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  Aprile 2006 - Cosmorama

Focus
 

Americhe
Haiti prova a sperare

Una vittoria a tavolino: così qualcuno ha definito l'elezione di René Preval alla presidenza di Haiti nelle consultazioni del 9 febbraio. La proclamazione del vincitore da parte del Consiglio elettorale provvisorio (Cep) è infatti arrivata solo il 16 febbraio, dopo giorni di incertezza e tensioni. Secondo i primi conteggi, Preval aveva ottenuto il 48,7% dei voti, una percentuale molto più alta di quella del suo più immediato inseguitore - Leslie François Manigat, fermo all'11,8% -, ma insufficiente per evitare il ballottaggio. Il calcolo iniziale, però, comprendeva anche le schede bianche, di fatto abbassando le percentuali dei vari candidati. Al contrario, la legge elettorale prevedeva che tali voti venissero distribuiti proporzionalmente fra tutti i candidati. Nei giorni successivi, poi, sono state scoperte - gettate in una discarica - urne contenenti migliaia di schede a favore di Preval. Di fronte alle proteste dei suoi sostenitori, perlopiù appartenenti ai ceti popolari, il Cep ha deciso, con l'accordo degli altri candidati, di proclamare vincitore Preval.
Questo agronomo 63enne non è un volto nuovo essendo stato presidente dal 1996 al 2001. Ha dalla sua un precedente incoraggiante: è infatti l'unico presidente ad avere concluso regolarmente il mandato in un Paese la cui storia bicentenaria è costellata di colpi di Stato. Molti inoltre gli riconoscono un carattere tenace, la capacità di coinvolgere le persone, una certa riluttanza per la retorica tipica di molti suoi colleghi latinoamericani, il fatto che, nonostante gli anni al potere, non si sia affatto arricchito. I meno ottimisti invece mettono l'accento sul sostanziale fallimento della sua prima presidenza, in cui Haiti non ha risolto i suoi problemi strutturali (economia paralizzata, analfabetismo dilagante, servizi sociali inesistenti). I più critici, infine, vedono Preval semplicemente come un cavallo di Troia che preparerà il ritorno dell'ex-presidente Jean-Bertrand Aristide, suo vecchio mentore, fuggito nel 2004 e in esilio in Sudafrica. I prossimi mesi chiariranno quanto sia azzeccato o meno il nome che Preval ha dato al suo partito: Lespwa, speranza.

Stefano Femminis

Africa
Africa, la corruzione cresce ancora

La corruzione dilaga in Africa e ne frena lo sviluppo. A denunciarlo è un'inchiesta di Transparency International (Ti), un'organizzazione non profit che studia il fenomeno a livello internazionale. In un'indagine, condotta insieme all'istituto americano Gallup su un campione di 55mila persone in 69 Paesi, Ti ha rilevato come la corruzione sia diffusa in tutto il mondo e pervada quasi tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. Il continente nella quale è più diffusa è però l'Africa. Le forme sono le più diverse e vanno dalla distrazione di fondi pubblici a uso privato all'abuso d'ufficio, dalla disonestà nelle commesse pubbliche alle più classiche «bustarelle» per ottenere servizi e pratiche burocratiche. Secondo l'indagine, negli ultimi 12 mesi, almeno a un africano su cinque è stata chiesta una tangente da parte di un pubblico ufficiale, ma solo un episodio su 50mila è stato denunciato alle forze dell'ordine (anche perché proprio le forze dell'ordine sarebbero una delle istituzioni dalle quali più frequentemente arriva la richiesta di tangenti). I Paesi africani nei quali il fenomeno è più diffuso sono Camerun, Etiopia, Ghana, Nigeria e Togo. In questi Stati, tra il 30 e il 45% degli abitanti ammette di aver versato tangenti. In Kenya e Senegal questa percentuale si colloca tra l'11 e il 30% e nell'Africa meridionale tra il 5 e il 10%. Sempre secondo l'indagine, la corruzione dragherebbe ingenti risorse. In Camerun, Nigeria e Ghana i cittadini sarebbero costretti a versare in «bustarelle» fino a un terzo del loro reddito. Tra i settori dove la corruzione è più diffusa ci sarebbero, oltre alle già citate forze dell'ordine, il sistema giudiziario e il settore medico-sanitario.
I dati di Ti sono stati confermati dal presidente nigeriano Olusugun Obasanjo che, in una conferenza a fine febbraio, ha dichiarato che la corruzione «assorbe» in Africa almeno 148 miliardi di dollari ogni anno (equivalenti al 25% delle entrate complessive del continente). Secondo Obasanjo è quindi necessario dichiarare una «guerra alla corruzione» per rendere disponibili nuove risorse per lo sviluppo.

