Il terremoto politico che ha scosso l'Ecuador ha l'aria
di venire da lontano. Quali sono le sue radici profonde?
Nel 2004 l'Ecuador ha compiuto 25 anni di democrazia ininterrotta,
ma è più opportuno parlare di una «rappresentazione»
della democrazia, cioè la democrazia come una questione formale,
che si esprime in momenti particolari e limitati - le elezioni - e poi
viene gestita dai vari leader populisti che accedono al potere. L'anno
scorso, durante le celebrazioni per i 25 anni, ci fu una protesta di
giovani che, con fotografie giganti raffiguranti i volti dei personaggi
più discussi, protestavano contro questa nostra storia. La cosa
interessante è che questo era un modo non solo per denunciare
e protestare ma anche per dire: «Anch'io sono responsabile
di questo, perché non ho fatto nulla, perché sono stato
indifferente». Questo è stato il preludio di ciò
che è avvenuto quest'anno.
Con una goccia che ha fatto traboccare il vaso...
Sì, perché in dicembre il presidente Lucio Gutiérrez
ha inserito nella Corte Suprema persone che garantivano i suoi interessi
e che erano favorevoli all'annullamento dei processi a carico
di Abdalá Bucaram (presidente nel 1997, deposto dal Parlamento
per instabilità mentale, accusato di peculato e malversazione
di fondi pubblici e, per questo, fuggito a Panama, ndr). Ciò
ha colmato la misura. In aprile la popolazione di Quito si è
autoconvocata: una radio privata della capitale ha aperto i suoi microfoni
alla gente e questo è stato un primo modo per esprimere il dissenso.
Poi, sempre grazie alla radio, una signora ha proposto di trovarsi in
piazza a protestare. È nato così un processo molto spontaneo
e pacifico, non legato ad alcun partito: bambini, giovani, donne, anziani,
gente dei quartieri più poveri e periferici, tutti si sono trovati
in piazza. I media, controllati dal Governo, non davano informazioni
anzi mettevano in evidenza solo i pochissimi e isolati episodi di violenza
(in seguito si è scoperto che sono stati provocati da agitatori
pagati dal Governo). Dopo otto giorni di manifestazioni con questo spirito,
giorni di fermezza, speranza e creatività, Lucio Gutiérrez
ha dovuto andarsene.
La richiesta che si leggeva sui cartelloni dei manifestanti era
però che se ne andasse tutta la classe politica.
Si trattava di una richiesta che esprimeva l'indignazione per
il fatto che la democrazia ecuadoriana è una democrazia mascherata,
una farsa. La nostra classe politica è praticamente la stessa
da 25 anni. Il fatto che il presidente se ne sia andato è già
un grande risultato: Gutiérrez ha tradito la fiducia dei movimenti
sociali (compreso quello indigeno), si è rivelato un personaggio
autoritario, corrotto, che ha portato tutta la sua parentela nel Governo.
Il potere è stato ora assunto dal vicepresidente, Alfredo Palacio.
Siamo consapevoli che non è la soluzione di tutti i mali. Ma
intanto è stata rispettata la procedura costituzionale. Quanto
al Congresso, esso certamente non rappresenta i cittadini ma la democrazia
va costruita con pazienza, e il nostro obiettivo sono le elezioni di
fine 2006. Intanto sorgono nuove iniziative, si rafforza la coscienza
civica e i cittadini iniziano a far sentire la loro voce. A Quito, i
luoghi teatro delle manifestazioni di protesta oggi ospitano assemblee
popolari: la gente si trova a dialogare e a progettare il futuro del
Paese. Insomma, stiamo iniziando a sognare un Paese davvero differente.
Quali sono gli interventi più urgenti che avete chiesto al
nuovo Presidente?
Ad esempio sono stati cambiati alcuni ministri. Il nuovo responsabile
delle Finanze si è impegnato per un cambiamento nel modo di concepire
la spesa sociale. La chiave sono i proventi del petrolio, che potrebbero
garantire una vita agiata a tutti gli ecuadoriani e invece sono sempre
stati nelle mani di pochi. Inoltre, Gutiérrez aveva deciso che
le entrate del greggio andassero a finanziare un fondo per il pagamento
del debito estero. Questo ministro pare invece intenzionato ad ascoltare
chi chiede di usare i proventi anche per la spesa sociale: salute, educazione,
ecc. Tra l'altro, a causa della guerra in Iraq e del conseguente
aumento del prezzo del petrolio, la situazione economica che si è
trovato a gestire Gutiérrez era certamente migliore di quella
di tanti suoi predecessori.
In realtà, l'Ecuador è un Paese con grandissime
ricchezze ma c'è anche molta esclusione, molta iniquità,
la forbice tra ricchi e poveri è enorme. In più ci sono
rivalità regionali che rischiano di spaccare la nazione. In un
contesto del genere è molto facile per chi è al potere
usare i beni comuni non come tali, ma per i propri interessi personali.
Il resto è una sorta di equazione: se ci sono leader che governano
in modo corrotto e irresponsabile da qualche parte ci dovrà essere
per forza gente che soffre, che fatica a sopravvivere. A ogni elezione
poi arriva qualcuno che promette cose grandi, irreali, e i poveri ci
credono. Basti pensare che Abdalá si faceva chiamare «la
speranza dei poveri».
Come si situa, in questo contesto, l'attività di Asa,
l'associazione da Lei presieduta?
Asa (Asociación Solidaridad y Acción) è nata nel
1994 dall'esperienza di alcuni missionari (religiosi e laici)
di Padova che hanno lavorato per molti anni nei quartieri periferici
di Quito. Si tratta di quartieri formati da immigrati dal Nord e dal
Sud del Paese, i quali per mancanza di lavoro venivano in città
e finivano con ammassarsi in zone prive di servizi essenziali. Sono
nate allora una serie di attività assistenziali. A un certo punto
però ci si è resi conto che sì, l'assistenza
è importante, non potevamo permettere che la gente morisse di
fame, ma questo non stimolava cambi strutturali. Era necessario cioè
un secondo livello di intervento. Così, Asa, insieme ad altre
organizzazioni, ha deciso di formare un consorzio a livello nazionale.
Esso si caratterizza per il tentativo di incidere nelle politiche pubbliche:
abbiamo lavorato per esempio all'elaborazione del Codice dell'infanzia
e dell'adolescenza e del regolamento che applica tale codice.
Si vuole insomma costruire un nuovo sistema di rapporti tra Stato e
società civile. Ovviamente non bastano gli slogan o le buone
intenzioni: uno dei compiti di ong come la nostra è di spingere
il Governo a investimenti stabili, permanenti e adeguati in campo sociale.
Come è nato, a livello personale, il Suo impegno?
La vita ti mette sempre davanti a scelte. Negli anni dell'università,
mentre studiavo per diventare avvocato, ho avuto gravi problemi di salute,
mi è stato diagnosticato un tumore, con un anno di trattamenti.
Esperienze come queste ti permettono di aprire gli orizzonti e cambiare
la prospettiva della tua vita. Superato il momento più duro,
ho pensato che ero viva perché avevo avuto la possibilità
di curarmi, mentre in Ecuador c'è gente che muore per un'appendicite.
Non potevo non impegnarmi contro l'ingiustizia. Essendo catechista
ho avuto la possibilità di ascoltare l'esperienza di alcuni
missionari che lavoravano con i più poveri. Così, pur
potendo svolgere la professione di avvocato nello studio di mio marito
e mio suocero, ho deciso di dedicarmi a tempo pieno alle attività
dell'associazione. Non ho potuto avere figli, ma ho vissuto un
altro tipo di maternità.
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