Iran, vero nemico dell'Occidente?
Proliferazione nucleare, terrorismo di matrice islamica, crescita di movimenti integralisti nel mondo musulmano, difficile integrazione nel consesso internazionale, anacronismo di una teocrazia al potere: sono tutti temi che hanno per fulcro l'Iran, che suscitano un acceso dibattito tra i fautori della linea dura con Teheran e quanti ritengono che sia possibile con gli strumenti della diplomazia e dell'economia internazionali giungere a un concreto dialogo con questo grande Paese, cerniera fra mondo arabo e asiatico.
A cura di Federico Tagliaferri
Farian Sabahi
Le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad su Israele riguardano giochi di potere interni o riflettono una svolta nella politica estera? Né l'una né l'altra cosa: Ahmadinejad ripete vecchi slogan della Repubblica islamica. Gli stessi slogan contro Israele (e a sostegno del popolo palestinese) sono peraltro spesso pronunciati, in arabo e per un pubblico locale, dai leader di molti altri Paesi della regione, ma non fanno notizia. Non dobbiamo temere conseguenze dalle parole di Ahmadinejad: non sta nella stanza dei bottoni e comunque l'arsenale iraniano non può competere con quello israeliano. In Iran il potere resta saldamente nelle mani del leader supremo Ali Khamenei. L'elezione di Ahmadinejad ha influito sulla questione nucleare? L'elezione di Ahmadinejad, da subito giudicato un ultraconservatore, è servita a pretesto per prendere di mira l'Iran. In realtà il programma nucleare iraniano era iniziato trent'anni fa, al tempo dello shah, con il beneplacito degli Stati Uniti e di tutto l'Occidente. La questione va posta in questi termini: l'Iran non ha finora violato il Trattato di non proliferazione nucleare, gli ispettori dell'Aiea non hanno trovato alcuna prova di un programma nucleare con scopi militari. Ma gli ayatollah hanno tenuto nascosto per lungo tempo il loro programma e, essendo l'Iran un Paese non allineato, non gode della fiducia della comunità internazionale. L'Iran sostiene che il nucleare è indispensabile al suo sviluppo economico. Teheran intende rafforzare il suo ruolo di potenza regionale? Ogni giorno l'Iran estrae 4,1 milioni di barili di greggio, di cui solo 2,5 milioni sono esportati, mentre il resto è consumato sul mercato interno. Inoltre, l'Iran non ha impianti a sufficienza per raffinare il proprio petrolio: può sembrare assurdo ma Teheran esporta greggio e importa benzina raffinata, soprattutto dall'India. Il nucleare è dunque considerato una valida alternativa. L'isolamento imposto dalla comunità occidentale ha spinto l'Iran a stringere accordi con India, Cina, Giappone. Questi Paesi hanno fame di energia e considerano Teheran un importante fornitore. L'Iran ha intenzione di aprire una Borsa di prodotti petroliferi, in cui si pagherà in euro: forse questo, più che il nucleare, potrebbe modificare gli equilibri internazionali? Probabilmente il vero motivo per cui gli Stati Uniti stanno esercitando pressione sull'Iran è proprio questo: in marzo Teheran ha già inaugurato questa borsa del greggio in euro. La maggior parte del greggio mondiale è scambiata a New York e a Londra, due borse che operano in dollari e appartengono a società americane. Il passaggio del mercato del petrolio all'euro rischia, quindi, di far crollare la valuta americana. La Russia, il Venezuela e alcuni membri dell'Opec hanno mostrato interesse a passare all'euro e la stessa Cina, la seconda più grande riserva di valuta americana, potrebbe seguire il loro esempio. Ma la Cina è uno dei maggiori Paesi che esportano merci verso gli Stati Uniti e quindi hanno anche l'interesse a sostenere l'economia americana. Il paradosso è che le minacce di Washington di invadere l'Iran incoraggiano la Cina a togliere il suo appoggio al dollaro e quindi un attacco americano contro l'Iran rischia di isolare gli Stati Uniti e potrebbe spingere molti Paesi ad abbandonare il dollaro.
Farian Sabahi, giornalista e scrittrice, ha conseguito il dottorato presso la School of Oriental and African Studies di Londra. Ha tenuto corsi alla facoltà di Lettere dell'Università di Ginevra e all'Università Bocconi di Milano. Ha pubblicato numerosi volumi e articoli sul Medio Oriente, tra cui Storia dell'Iran, Bruno Mondadori Editore, Milano 2003. La sua opera più recente è Islam, Identità inquieta dell'Europa, Il Saggiatore, Milano 2006.
