chenalhó, nella diocesi di San Cristóbal de Las Casas. A dicembre, in occasione del settimo anniversario del massacro, la comunità parrocchiale ha celebrato la consacrazione di un Centro cerimoniale indigeno e di una cappella ecumenica, durante una gioiosa cerimonia piena di colori e alla presenza di molti amici e ospiti. Il nuovo centro servirà da luogo di incontro per diversi gruppi e organizzazioni che continuano a lavorare a fianco degli indigeni e per altre associazioni di base. Servirà inoltre per l'organizzazione di eventi religiosi, culturali e di formazione, specialmente quelli promossi da «Las Abejas» (Le api), un'organizzazione pacifista della società civile. Il gesuita Pedro Arriaga, parroco di San Pedro Chenalhó, afferma che «attraverso l'azione dello Spirito e l'impegno a favore dei popoli indigeni, Acteal si è tramutato in un luogo per il servizio della fede e la promozione della giustizia».
Per maggiori informazioni:
www.prodigyweb.net.mx/amyrilac.
Sjs Headlines

Zimbabwe
Retate e demolizioni
«Per quanto, Signore, per quanto tempo?», scrive padre Brian MacGarry, gesuita, che vive ogni giorno il dramma dello Zimbabwe tra tensioni politiche ed emergenza alimentare. «Continuano le razzie dei beni della popolazione, con almeno 17mila persone arrestate per avere cercato di guadagnare l'indispensabile per sopravvivere vendendo beni di prima necessità e quei pochi oggetti da cui tutti dipendiamo. Ora stanno demolendo le case dei poveri. Secondo le loro minacce potrebbero lasciare un milione senza tetto nella sola capitale Harare. Riesco a vedere solo due spiegazioni razionali: i sostenitori del regime stanno cercando di provocare una reazione che darà loro la scusa per dichiarare lo stato di emergenza; vogliono spingere la gente fuori dalle città come punizione per non avere votato nel modo in cui essi volevano. Questo spiega perché neghino i pochi alimenti rimasti a coloro che non considerano sostenitori politici fedeli. In ogni caso, con i soldi messi da parte si può acquistare ben poco: i dollari dello Zimbabwe non valgono più niente. Con un dollaro locale oggi si compra meno che con metical, la moneta del Mozambico, e ciò significa che la nostra è diventata la valuta africana con meno valore.
I commercianti nella nostra zona non sono stati ancora infastiditi dalla polizia, alcuni sono ancora nel centro della città, ma devono stare attenti. Non ho più rivisto Chipo, una giovane che aveva perso tutto durante le violenze scoppiate alle elezioni del 2002. Vendeva quaderni rilegati in casa, con altre donne. I prodotti erano buoni e ne abbiamo comprati alcuni per i ragazzi di strada che seguiamo e mandiamo a scuola. Se queste retate sono punizioni, non sono bene mirate. Pensavo che i produttori di pomodori fossero tra i più forti sostenitori del regime, ma se la maggior parte dei venditori di strada viene arrestata e gli altri sono nascosti, non hanno più nessuno a cui vendere. Sempre più prodotti vengono distrutti».

Europa
Diritto d'asilo nei media
Il 15 giugno la sezione europea del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs), in collaborazione con l'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Acnur), il Refugee Council olandese, l'inglese MediaWise e la Federazione internazionale dei giornalisti, hanno organizzato un incontro a Bruxelles per giornalisti dal titolo: Alieni nei media - Raccontare i rifugiati e i richiedenti asilo in Europa. Tra gli altri sono intervenuti alcuni giornalisti in esilio, il portavoce del Commissario europeo agli Affari interni, Friso Roscam-Abbing, e il direttore del Jrs Europa, il gesuita Jan Stuyt. Lo scopo è quello di combattere le rappresentazioni distorte di rifugiati e richiedenti asilo che si danno nei mezzi di comunicazione europei. Roscam-Abbing ha presentato le prossime iniziative dell'Unione Europea, i programmi di protezione regionale e di reinserimento. Serviranno a dare assistenza ai Paesi esterni all'Unione nelle procedure per l'asilo e consentiranno ai rifugiati di venire nella Ue se non trovano protezione più vicino al loro Paese. Inoltre si cerca di offrire protezione nella Ue a chi si trova nei campi fuori dall'Unione, quando è evidente che la persona non riuscirà ad integrarsi nel Paese di asilo. Il programma è rivolto a un piccolo numero di persone, si spera perciò che tutti i Paesi Ue aderiscano al programma di reinserimento. Bertrand Ginet, della Federazione internazionale dei giornalisti, ha sottolineato la tendenza in Europa a presentare i richiedenti asilo e i rifugiati come un pericolo, senza distinguere tra azioni individuali di alcuni richiedenti asilo e il loro status legale o l'origine etnica. Occorre fare di più per avere un giornalismo responsabile.
Jrs Dispatches

Sud America
Comunità di inserzione
«Ho avuto la fortuna - scrive il gesuita Jaime Vicario - di trascorrere quasi due anni nella comunità El Augustino di Lima (Perú) e ora di vivere nella comunità parrocchiale della Santissima Trinità a Belo Horizonte (Brasile).
Queste esperienze mi insegnano quotidianamente il significato di quell'espressione ripetuta forse troppo spesso, ma certamente autentica: "I poveri ci evangelizzano". Quando si ha il privilegio di vivere con i poveri, si scopre come la fede possa diventare più viva e sincera, come l'accoglienza possa mutarsi in gioia piuttosto che in una dolorosa rinuncia al "nostro spazio privato" e che la vita è fatta per essere donata. Non dubito che ciò si possa sperimentare in ogni altro luogo o situazione, ma la mia esperienza è che stando con i poveri si impara a essere poveri, si impara a confidare maggiormente in Dio, a essere nudi, privi di ogni possesso e a donare se stessi.
Credo che ogni comunità d'inserzione sia un dono di Dio alla Compagnia di Gesù. Tuttavia, temo per il loro futuro. Vedo sempre meno comunità che fanno una simile scelta e sempre meno gesuiti che vogliano vivere in questo modo. La formazione non ci incoraggia a vivere come "famiglie modeste del luogo" e tanto meno come i poveri (non metto in discussione la buona intenzione di facilitare gli studi, ma la formazione non è forse qualcosa di più che avere a disposizione risorse per gli studi?).
Prego Dio per una conversione dell'intera Compagnia di Gesù, affinché ci faccia comprendere l'importanza delle comunità di inserzione per vivere la nostra scelta radicale nello spirito del Vangelo. Pur non facendoci più santi o più poveri (questo dipende dalla conversione personale di ciascuno), rappresentano un'esperienza ideale per avvicinarci ai poveri e alla frugalità della vita».
Sjs Headlines



 




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