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 Agosto/Settembre 2005 - Il mondo, i popoli

popoli ai margini
Culture oceaniche: fondamenti comuni
Le origini antropologiche dell'Oceania, geografia e migrazioni del Continente nuovissimo: breve viaggio nelle isole sparse nell'immensità dell'oceano dove culture e fedi ancestrali resistono tenacemente.

Negli sconfinati deserti d'acqua dell'Oceano Pacifico, tra Asia sudorientale e Nuovo Mondo, si trova la parte insulare dell'Oceania, che, se si esclude l'Australia, si estende su 1,2 milioni di chilometri quadrati di terre emerse, appena poco più di un ottavo della superficie europea. La quasi totalità di queste terre è costituita dalle due isole maggiori, Nuova Zelanda e Nuova Guinea, che insieme a circa diecimila aree insulari, ubicate per lo più nella parte occidentale del continente, rappresentano i resti di un antico vasto continente unito, l'Australasia.

I popoli dell'oceano
Si tratta per lo più di terre montuose e di isole coralline basse e circolari, costituitesi su dorsali e massicci vulcanici sottomarini. Geograficamente, la cosiddetta fascia insulare esterna comprende la Polinesia a Est e gli arcipelaghi della Micronesia a Nord, mentre le isole più estese della zona centrale oceanica, a eccezione della Nuova Zelanda, appartengono alla Melanesia. Queste isole diventano sempre più piccole e rade procedendo verso oriente, fino all'avamposto estremo di Rapa Nui, l'antichissima Isola di Pasqua, che dista 4mila chilometri dal Cile, cui politicamente appartiene. Questa situazione geografica suggerisce l'ipotesi più attendibile che il popolamento di queste terre possa essersi avviato da Occidente, proprio dai territori del Sud-Est asiatico - in particolare dall'arcipelago indonesiano - verso Australia e Nuova Guinea, fino alle Isole Salomone settentrionali, dove sono stati individuati insediamenti moderni risalenti a 30mila anni fa. Studi archeologici e linguistici indicano inoltre una serie di complesse migrazioni, molto più recenti, spesso in direzioni opposte, culminate nella grande espansione polinesiana. I dati razziali, linguistici e culturali relativi alle migrazioni moderne evidenziano infatti una maggiore omogeneità nelle aree della Polinesia e Micronesia, più di quanto invece risulta nelle isole della Melanesia. Queste popolazioni assieme a quelle della Nuova Guinea (di pelle scura), sono infatti più affini agli aborigeni australiani, mentre i polinesiani attuali sono più simili agli abitanti del Sud-Est asiatico.
Le popolazioni polinesiane, compresi i maori della Nuova Zelanda, si sono progressivamente incrociate con i melanesiani, specie nelle aree periferiche e di transizione rappresentate delle isole Figi, Tonga e Samoa, considerate la culla culturale della Polinesia. Questa evidenza suggerisce anche che gli attuali polinesiani siano discendenti diretti dei gruppi che colonizzarono il territorio compreso tra l'arcipelago di Bismark e il Pacifico centrale tra il 1600 e il 600 a.C. e che la successiva espansione verso le isole dell'Oceania orientale portò alla colonizzazione della aree più lontane della Melanesia intorno al 300 a.C. Nei secoli successivi, i provetti navigatori degli atolli partiti da Tahiti e dalle isole Marchesi, a bordo delle loro velocissime canoe a doppio scafo, sospinte da remi e vele in grado di coprire notevoli distanze, raggiunsero le Hawaii intorno al 400 d.C. Solo quattro secoli più tardi, si concluse il lungo processo di colonizzazione del Pacifico con la migrazione di popolazioni partite dalle isole della Società, Tuamotu e Cook, che raggiunsero le coste della Nuova Zelanda.

