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 Agosto/Settembre 2005 - Il mondo, i popoli - L' ospite

A colloquio con Adriana Monesterolo
«Ecuador, giù la maschera»
Da una messa in scena della democrazia alla sua reale costruzione: questo l'obiettivo e la speranza delle migliaia di persone che, in modo spontaneo, in aprile hanno manifestato in Ecuador, costringendo il presidente Gutiérrez alle dimissioni. Adriana Monesterolo, presidente di una importante ong di Quito, ricostruisce gli eventi di quei giorni e delinea le prospettive di medio periodo per il Paese andino.

Il terremoto politico che ha scosso l'Ecuador ha l'aria di venire da lontano. Quali sono le sue radici profonde?
Nel 2004 l'Ecuador ha compiuto 25 anni di democrazia ininterrotta, ma è più opportuno parlare di una «rappresentazione» della democrazia, cioè la democrazia come una questione formale, che si esprime in momenti particolari e limitati - le elezioni - e poi viene gestita dai vari leader populisti che accedono al potere. L'anno scorso, durante le celebrazioni per i 25 anni, ci fu una protesta di giovani che, con fotografie giganti raffiguranti i volti dei personaggi più discussi, protestavano contro questa nostra storia. La cosa interessante è che questo era un modo non solo per denunciare e protestare ma anche per dire: «Anch'io sono responsabile di questo, perché non ho fatto nulla, perché sono stato indifferente». Questo è stato il preludio di ciò che è avvenuto quest'anno.
Con una goccia che ha fatto traboccare il vaso...
Sì, perché in dicembre il presidente Lucio Gutiérrez ha inserito nella Corte Suprema persone che garantivano i suoi interessi e che erano favorevoli all'annullamento dei processi a carico di Abdalá Bucaram (presidente nel 1997, deposto dal Parlamento per instabilità mentale, accusato di peculato e malversazione di fondi pubblici e, per questo, fuggito a Panama, ndr). Ciò ha colmato la misura. In aprile la popolazione di Quito si è autoconvocata: una radio privata della capitale ha aperto i suoi microfoni alla gente e questo è stato un primo modo per esprimere il dissenso. Poi, sempre grazie alla radio, una signora ha proposto di trovarsi in piazza a protestare. È nato così un processo molto spontaneo e pacifico, non legato ad alcun partito: bambini, giovani, donne, anziani, gente dei quartieri più poveri e periferici, tutti si sono trovati in piazza. I media, controllati dal Governo, non davano informazioni anzi mettevano in evidenza solo i pochissimi e isolati episodi di violenza (in seguito si è scoperto che sono stati provocati da agitatori pagati dal Governo). Dopo otto giorni di manifestazioni con questo spirito, giorni di fermezza, speranza e creatività, Lucio Gutiérrez ha dovuto andarsene.

La richiesta che si leggeva sui cartelloni dei manifestanti era però che se ne andasse tutta la classe politica.
Si trattava di una richiesta che esprimeva l'indignazione per il fatto che la democrazia ecuadoriana è una democrazia mascherata, una farsa. La nostra classe politica è praticamente la stessa da 25 anni. Il fatto che il presidente se ne sia andato è già un grande risultato: Gutiérrez ha tradito la fiducia dei movimenti sociali (compreso quello indigeno), si è rivelato un personaggio autoritario, corrotto, che ha portato tutta la sua parentela nel Governo. Il potere è stato ora assunto dal vicepresidente, Alfredo Palacio. Siamo consapevoli che non è la soluzione di tutti i mali. Ma intanto è stata rispettata la procedura costituzionale. Quanto al Congresso, esso certamente non rappresenta i cittadini ma la democrazia va costruita con pazienza, e il nostro obiettivo sono le elezioni di fine 2006. Intanto sorgono nuove iniziative, si rafforza la coscienza civica e i cittadini iniziano a far sentire la loro voce. A Quito, i luoghi teatro delle manifestazioni di protesta oggi ospitano assemblee popolari: la gente si trova a dialogare e a progettare il futuro del Paese. Insomma, stiamo iniziando a sognare un Paese davvero differente.