Riccardo Redaelli
È cambiato davvero qualcosa in Iran con l'elezione di Ahmadinejad? Sì e no. Ci sono elementi di continuità nelle scelte strategiche e di sicurezza da parte dell'Iran, che definirei le «costanti geopolitiche» della politica estera iraniana, risalenti a prima della rivoluzione islamica del 1979. Ci sono però novità nelle mosse di Ahmadinejad rispetto al suo predecessore Khatami. La politica iraniana è complessa, non si possono fare schematizzazioni. Ogni ricostruzione della politica estera iraniana e della relativa politica di sicurezza che sia iper-razionale, che pretenda di spiegare tutto, è sbagliata. Qual è dunque il ruolo di Ahmadinejad? Da un punto di vista istituzionale, il presidente era un elemento debole, soprattutto in tema di sicurezza. Con la presidenza di Khatami, dal 1997 al 2005, c'è stato un tentativo di far uscire l'Iran dall'isolamento. Per certi versi Khatami c'è riuscito, ma gli attentati dell'11 settembre e la politica di Bush hanno vanificato questi sforzi. La politica americana per il regime change (cambio di regime) a Teheran ha fatto sì che la politica iraniana venisse sempre più dominata dal tema della sicurezza. La politica estera è stata progressivamente «sfilata» dalle mani del presidente, del governo e del ministro degli esteri per finire in quelle della guida suprema Ali Khamenei, dei pasdaran (guardiani della rivoluzione) e delle forze di sicurezza. Quindi il presidente conta poco? Direi di sì. Ma in Iran il potere va dove viene percepito. Khatami ha avuto un margine d'azione, ma non è riuscito a contrastare i conservatori, che si sono coalizzati, ed è stato percepito come un presidente con pochi poteri e, infatti, ne ha avuti sempre meno. Ahmadinejad non è un pupazzo, ha una sua agenda politica, che non coincide completamente con quella del leader supremo: è molto più a destra, più radicale, più conservatore. Il suo obiettivo è fare spazio a una nuova élite di potere, pericolosa per l'élite tradizionale legata ai religiosi sciiti. Il motivo è chiaro: in Iran, dove il consenso popolare verso il regime è molto basso, i vecchi leader della rivoluzione sono detestati, soprattutto il clero sciita, che era un punto di forza della società. La sua abilità consiste nel presentarsi come estraneo al sistema, mentre in realtà fa parte del settore più invisibile e più pericoloso del sistema stesso, l'apparato delle forze di sicurezza. Qual è la sua opinione sul programma nucleare iraniano? C'è spazio per un dialogo? La comunità internazionale non si fida del programma, ma non c'è lo smoking gun (la pistola fumante), manca cioè la prova provata che esista un programma segreto militare. Come Paese aderente al Trattato di non proliferazione nucleare, l'Iran ha diritto di arricchire l'uranio, ma questo diritto non viene riconosciuto perché l'Iran, pur non avendo commesso violazioni gravi e incontrovertibili, non ha chiarito i dubbi sulla reale natura del programma. Non ci sono soluzioni tecniche che soddisfino sia la comunità internazionale, sia gli iraniani. La soluzione deve essere politica e consiste nel fornire garanzie da parte iraniana e garanzie da parte della comunità internazionale al regime iraniano, piaccia o non piaccia. Finché gli Stati Uniti parleranno di regime change, finché gli iraniani si sentiranno assediati, finché si trascurerà il forte nazionalismo iraniano, finché l'Iran non verrà accettato come potenza regionale, l'instabilità rimarrà molto forte. Bisogna offrire all'Iran un quadro generale allargato di garanzie di sicurezza. Bisogna sapere che l'Iran non può essere sempre bastonato, umiliato e isolato, altrimenti si rafforzeranno Ahmadinejad e i radicali.
Riccardo Redaelli è docente di Storia e istituzioni dei Paesi afroasiatici all'Università Cattolica di Milano e di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all'Università degli Studi di Napoli - «L'Orientale». Specialista di Iran, autore di numerosi saggi e pubblicazioni, dirige il programma sul Medio Oriente del Landau Network-Centro Volta, una Ong impegnata nello studio della politica e della sicurezza internazionali.
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