Società e organizzazione del potere
Anche se la colonizzazione europea ha radicalmente modificato le culture dei popoli dell'Oceania, il legame con il territorio, espresso in particolare nella «simbolizzazione» di certe caratteristiche morfologiche (montagne, vulcani, rocce, fiumi, ecc.), rimane per la tradizione locale un'inequivocabile «traccia mitica» di esseri primordiali o di eroi semidivini da cui hanno preso origine le genti dei Mari del Sud e, al contempo, l'elemento forte che accomuna le diverse etnie oceaniche. Un legame concreto correla, specie in Nuova Guinea, il territorio con il culto degli antenati, in onore dei quali si costruiscono i caratteristici korwar, statuette lignee per sostenere il cranio dei defunti. Questa è una delle forme religiose più diffuse del Continente nuovissimo. La funzione spirituale è garantita anche da pitture corporali, ornamenti, decorazioni e scudi dipinti che, in ogni atollo, rappresentano importanti modelli di gerarchia sociale.
La maggior parte delle cerimonie religiose, soprattutto i riti di iniziazione, si svolge all'interno delle «case degli uomini», le cosiddette haus tambaran, grandi capanne a due piani che possono arrivare fino a 15 metri di altezza e a 40 metri di lunghezza. L'architettura di questi edifici riflette l'organizzazione sociale e religiosa del gruppo; ogni clan del villaggio ha un suo spazio all'interno della casa: in particolare, nelle società polinesiane, ma anche nelle isole della Micronesia, dove la struttura socio-politica è fortemente regolata da una rigida gerarchia. Il tatuaggio è il più importante segno distintivo di prestigio sociale diffuso pressoché ovunque.
La tradizione vuole che ogni tatuaggio sia impresso per puntura sulle varie parti del corpo, a seconda del sesso e della classe sociale, con un particolare pettine dalle punte acuminate, impregnate di una sostanza colorante battute da un martelletto. I maestri del tatuaggio - tafuga a tatau - sono tenuti in grande considerazione come pochi altri membri - in genere sacerdoti e artisti - della società, fondata per lo più sulla rigida distinzione di classe.
Oggi, come in passato, avere potere significa possedere il mana, ovvero la forza vitale che giustifica il potere «divino» posseduto dal capo. Gli aristocratici esibivano una serie di insegne di rango, costituite da ornamenti, oggetti cerimoniali e tatuaggi che contenevano proprio l'essenza vitale del proprietario ed erano partecipi del suo stesso mana. In altre aree, come negli arcipelaghi delle isole Salomone e della Nuova Caledonia, invece, la figura di maggiore rilievo è quella del big man, il capo della comunità insignito di un potere non ereditario, conquistato con una dura competizione fondata sulla ricchezza e sul prestigio, capacità oratorie, abilità nella caccia delle teste. Con l'introduzione delle armi da fuoco e di beni di prestigio, introdotti dalla modernizzazione, la cultura occidentale ha alterato il tradizionale equilibrio dei poteri scatenando violenti conflitti interetnici tra i capi più ambiziosi.

Arti figurative e modelli di comunicazione
In ogni società dei Mari del Sud, l'immagine conserva, accanto alla parola narrata o recitata, una precisa funzione simbolica e religiosa. Nella scultura maori della Nuova Zelanda o delle isole Hawaii è sopravvissuto probabilmente un sentimento artistico andato perduto assai prima in altri atolli corallini.
Molti oggetti, quali bracciali, collane e sculture, diventano strumenti di un più complesso sistema rituale di scambio, come nel caso del kula che interessa isole e arcipelaghi anche lontanissimi tra loro. Questo modello mette in luce la grande legge della reciprocità: gli oggetti kula (in genere conchiglie rosse e braccialetti di conchiglie bianche, che circolano le prime in senso orario, i secondi in senso contrario rispetto alle isole Trobriand, da cui origina lo scambio) vengono barattati nel corso di visite cerimoniali, e restano nelle mani dei loro possessori solo per un periodo limitato di tempo. Questo sistema ha la funzione di mantenere e rafforzare i rapporti fra individui e gruppi, e ad esso è connesso anche lo scambio di beni economici.
Nel corso di questi scambi le traversate vengono compiute da imponenti canoe a bilanciere, lunghe fino a 12 metri, alle cui estremità stanno tavole di legno scolpito e dipinto. Le decorazioni sono costituite prevalentemente da elementi decorativi curvilinei, incisi e dipinti sulle stesse tavole, in cui si esprimono i valori estetici e quelli associati alle mitologie e al rituale. In Nuova Zelanda e nelle isole Marchesi, ad esempio, l'esasperazione dello stile curvilineo rischia di dissolvere e cancellare totalmente la forma plastica. Così, nelle isole Cook, il linguaggio geometrico uniforme - il cui modulo a festoni veniva applicato con la massima precisione - un po' alla volta ha finito col prevalere sugli elementi strutturali, tanto da far sembrare che la rappresentazione plastica della figura umana sia stata completamente soppiantata da simboli geometrici.
Nelle sculture in legno della Polinesia si ritrova invece un modellato ridotto al minimo, appena abbozzato, al pari di un atteggiamento estetico che consiste soprattutto nel lasciare che a esprimersi sia la materia come tale: un legno dalle belle venature, pezzi di tapa (stoffa di corteccia) o conchiglie, usati allo stato originario o con un impiego di colori estremamente limitato. L'arte della Melanesia, al contrario, è dominata da un vero e proprio furore espressivo, per cui le forme lussureggianti e i colori violenti sembrano esprimere un'incontenibile sovrabbondanza di impulsi interiori; tuttavia, non soltanto i motivi, ma perfino i particolari delle raffigurazioni e della trattazione vengono stabiliti con la medesima esattezza dalla tradizione e dall'uso.
Anche il rapporto tra collettività e artista pone quest'ultimo in una posizione di grande prestigio e privilegio. In molte isole si riservano ancora, come in passato, particolari onori agli scultori del legno, che anche da morti sono oggetto di venerazione. Nella Melanesia, in particolare nella Nuova Irlanda, gli artisti sono inquadrati all'interno di rigidi dettami religiosi, che decretano fino nei minimi particolari le regole di qualsiasi raffigurazione, stabilendo al contempo quali soggetti hanno il diritto di raffigurare senza violare tabù ancestrali.


Massimo Ruggero





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