Enrico Casale

Medio Oriente
L'ombra iraniana sull'Iraq

In Iraq starebbe prendendo forma uno degli scenari più temuti dagli osservatori: l'infiltrazione di forze iraniane nel Paese. Secondo quanto ha dichiarato il segretario della difesa statunitense, Donald Rumsfeld, il gruppo iraniano denominato «Brigate Qods» sarebbe già attivo in Iraq. Il gruppo costituisce la sezione di controspionaggio delle Guardie della rivoluzione, l'organizzazione paramilitare incaricata della difesa della costituzione e della rivoluzione islamica iraniana. Secondo Rumsfeld, l'infiltrazione starebbe avvenendo con il pieno appoggio delle autorità iraniane. A prova dell'attività delle «Brigate Qods» viene citato l'impiego in attentati esplosivi nel sud dell'Iraq contro le truppe britanniche di ordigni la cui origine sarebbe iraniana. Alcuni componenti degli ordigni, che hanno ucciso almeno dieci soldati britannici nel sud dell'Iraq a partire dal maggio 2005, sarebbero stati identificati in Libano, dove sono utilizzati dagli Hezbollah, appoggiati dall'Iran e dalla Siria. L'Iran ha tuttavia smentito di aver fornito tali tecnologie.
Se la dichiarazione di Rumsfeld trovasse conferma, sarebbe un indizio che la situazione in Iraq si sta ulteriormente complicando. Il Paese, infatti, è uscito diviso dalle elezioni del 15 dicembre scorso, e ha visto un ragguardevole successo dell'Alleanza irachena unita, il partito sciita. L'Iran appoggia i partiti sciiti in Iraq per affinità religiosa, tentando di sfruttare a suo vantaggio questa circostanza. Vale forse la pena di ricordare che l'ayatollah Khomeini, in esilio dal regime dello scià, trovò rifugio per molti anni tra gli sciiti iracheni. L'evoluzione della situazione dipenderà in larga misura dalla capacità di formare il governo: solo un esecutivo nel pieno possesso dei suoi poteri potrà efficacemente allontanare il rischio della longa manus di Teheran nel Paese. Ma il fatto stesso che i sunniti, i curdi e le fazioni laiche si oppongano alla nomina dello sciita Ibrahim al-Jaafari alla carica di primo ministro la dice lunga sulla partita in gioco.

