La
morte avvenuta il 20 giugno in un ospedale di Manila, dopo lunga malattia,
del cardinale Jaime Sin, ha privato la Chiesa filippina di una guida
e i filippini di un riferimento importante.
Conservatore, ma insofferente verso gli abusi del potere, Jaime Lachica
Sin ha simboleggiato per lungo tempo la capacità di reazione
del popolo filippino e la sua fedeltà a un cattolicesimo vivace,
maggioritario nel Paese, ma assolutamente minoritario nel contesto asiatico.
Una personalità poliedrica, quella del 76enne cardinale. Nato
in una numerosissima famiglia (di origine cinese per parte paterna)
era capace di esprimere umorismo e umanità, ma anche un'eccezionale
determinazione. Per quasi trent'anni è stato alla guida
dell'arcidiocesi di Manila.
«Ali Baba è scappato, ora restano i quaranta ladroni»:
con questa frase, pronunciata nel febbraio 1986, Sin salutava la fuga
del dittatore Marcos di cui era stato il più severo critico negli
anni bui della Legge marziale (1972-1981) e, nello stesso tempo, metteva
in guardia i compatrioti esultanti da un troppo facile entusiasmo. I
fatti degli anni successivi, dalla tormentata presidenza di Cory Aquino
a quella del protestante Fidel Ramos, alla fine farsesca dell'ex
attore Estrada, fino ai recenti scandali che coinvolgono la presidente
Gloria Macapagal Arroyo, dovevano dargli ragione.
Tuttavia, l'attivismo sociale o l'opposizione politica non
sono certamente stati gli impegni principali di Jaime Sin. Il suo è
stato, inequivocabilmente, un ruolo di pastore, iniziato nel 1954, quando
divenne sacerdote. Alla guida dell'arcidiocesi di Jaro dal 1972
e di quella di Manila dal 1974, eletto cardinale nel 1976 a 47 anni,
presidente della Conferenza episcopale filippina dal 1977 al 1981, il
card. Sin ha guidato la Chiesa locale attraverso anni difficili: quelli
dell'ansia libertaria e della teologia della liberazione, della
repressione della dittatura e della «rivoluzione dei fiori e dei
rosari» del febbraio 1986, la prima insurrezione pacifica della
storia dell'Asia che doveva essere di esempio al mondo intero.
Fu con grande orgoglio che nel 1995 accolse per la seconda volta papa
Giovanni Paolo II (la prima, ancora sotto la dittatura Marcos, era stata
nel 1981) per quella che doveva essere la più affollata manifestazione
pubblica della storia della Chiesa cattolica: la Giornata Mondiale della
Gioventù celebrata il 15 gennaio nel Rizal Park di Manila davanti
a 4 milioni di persone.
Intransigente sui temi della dottrina e della morale, si è sempre
battuto perché benessere, eguaglianza e rispetto dei diritti
umani prendessero piede in una nazione gestita ancora da una élite
appoggiata a settori dell'esercito. Il suo è stato un capillare
e instancabile lavoro di promozione delle comunità di base, di
una Chiesa che si avvicinasse alle radici dei problemi e li affrontasse.
«Il mio dovere è di porre Cristo nella politica. La politica
senza Cristo è la più grande punizione per la nostra nazione»
dichiarò nel messaggio di congedo dall'arcidiocesi nel
settembre 2003.
Papa Benedetto XVI che nel suo messaggio di cordoglio si è unito
ai filippini nella preghiera ha ricordato «con gratitudine l'impegno
instancabile del card. Sin nel diffondere il Vangelo e per la promozione
della dignità, del bene comune e dell'unità nazionale
del popolo filippino». In un Paese che sembra scivolare inarrestabile
lungo la china del sottosviluppo travolto da malcostume e corruzione,
sarà difficile dimenticarlo.
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