Negli sconfinati deserti d'acqua dell'Oceano Pacifico, tra
Asia sudorientale e Nuovo Mondo, si trova la parte insulare dell'Oceania,
che, se si esclude l'Australia, si estende su 1,2 milioni di chilometri
quadrati di terre emerse, appena poco più di un ottavo della
superficie europea. La quasi totalità di queste terre è
costituita dalle due isole maggiori, Nuova Zelanda e Nuova Guinea, che
insieme a circa diecimila aree insulari, ubicate per lo più nella
parte occidentale del continente, rappresentano i resti di un antico
vasto continente unito, l'Australasia.
I popoli dell'oceano
Si tratta per lo più di terre montuose e di isole coralline basse
e circolari, costituitesi su dorsali e massicci vulcanici sottomarini.
Geograficamente, la cosiddetta fascia insulare esterna comprende la
Polinesia a Est e gli arcipelaghi della Micronesia a Nord, mentre le
isole più estese della zona centrale oceanica, a eccezione della
Nuova Zelanda, appartengono alla Melanesia. Queste isole diventano sempre
più piccole e rade procedendo verso oriente, fino all'avamposto
estremo di Rapa Nui, l'antichissima Isola di Pasqua, che dista
4mila chilometri dal Cile, cui politicamente appartiene. Questa situazione
geografica suggerisce l'ipotesi più attendibile che il
popolamento di queste terre possa essersi avviato da Occidente, proprio
dai territori del Sud-Est asiatico - in particolare dall'arcipelago
indonesiano - verso Australia e Nuova Guinea, fino alle Isole Salomone
settentrionali, dove sono stati individuati insediamenti moderni risalenti
a 30mila anni fa. Studi archeologici e linguistici indicano inoltre
una serie di complesse migrazioni, molto più recenti, spesso
in direzioni opposte, culminate nella grande espansione polinesiana.
I dati razziali, linguistici e culturali relativi alle migrazioni moderne
evidenziano infatti una maggiore omogeneità nelle aree della
Polinesia e Micronesia, più di quanto invece risulta nelle isole
della Melanesia. Queste popolazioni assieme a quelle della Nuova Guinea
(di pelle scura), sono infatti più affini agli aborigeni australiani,
mentre i polinesiani attuali sono più simili agli abitanti del
Sud-Est asiatico.
Le popolazioni polinesiane, compresi i maori della Nuova Zelanda, si
sono progressivamente incrociate con i melanesiani, specie nelle aree
periferiche e di transizione rappresentate delle isole Figi, Tonga e
Samoa, considerate la culla culturale della Polinesia. Questa evidenza
suggerisce anche che gli attuali polinesiani siano discendenti diretti
dei gruppi che colonizzarono il territorio compreso tra l'arcipelago
di Bismark e il Pacifico centrale tra il 1600 e il 600 a.C. e che la
successiva espansione verso le isole dell'Oceania orientale portò
alla colonizzazione della aree più lontane della Melanesia intorno
al 300 a.C. Nei secoli successivi, i provetti navigatori degli atolli
partiti da Tahiti e dalle isole Marchesi, a bordo delle loro velocissime
canoe a doppio scafo, sospinte da remi e vele in grado di coprire notevoli
distanze, raggiunsero le Hawaii intorno al 400 d.C. Solo quattro secoli
più tardi, si concluse il lungo processo di colonizzazione del
Pacifico con la migrazione di popolazioni partite dalle isole della
Società, Tuamotu e Cook, che raggiunsero le coste della Nuova
Zelanda.
Società e organizzazione del potere
Anche se la colonizzazione europea ha radicalmente modificato le culture
dei popoli dell'Oceania, il legame con il territorio, espresso
in particolare nella «simbolizzazione» di certe caratteristiche
morfologiche (montagne, vulcani, rocce, fiumi, ecc.), rimane per la
tradizione locale un'inequivocabile «traccia mitica»
di esseri primordiali o di eroi semidivini da cui hanno preso origine
le genti dei Mari del Sud e, al contempo, l'elemento forte che
accomuna le diverse etnie oceaniche. Un legame concreto correla, specie
in Nuova Guinea, il territorio con il culto degli antenati, in onore
dei quali si costruiscono i caratteristici korwar, statuette lignee
per sostenere il cranio dei defunti. Questa è una delle forme
religiose più diffuse del Continente nuovissimo. La funzione
spirituale è garantita anche da pitture corporali, ornamenti,
decorazioni e scudi dipinti che, in ogni atollo, rappresentano importanti
modelli di gerarchia sociale.
La maggior parte delle cerimonie religiose, soprattutto i riti di iniziazione,
si svolge all'interno delle «case degli uomini», le
cosiddette haus tambaran, grandi capanne a due piani che possono arrivare
fino a 15 metri di altezza e a 40 metri di lunghezza. L'architettura
di questi edifici riflette l'organizzazione sociale e religiosa
del gruppo; ogni clan del villaggio ha un suo spazio all'interno
della casa: in particolare, nelle società polinesiane, ma anche
nelle isole della Micronesia, dove la struttura socio-politica è
fortemente regolata da una rigida gerarchia. Il tatuaggio è il
più importante segno distintivo di prestigio sociale diffuso
pressoché ovunque.