Federico Tagliaferri

Europa
Elezioni in Ungheria
Lotta all'ultimo voto

Creazione di nuovi posti di lavoro, sostegno alle classi meno abbienti, realizzazione del welfare. Sono queste alcune delle sfide con cui dovrà misurarsi il nuovo governo ungherese, che i cittadini sceglieranno il 9 e il 23 aprile mediante le elezioni a doppio turno per il rinnovo del Parlamento. A contendersi la guida del Paese sono la coalizione di centro-sinistra attualmente al potere guidata da Ferenc Gyurcsáni e l'alleanza di centro-destra con a capo Viktor Orbán, ex primo ministro nella passata legislatura. Formazioni estreme minori non supereranno forse lo sbarramento del 5%. Da quando, nel 1990, in Ungheria si sono tenute libere elezioni, nessun governo è uscito confermato, così che la guida del Paese è stata caratterizzata da una continua alternanza. Tenta ora una conferma la coalizione socialista, la cui campagna elettorale, giocata sullo slogan «Abbiamo promesso e abbiamo mantenuto», è stata impostata sul bilancio positivo dell'operato del governo e ha puntato soprattutto al consenso sia delle fasce sociali più deboli sia della piccola imprenditoria. Il centro-destra di Orbán, invece, ha insistito sul tema del cambiamento, organizzando una larga consultazione nazionale per sollecitare almeno un milione di persone a formulare proposte.
Nel 2005 l'economia ungherese è cresciuta del 4,2% e l'inflazione ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi 12 anni, mentre il governo ha aumentato le pensioni del 28%, ha introdotto la tredicesima mensilità, ha dato impulso alla costruzione di cinque autostrade, ha realizzato diverse riforme delle strutture pubbliche (esercito, giustizia, scuola) e ha ridotto l'Iva dal 25 al 20%. L'opposizione, dal canto suo, punta il dito contro l'aumento del debito nazionale, denunciando che nel settore pubblico l'Ungheria ha il deficit più alto in tutta l'Unione europea e che l'introduzione dell'euro non sarà realizzabile entro il 2010, come a suo tempo previsto. I sondaggi della vigilia segnalano un testa a testa tra le due coalizioni, rimarcando una campagna elettorale accanita e giocata all'ultimo voto, complice il fatto che il 40% degli ungheresi si dichiara indeciso fino all'ultimo su chi votare.

Giovanni Ruggeri

Asia e Oceania
Vietnam, ondata di scioperi per il salario

In Vietnam, l'inverno appena trascorso sarà ricordato per le proteste dei lavoratori sfociate in diversi casi di sciopero. Non che questo elementare strumento di rivendicazione sia del tutto sconosciuto nella trentennale storia della Repubblica socialista del Vietnam, ma mai come nei mesi scorsi ha acquistato forza e valore. Nato alla fine di novembre nel Sud, a Città di Ho Chi Minh (ex Saigon) e nella provincia di Binh Duong, come strumento di rivendicazione salariale che aveva per oggetto le sole imprese straniere, con il passare del tempo si è rivolto anche ad aziende a capitale unicamente vietnamita e ha raggiunto il Nord, diventando così un caso nazionale.
Se il culmine si è raggiunto con lo sciopero che, all'inizio di gennaio, ha interessato ben seicento imprese di varie province del Sud, il momento forse più significativo si è toccato con l'astensione dal lavoro di quasi ventimila operai di cinque diverse aziende il 24 febbraio. Punto di partenza di queste rivendicazioni è il salario, fissato mediamente attorno ai 400mila dong (circa 20 euro) al mese. La possibilità offerta, dopo i primi scioperi, alle aziende a capitale straniero di aumentare di 80mila dong (a fronte di una richiesta di 310mila) il salario per i dipendenti, ha innescato un movimento che ha interessato gli operai di diverse imprese in tutto il Paese. Le rivendicazioni non hanno motivazioni ideologiche, ma semplicemente pratiche: con lo sviluppo attuale del Paese, per quanto sottoposto al controllo e alla pianificazione governativi, la vita dei vietnamiti che dispongono di un reddito fisso è sempre più difficile. E se i sindacati sono stati immediatamente presi di mira, perché considerati «uno strumento di oppressione degli operai» o comunque incapaci di garantirne la qualità della vita sul posto di lavoro e un'adeguata remunerazione, il ruolo del Governo di Hanoi è rimasto defilato, al punto da rendere difficile agli osservatori comprendere se il movimento spontaneo di protesta sia stato tollerato oppure subito dall'attuale dirigenza comunista che ha a capo il riformatore Nong Duc Manh.

Stefano Vecchia

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