Quali sono gli interventi più urgenti che avete chiesto al nuovo Presidente?
Ad esempio sono stati cambiati alcuni ministri. Il nuovo responsabile delle Finanze si è impegnato per un cambiamento nel modo di concepire la spesa sociale. La chiave sono i proventi del petrolio, che potrebbero garantire una vita agiata a tutti gli ecuadoriani e invece sono sempre stati nelle mani di pochi. Inoltre, Gutiérrez aveva deciso che le entrate del greggio andassero a finanziare un fondo per il pagamento del debito estero. Questo ministro pare invece intenzionato ad ascoltare chi chiede di usare i proventi anche per la spesa sociale: salute, educazione, ecc. Tra l'altro, a causa della guerra in Iraq e del conseguente aumento del prezzo del petrolio, la situazione economica che si è trovato a gestire Gutiérrez era certamente migliore di quella di tanti suoi predecessori.
In realtà, l'Ecuador è un Paese con grandissime ricchezze ma c'è anche molta esclusione, molta iniquità, la forbice tra ricchi e poveri è enorme. In più ci sono rivalità regionali che rischiano di spaccare la nazione. In un contesto del genere è molto facile per chi è al potere usare i beni comuni non come tali, ma per i propri interessi personali. Il resto è una sorta di equazione: se ci sono leader che governano in modo corrotto e irresponsabile da qualche parte ci dovrà essere per forza gente che soffre, che fatica a sopravvivere. A ogni elezione poi arriva qualcuno che promette cose grandi, irreali, e i poveri ci credono. Basti pensare che Abdalá si faceva chiamare «la speranza dei poveri».

Come si situa, in questo contesto, l'attività di Asa, l'associazione da Lei presieduta?
Asa (Asociación Solidaridad y Acción) è nata nel 1994 dall'esperienza di alcuni missionari (religiosi e laici) di Padova che hanno lavorato per molti anni nei quartieri periferici di Quito. Si tratta di quartieri formati da immigrati dal Nord e dal Sud del Paese, i quali per mancanza di lavoro venivano in città e finivano con ammassarsi in zone prive di servizi essenziali. Sono nate allora una serie di attività assistenziali. A un certo punto però ci si è resi conto che sì, l'assistenza è importante, non potevamo permettere che la gente morisse di fame, ma questo non stimolava cambi strutturali. Era necessario cioè un secondo livello di intervento. Così, Asa, insieme ad altre organizzazioni, ha deciso di formare un consorzio a livello nazionale. Esso si caratterizza per il tentativo di incidere nelle politiche pubbliche: abbiamo lavorato per esempio all'elaborazione del Codice dell'infanzia e dell'adolescenza e del regolamento che applica tale codice. Si vuole insomma costruire un nuovo sistema di rapporti tra Stato e società civile. Ovviamente non bastano gli slogan o le buone intenzioni: uno dei compiti di ong come la nostra è di spingere il Governo a investimenti stabili, permanenti e adeguati in campo sociale.

Come è nato, a livello personale, il Suo impegno?
La vita ti mette sempre davanti a scelte. Negli anni dell'università, mentre studiavo per diventare avvocato, ho avuto gravi problemi di salute, mi è stato diagnosticato un tumore, con un anno di trattamenti. Esperienze come queste ti permettono di aprire gli orizzonti e cambiare la prospettiva della tua vita. Superato il momento più duro, ho pensato che ero viva perché avevo avuto la possibilità di curarmi, mentre in Ecuador c'è gente che muore per un'appendicite. Non potevo non impegnarmi contro l'ingiustizia. Essendo catechista ho avuto la possibilità di ascoltare l'esperienza di alcuni missionari che lavoravano con i più poveri. Così, pur potendo svolgere la professione di avvocato nello studio di mio marito e mio suocero, ho deciso di dedicarmi a tempo pieno alle attività dell'associazione. Non ho potuto avere figli, ma ho vissuto un altro tipo di maternità.


Stefano Femminis





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