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  Aprile 2006 - Editoriale
 


Maria A. De Giorgi *

La santitą come «strategia» missionaria


È difficile, se non impossibile, riassumere in poche righe l'epopea missionaria di san Francesco Saverio, non solo perché essa va collocata adeguatamente nel contesto storico, culturale e teologico del tempo, ma soprattutto perché rinvia alla personale, intima e, per certi aspetti, imperscrutabile esperienza interiore d'incontro con Cristo che il Saverio maturò sotto la guida di Ignazio di Loyola.

Sappiamo che, nei primi anni del soggiorno parigino, ben altri erano i suoi ideali: gloria, fama, ambizione e potere riempivano i sogni del cadetto Xavier. Fu la frequentazione di Ignazio e la progressiva familiarità con il Vangelo, la cui parola viva «efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore (cfr. Eb 4,12)», a cambiare la sua vita. «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25), gli ripeteva spesso Ignazio. Furono proprio queste parole a segnare la svolta decisiva nella vita di Francesco e a svelargli una nuova gerarchia di valori che, trasformandolo da dentro, lo prepararono all'incontro, vivo, personale e bruciante con il Cristo del Vangelo.

Parigi, Venezia, Roma, Lisbona, Goa, Molucche, Malacca, Giappone, Sanchan (Cina) sono tappe dell'itinerario spirituale, più che geografico, di Francesco che segnano la sua progressiva identificazione con Cristo. La sua ansia per la salvezza di tutti, che echeggia il «guai a me se non predicassi il Vangelo (1 Cor 9, 16) di Paolo, trova qui la sua origine e il suo fine. Francesco sa che la pienezza di salvezza incontrata in Cristo non può essere oggetto di compiaciuto possesso, poiché essa è dono incomparabile e gratuito di Dio e come tale deve essere comunicato e condiviso con tutti. Possiamo dire che Francesco vive della sovrabbondanza del dono che è Cristo e lo dona nella misura in cui si lascia abitare da Lui in una progressiva assimilazione: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). La grandezza e l'efficacia missionaria di Francesco Saverio non nascono dalla sua strategia, ma dalla sua santità. Lo dimostrano in particolare i pochi anni da lui trascorsi in Giappone.

Sbarcato a Kagoshima il 15 agosto 1549, primo missionario cristiano a toccare le sponde del mitico Zipango, Francesco aveva allora 43 anni e non conosceva il giapponese. Per predicare si serviva di un interprete che, a causa dell'estrema diversità culturale e linguistica, spesso non riusciva a trasmettere fedelmente il suo insegnamento. Ciò nonostante, abbiamo aneddoti che ci narrano di persone giunte alla fede attratte dal comportamento e dalla santità di Francesco. In poco meno di tre anni diede vita, con i suoi primi due compagni, a una comunità cristiana di circa 400 fedeli che, sviluppandosi, avrebbe presto conosciuto una feroce e secolare persecuzione che diede alla nascente chiesa del Giappone una schiera di martiri e confessori. La piccola, ma vivace comunità cattolica giapponese attuale, formata da circa 450mila fedeli sa di avere le sue salde radici nell'opera missionaria del Saverio, verso il quale nutre una profonda devozione e un inestinguibile debito di gratitudine.

Davanti alle grandi sfide che la missione oggi deve affrontare, l'esempio del Saverio è di grande attualità proprio per la sua dimensione di santità che - come sottolinea Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio - è «condizione insostituibile perché si compia la missione di salvezza della Chiesa» (n. 90). Missione che è essenzialmente: «servire l'uomo rivelandogli l'amore di Dio manifestatosi in Gesù Cristo» (n. 2).


* Missionaria saveriana in Giappone

 

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