La tradizione vuole che ogni tatuaggio sia impresso per puntura sulle
varie parti del corpo, a seconda del sesso e della classe sociale, con
un particolare pettine dalle punte acuminate, impregnate di una sostanza
colorante battute da un martelletto. I maestri del tatuaggio - tafuga
a tatau - sono tenuti in grande considerazione come pochi altri membri
- in genere sacerdoti e artisti - della società, fondata per
lo più sulla rigida distinzione di classe.
Oggi, come in passato, avere potere significa possedere il mana, ovvero
la forza vitale che giustifica il potere «divino» posseduto
dal capo. Gli aristocratici esibivano una serie di insegne di rango,
costituite da ornamenti, oggetti cerimoniali e tatuaggi che contenevano
proprio l'essenza vitale del proprietario ed erano partecipi del
suo stesso mana. In altre aree, come negli arcipelaghi delle isole Salomone
e della Nuova Caledonia, invece, la figura di maggiore rilievo è
quella del big man, il capo della comunità insignito di un potere
non ereditario, conquistato con una dura competizione fondata sulla
ricchezza e sul prestigio, capacità oratorie, abilità
nella caccia delle teste. Con l'introduzione delle armi da fuoco
e di beni di prestigio, introdotti dalla modernizzazione, la cultura
occidentale ha alterato il tradizionale equilibrio dei poteri scatenando
violenti conflitti interetnici tra i capi più ambiziosi.
Arti figurative e modelli di comunicazione
In ogni società dei Mari del Sud, l'immagine conserva,
accanto alla parola narrata o recitata, una precisa funzione simbolica
e religiosa. Nella scultura maori della Nuova Zelanda o delle isole
Hawaii è sopravvissuto probabilmente un sentimento artistico
andato perduto assai prima in altri atolli corallini.
Molti oggetti, quali bracciali, collane e sculture, diventano strumenti
di un più complesso sistema rituale di scambio, come nel caso
del kula che interessa isole e arcipelaghi anche lontanissimi tra loro.
Questo modello mette in luce la grande legge della reciprocità:
gli oggetti kula (in genere conchiglie rosse e braccialetti di conchiglie
bianche, che circolano le prime in senso orario, i secondi in senso
contrario rispetto alle isole Trobriand, da cui origina lo scambio)
vengono barattati nel corso di visite cerimoniali, e restano nelle mani
dei loro possessori solo per un periodo limitato di tempo. Questo sistema
ha la funzione di mantenere e rafforzare i rapporti fra individui e
gruppi, e ad esso è connesso anche lo scambio di beni economici.
Nel corso di questi scambi le traversate vengono compiute da imponenti
canoe a bilanciere, lunghe fino a 12 metri, alle cui estremità
stanno tavole di legno scolpito e dipinto. Le decorazioni sono costituite
prevalentemente da elementi decorativi curvilinei, incisi e dipinti
sulle stesse tavole, in cui si esprimono i valori estetici e quelli
associati alle mitologie e al rituale. In Nuova Zelanda e nelle isole
Marchesi, ad esempio, l'esasperazione dello stile curvilineo rischia
di dissolvere e cancellare totalmente la forma plastica. Così,
nelle isole Cook, il linguaggio geometrico uniforme - il cui modulo
a festoni veniva applicato con la massima precisione - un po'
alla volta ha finito col prevalere sugli elementi strutturali, tanto
da far sembrare che la rappresentazione plastica della figura umana
sia stata completamente soppiantata da simboli geometrici.
Nelle sculture in legno della Polinesia si ritrova invece un modellato
ridotto al minimo, appena abbozzato, al pari di un atteggiamento estetico
che consiste soprattutto nel lasciare che a esprimersi sia la materia
come tale: un legno dalle belle venature, pezzi di tapa (stoffa di corteccia)
o conchiglie, usati allo stato originario o con un impiego di colori
estremamente limitato. L'arte della Melanesia, al contrario, è
dominata da un vero e proprio furore espressivo, per cui le forme lussureggianti
e i colori violenti sembrano esprimere un'incontenibile sovrabbondanza
di impulsi interiori; tuttavia, non soltanto i motivi, ma perfino i
particolari delle raffigurazioni e della trattazione vengono stabiliti
con la medesima esattezza dalla tradizione e dall'uso.
Anche il rapporto tra collettività e artista pone quest'ultimo
in una posizione di grande prestigio e privilegio. In molte isole si
riservano ancora, come in passato, particolari onori agli scultori del
legno, che anche da morti sono oggetto di venerazione. Nella Melanesia,
in particolare nella Nuova Irlanda, gli artisti sono inquadrati all'interno
di rigidi dettami religiosi, che decretano fino nei minimi particolari
le regole di qualsiasi raffigurazione, stabilendo al contempo quali
soggetti hanno il diritto di raffigurare senza violare tabù ancestrali.
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