Becker: «Hanno amato Dio e gli algerini»
Don Thierry, sacerdote francese della diocesi di Orano, ricorda la sua amicizia con il priore di Tibhirine, la semplicità dei monaci e la loro disponibilità a riconoscere nei musulmani dei fratelli uniti ai cristiani dalla misericordia di Dio.
«Il grande messaggio che ci hanno lasciato è la necessità di riconoscere l'opera di Dio gli uni negli altri, di meravigliarsi dell'opera dello Spirito Santo in ognuno di noi e, soprattutto, di camminare, laddove è possibile, verso la sorgente comune che è Dio». Don Thierry Becker ricorda così i monaci di Tibhirine. Lui, sacerdote della diocesi di Orano, francese di origine, ma algerino di adozione, ha conosciuto bene i sette trappisti, soprattutto il priore, frère Christian. Spesso gli capita di ricordarli in dibattiti pubblici o in incontri privati. Nelle sue parole si legge l'affetto e la stima per i religiosi uccisi dai fondamentalisti islamici, ma anche la testimonianza della loro forte eredità spirituale. Don Thierry da quando lavora in Algeria e di che cosa si occupa? Sono stato ordinato sacerdote nel 1962 e da allora vivo in Algeria. In questi anni mi sono occupato di tante cose diverse. All'inizio ho lavorato nelle scuole cattoliche. Erano gli anni successivi all'indipendenza. I ragazzi francesi erano tornati in patria e noi ci trovavamo a fare lezione a giovani algerini in maggioranza musulmani. Abbiamo dovuto arabizzare il nostro insegnamento e aprirci alla cultura locale. E, pur rimanendo scuole di ispirazione cattolica, abbiamo iniziato anche a insegnare l'Islam. La nostra è stata una storia di reciproco rispetto e di lavoro comune (musulmani e cattolici) per la crescita delle nuove generazioni. Dopo la nazionalizzazione delle scuole nel 1976, sono diventato parroco, prima di una parrocchia internazionale (i cui parrocchiani erano quasi tutti lavoratori stranieri) e, poi, di una piccola parrocchia in montagna. Ho lavorato anche in curia a Orano come vicario episcopale e come economo. Adesso sono impegnato ad Algeri in un centro culturale e dirigo il periodico diocesano Rencontre (Incontro). I monaci trappisti erano una presenza storica in Algeria? Il monastero dei trappisti è stato costruito negli anni Trenta. Originariamente, il monastero aveva una grande tenuta agricola. Poi, poco dopo l'indipendenza, i monaci hanno donato allo Stato il 90% delle terre e hanno tenuto solo quelle che erano in grado di coltivare. Hanno poi creato un'associazione con i contadini della zona per lavorare insieme la terra. La gente era affezionata ai monaci ed era molto legata a loro. Gli assassini, questo è un dato certo, venivano da fuori. Che i monaci fossero ben voluti è dimostrato dal fatto che il monastero, che è stato abbandonato subito dopo la morte dei trappisti, non è stato saccheggiato. In dieci anni nulla è stato trafugato. Attualmente ci vive una suora che aiuta le donne del posto insegnando loro piccoli lavori artigianali. L'associazione dei contadini esiste ancora ma, al posto dei monaci, è subentrata la diocesi di Orano. Quando ha conosciuto i trappisti di Tibhirine? Ho conosciuto il priore, frère Christian, quando eravamo ragazzi e frequentavamo i boy-scout. Abbiamo poi approfondito la nostra amicizia in seminario. Christian è arrivato in Algeria nel 1971. Io ero felicissimo. Da allora abbiamo iniziato a frequentarci spesso. Due o tre volte l'anno io andavo a trovarlo. Avevamo l'occasione di incontrarci perché io facevo parte dell'associazione da lui fondata che si chiamava «Legami della pace», un gruppo che mirava alla condivisione del patrimonio spirituale dei membri attraverso la preghiera, il silenzio e il confronto delle esperienze. A questi gruppi partecipavano soprattutto i cristiani, ma talvolta erano presenti anche musulmani. Che cosa pensavano i monaci dell'Islam? Frère Christian pensava che l'Islam permettesse alla gente di esprimere un'autentica spiritualità. Secondo me il messaggio più grande che ci ha lasciato è l'invito, fatto a cristiani e musulmani, di riconoscere l'opera di Dio gli uni negli altri e di meravigliarsi dell'opera dello Spirito in entrambi. Egli esortava i cristiani a camminare, laddove possibile, insieme ai seguaci di Allah verso la sorgente comune che è Dio. Al termine del suo testamento Christian scrive: «Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male, che sembra, ahimé, prevalere nel mondo», e più avanti si augura che «ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso». In questo cammino, secondo lui, dobbiamo riconoscerci peccatori: noi e i musulmani. Ma non è solo questo ad accomunarci. Ciò che ci lega ai musulmani è la coscienza del fatto che, in quanto peccatori, abbiamo tutti bisogno della misericordia di Dio. Noi siamo come i «ladroni», cioè peccatori, ma in paradiso potremmo essere beati perché godremo della misericordia di Dio, che è grandissima e non ha confini. Lei come li ricorda? Li ricordo poveri tra i poveri. Avevano fatto completo dono di sé a Dio e la povertà era il frutto di questo abbandono. La loro era certamente una povertà materiale, ma era soprattutto una povertà dell'avvenire. Cosa ci potrà accadere domani? Non lo sappiamo, ma ci affidiamo a Dio. Era anche una povertà di relazioni. Erano soli e non avevano scambi intellettuali con altri, ma lasciavano che Dio si occupasse di loro. Vivevano questa condizione con gioia e trasmettevano il loro stato d'animo a chiunque andasse a trovarli. Ricordo che, quando facevo ritorno a casa dopo una visita al loro convento, ero arricchito dalla loro gioia. Come ricorderete il loro sacrificio? Perché parla di sacrificio? Il loro non è stato un sacrificio. I monaci avevano deciso di donarsi completamente a Dio. La morte è un rischio implicito in questa forma di abbandono. Non possiamo quindi parlare di sacrificio, ma di dono. Dono completo a Dio. Li ricorderemo certamente, anche se oggi in Algeria esiste una legge che impedisce di ricordare pubblicamente ciò che è avvenuto negli anni della guerra civile. Noi comunque celebreremo l'anniversario, probabilmente con una cerimonia ad Algeri. Non credo che andremo a Tibhirine, ci sono troppe difficoltà burocratiche e problemi per la salvaguardia della nostra sicurezza. Enrico Casale
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