torna al sommario
  Aprile 2006 - Altrisuoni


Cohen, il «canadese errante»

Sono in molti a conoscere Leonard Cohen: il Cohen di Suzanne, Bird on the Wire o Sisters of Mercy, tra l'altro divulgato in Italia anche attraverso le traduzioni di De Andrè (Canzoni e Volume VIII).

In realtà non è facile conoscere a fondo il songwriter canadese, la sua vita e le sue opere. Si tratta, infatti, di un personaggio, ancora prima che di un musicista, estremamente poliedrico. È nato a Montreal, città per eccellenza multi-culturale e multi-lingue, da una famiglia di ebrei russi. Tale cosmopolitismo anagrafico gli ha conferito una forte vocazione per il vagabondaggio con un'attrazione particolare per l'Europa (ha vissuto per anni nell'isola greca di Hydra) e per visite storiche, pressoché uniche, come quella che lo ha portato a Cuba subito dopo la rivoluzione castrista.

La passione per l'errare, oltre che a un livello prettamente spaziale, agisce anche nelle esperienze di vita. Professionalmente Cohen, prima che cantautore, è stato scrittore e, in tempi più recenti, si è addirittura messo alla prova nella pittura. E in senso spirituale ha vissuto in una costante peregrinazione ecumenica: senza mai abbandonare le origini ebraiche, da sempre attratto dalle figure di Cristo, di Maria e di alcuni santi della tradizione cristiana, si è gradualmente avvicinato al buddhismo e alle filosofie orientali (oggi è anche monaco zen).

L'album che meglio rappresenta questo vagabondaggio multisettoriale che Cohen, quasi taosticamente, interpreta come armoniosa convivenza degli opposti o delle differenze, è Recent Songs (1979) di cui esiste pure una sorta di versione live uscita solo nel 2001 (Field Commander Cohen). Un Canadienne Errant funge da manifesto informale. È un pezzo tradizionale québécois, mantenuto in francese, ma arricchito con elementi di chiara ispirazione messicana (guitarrón, fiati e archi mariachi). E non è l'unico pezzo dal gusto etnico dell'album. The Guests richiama sonorità balcaniche ed Est europee grazie alle corde e al violino degli storici compagni Bilezikjian e Hakopian; il registro della voce e l'ostinato basso fretless di Humbled in Love riportano alla musica nera, mentre l'arrangiamento e le modulazioni vocali di Ballad of the Absent Mare rispolverano il country-western che ha portato Cohen a suonare da adolescente e non l'ha mai abbandonato. Il tutto unificato da testi di intenso carattere meditativo che raggiungono l'apice in Our Lady of Solitude, inno spiccatamente cristiano fondato sulla struttura paradossale del koan buddhista. Un album, questo, importante, che spazia e approfondisce allo stesso tempo, stranamente poco considerato anche dalla critica più attenta all'opera di Cohen, che di solito privilegia altri lavori come Songs of Love and Hate o i più recenti The Future (1992) e Ten New Songs (2001).

Andrea Rigato

Li Xiangting    Xiao Ying    Xiao Ying

torna su
 
 

Indietro