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  Aprile 2006 - Il mondo, i popoli


Il nuovo ordine mondiale passa (anche) da Mosca

La recente «guerra del gas», di cui sono state dirette protagoniste Russia e Ucraina, ma che ha fatto sentire i suoi effetti anche nelle case degli italiani, sembra aver ridestato l'attenzione dell'opinione pubblica nostrana sulla Russia, sollevando interrogativi sul suo ruolo strategico nel contesto europeo e mondiale.

Finita la guerra fredda, pareva ormai che l'immenso territorio russo fosse sprofondato nel silenzio e nell'indifferenza, quasi fosse l'America di Bush l'esclusivo protagonista sulla scena mondiale. In realtà, quel che è successo nei mesi scorsi tra Mosca e Kiev deve essere letto in una duplice ottica, cioè su un piano sia regionale sia globale. Unico l'asse di riferimento: la strategia politica perseguita dal presidente russo Vladimir Putin, il quale, mentre in ambito locale punta a riaffermare la leadership (e forse molto di più) sull'area un tempo appartenente all'Unione Sovietica, a livello internazionale intende avvertire molti - prima tra tutti l'Unione Europea e la sua fiacca politica estera - che nulla è più controproducente di una polarizzazione sugli Stati Uniti.

La crisi dello scorso dicembre-gennaio con l'Ucraina è solo l'espressione più vistosa di una questione geopolitica regionale che Putin ha deciso di affrontare con la fermezza che ormai caratterizza il corso «neozarista» della sua politica. La vera posta in gioco è la leadership della Russia su Paesi come Ucraina, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Moldavia, tutte nazioni che hanno apertamente dichiarato, nei fatti oltre che a parole, la volontà di spostare l'asse del loro riferimento politico in direzione dell'Occidente, aspirando all'ingresso nella Nato e nell'Ue. Riscontro addirittura clamoroso, tra i molti, di questa lettura è il fatto che l'improvviso ed esorbitante aumento del prezzo del gas non ha interessato minimamente la Bielorussia, Paese nelle salde mani del dittatore comunista Lukashenko, il quale, pur personalmente detestato da Putin, resta un solido alleato politico, poco incline alle lusighe dell'Occidente.

Mantenere l'area ex Urss sotto l'influenza del Cremlino costituisce per Putin un elemento irrinunciabile, anzitutto di carattere politico oltre che logistico, per riaffermare il ruolo di superpotenza della Russia anche in senso territoriale nei confronti dell'immediato vicino di casa che si chiama Unione Europea e, soprattutto, verso la Nato, presente ormai in Romania e Polonia. L'arma del gas è uno strumento formidabile in tal senso: «L'economia dell'Ucraina - osserva Enrico Jacchia, responsabile del Centro studi strategici - da sola non può sostenersi. Le grandi industrie metallurgiche e chimiche che erano il fiore all'occhiello dell'Unione Sovietica, sono divenute inefficienti dopo quindici anni di abbandono tecnologico e possono sopravvivere solo grazie all'energia a buon mercato che è loro fornita dalla Russia. Il vero problema non è che gli abitanti di Kiev possono restare al freddo; è che l'intero sistema economico dell'Ucraina rischia di crollare a meno che vengano adottate misure più incisive con l'aiuto, si capisce, del mondo esterno. L'Ucraina è una patata bollente che continuerà per molto a rimbalzare tra le mani dei governi europei».

Non meno grave, a livello regionale, è il persistente rifiuto di Mosca di ritirare le proprie truppe dalla Transnistria, regione separatista della Moldavia al confine con l'Ucraina, considerata dall'Unione Europea l'area più problematica tra quelle a lei prossime, in quanto sottratta al controllo delle autorità statali moldave e crocevia di traffici illeciti di ogni sorta: dal contrabbando d'armi alla tratta di esseri umani. La Transnistria, proclamatasi repubblica nel 1991 ma mai riconosciuta da alcun Paese al mondo, è oggi retta dall'autonominatosi presidente Igor Smirnov, oggetto insieme al figlio (che possiede e controlla praticamente tutta l'economia locale) di due mandati di cattura internazionali. Questo territorio, dove è presente un enorme quantitativo di armi, può sostenere la sua autonomia dalla Moldavia solo grazie alla presenza di truppe russe, che Putin ha tutto l'interesse a mantenere in questa regione. È facile capirne il perché: la Transnistria rimane la più attrezzata base militare russa prossima all'Europa e, soprattutto, consente per via di questa assoluta illegalità - blindata, anzi tutelata dalla forza delle armi - traffici di ogni tipo, senza considerare, inoltre, che proprio dalla Transnistria partono numerosi militari e mercenari locali destinati alla Cecenia.

Nel 1999 la Russia ha firmato a Istanbul un accordo con il quale si impegnava a ritirare le sue truppe dalla Transnistria, in cambio di una riduzione di forze convenzionali in Europa. Richiamata lo scorso dicembre, nel corso di un vertice Ocse a Lubiana, a rispettare gli impegni assunti a Istanbul, la Russia ha opposto un semplice, secco niet.

Non meno indicativa della linea politica che Putin sta perseguendo, è la nuova legge approvata lo scorso gennaio in Russia sulle organizzazioni non governative (Ong), che obbliga queste ultime a registrarsi presso le autorità locali, ovvero a sottoporsi a uno stretto controllo politico e amministrativo da parte dello Stato; il che significa, nei fatti, un aumento esponenziale di difficoltà burocratiche e pratiche per l'assistenza a profughi di guerra, bambini, malati e disoccupati. Il provvedimento - che in un primo progetto prevedeva addirittura il divieto di finanziamento dall'estero, equivalente in pratica alla soppressione di numerose Ong - mira, per esplicita ammissione delle autorità russe, a contenere o ridurre quanto più possibile l'«ingerenza» di soggetti stranieri nella vita politica del Paese». Detto più chiaramente: Mosca teme che, sotto le apparenze delle Ong, possano infiltrarsi in Russia soggetti finanziati dall'Occidente (Usa in primis) con lo scopo di destabilizzare la situazione politica locale. Di fatto, però, ciò che ne segue è il sistematico intralcio ad azioni umanitarie prestate soprattutto in regioni di crisi - come Cecenia e Caucaso - e il pesantissimo controllo di realtà come Amnesty international e Human rights watch, guarda caso impegnate in prima linea nella difesa dei diritti umani.

Colte sullo sfondo di un orizzonte geopolitico più ampio, le scelte dell'amministrazione Putin mirano fin troppo scopertamente ad avvertire sia Unione Europea sia Stati Uniti sulle reali leadership e rapporti di forza che governano la scena mondiale. Consapevole da sempre della funzione strategica delle risorse energetiche custodite nel sottosuolo della sua immensa Federazione, Putin manda a dire a europei e americani che senza l'energia russa in Europa non si fa molta strada. Caduto il muro di Berlino, gli Usa non hanno perso tempo nell'allargare a Est la loro zona di influenza: hanno portato diversi Paesi nella Nato, si sono insediati nei Balcani, hanno aperto basi militari nel Caucaso. Ebbene, è venuta l'ora - così pensa Putin - che la bussola della politica europea (per non dire mondiale, vedi questione Iran) sia ridefinita da un campo di forze che al vertice abbia non solo Washington, ma anche Mosca.

Giovanni Ruggeri


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