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| Maggio 2006 - Il mondo, i popoli |
Uribe prepara il bis Dopo quattro anni di discreti risultati (ad esempio nel settore educativo) e promesse mancate (lotta alla corruzione e pacificazione del Paese), il presidente colombiano sembra avviato a un secondo mandato. Sullo sfondo - come già nel 2002 - le «relazioni pericolose» con i paramilitari, protagonisti, insieme ai guerriglieri di Farc ed Eln, della quarantennale guerra civile colombiana. Nel novembre 2005, dopo un'aspra battaglia istituzionale, Álvaro Uribe Velez, presidente della Colombia, è riuscito a modificare la norma prevista dalla costituzione del 1991 che vietava al capo dello Stato di svolgere due mandati consecutivi. L'uomo «dalla mano dura e dal cuore grande» si avvicina così alle elezioni presidenziali del 28 maggio come grande favorito. Nonostante non abbia raggiunto alcuni dei suoi obiettivi - ad esempio mettere fine alla corruzione e sradicare la miseria e l'ingiustizia sociale - e sebbene sia stato criticato da molte organizzazioni per la cosiddetta politica della Seguridad democrática (Sicurezza democratica) e per la legge denominata «Giustizia e pace», Uribe è riuscito a recuperare la fiducia del capitale straniero, a restituire un po' di ottimismo e di speranza ai colombiani, a ottenere un lieve miglioramento dell'economia e a conseguire risultati positivi in materia di educazione. La rielezione di Uribe sembra probabile anche alla luce del netto appoggio ricevuto nelle elezioni parlamentari dell'11 e 12 marzo. Le liste dei partiti che appoggiano Uribe hanno ottenuto il 70% dei voti. A suo favore giocano anche i limiti degli avversari, rappresentati dal Partito liberale, capeggiato dall'ex ambasciatore a Washington, Horacio Serpa (che corre per la terza volta consecutiva), e dal Polo democratico alternativo (Pda), guidato dall'ex giudice costituzionale Carlos Gaviria, una delle figure più brillanti del Paese in materia giuridica e accademica. Quest'ultimo è ancora poco conosciuto a livello nazionale e conta solo sull'appoggio di una sinistra ancora in crescita, che si sta unificando e consolidando nel Pda. Serpa invece ha perso credibilità nei suoi ripetuti tentativi elettorali, tanto che vari congressisti liberali hanno deciso di schierarsi con il presidente uscente. Quattro anni fa, qualche giorno prima di ricevere il mandato come presidente della Repubblica colombiana, Uribe dichiarava ai mezzi di comunicazione: «Lo Stato colombiano ha un'enorme burocrazia, è permissivo con la corruzione e avaro nel campo sociale». Il piano del suo governo si sarebbe dunque concentrato su «fronti di azione molto chiari: la sicurezza dello Stato, la riforma politica, la lotta contro la corruzione, l'economia, il lavoro e la sicurezza sociale». E - coincidenza o profezia? - Uribe scriveva nel suo manifesto: «Un governo di quattro anni non può risolvere la totalità dei problemi nazionali». L'essenziale, per Uribe, era dunque garantire la sicurezza in tutto il Paese, attraverso il rafforzamento della struttura militare dello Stato, adottando la politica della Sicurezza democratica. Finanziata dal Plan Colombia (voluto dagli Stati Uniti) e da una apposita voce del bilancio nazionale, tale politica ha cercato di rendere lo Stato militarmente presente in ogni angolo del Paese, soprattutto nelle zone più sperdute, dove solo qualche anno prima il concetto stesso di Stato era del tutto sconosciuto. Inoltre la Sicurezza democratica ha sponsorizzato la creazione di una rete di informatori il cui ruolo è fornire all'esercito dettagli su qualsiasi atto illegale che si commette nelle varie regioni del Paese. Non essendoci però un controllo attento sulla veridicità delle informazioni, tale sistema è diventato un mezzo per violare la privacy e soprattutto aumentare i già innumerevoli casi di violazione dei diritti umani. Un rapporto del ministero colombiano della Difesa intitolato Risultati e sfide della politica di difesa e sicurezza democratica, pubblicato alla fine del 2005, segnala che tra il 2003 e il 2005 sono stati investiti quasi 17 miliardi di dollari nella lotta contro il terrorismo, ossia nella guerra contro il narcotraffico e i diversi attori armati: i paramilitari delle Autodifese unite della Colombia (Auc), i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e l'Esercito di liberazione nazionale (Eln). Un altro punto importante dell'agenda politica di Uribe è stata la lotta contro la corruzione e le oligarchie politiche tradizionali. Si era proposto di ridurre il numero dei deputati da 266 a 150 e di trasformare il parlamento in un sistema unicamerale; di eliminare gli arresti domiciliari per i politici - che erano abituati a vivere in casa propria invece di essere rinchiusi in prigione - e di sradicare il clientelismo concedendo l'accesso al sistema pubblico solo in base al merito. Ben presto però quest'obiettivo è venuto meno, se è vero che il presidente stesso ha deciso di affidare posti di rilievo in ambasciate e consolati colombiani a familiari di deputati che appoggiavano in parlamento il suo progetto di legge sulla rielezione. Il presidente riteneva che, eliminando la corruzione, si sarebbero potuti ridurre gli indici di povertà del Paese. Ma questo progetto non si è realizzato e di conseguenza sono venuti meno anche i risultati in ambito sociale: secondo le stime del governo, oggi il 52% dei colombiani (circa 23 milioni di persone) vive in condizioni di povertà e, di questi, il 16% vive al di sotto dell'indice di povertà assoluta. Studi indipendenti come quello dell'Università Nazionale, invece, segnalano che la povertà raggiunge il 60% della popolazione. Questa situazione è peggiorata a causa dell'emigrazione interna generata dal conflitto tra paramilitari e guerriglieri. Jorge Iván González, direttore del Centro di investigazione per lo sviluppo dell'Università Nazionale, afferma che la povertà non è stata sconfitta perché il governo di Uribe non ha voluto migliorare la distribuzione delle risorse nazionali, non ha sostenuto politiche a favore della ridistribuzione della terra, né ha sviluppato una reale e giusta politica del lavoro. L'amministrazione Uribe si era proposta l'ambizioso obiettivo di ridurre il tasso di disoccupazione al 10% entro la fine del mandato, e allo stesso tempo di generare più di due milioni di posti di lavoro. Secondo il Dipartimento amministrativo nazionale di statistiche (Dane), i risultati evidenziano una riduzione del tasso di disoccupazione al 10,4%, a dimostrazione di una certa efficacia dell'intervento governativo. Alcuni analisti economici, tuttavia, obiettano che questi dati dimostrano solo una stagnazione del mercato del lavoro. La disoccupazione reale interesserebbe infatti circa il 30% della forza lavoro, senza contare i fenomeni tipici del modello economico liberista, come la sottoccupazione e il lavoro informale, che, secondo l'Asobancaria, coinvolge il 60% dei 15 milioni di occupati. In materia di educazione Uribe ha raggiunto gli obiettivi prefissati. Il lavoro svolto dal ministro dell'Educazione, Cecilia María Vélez, mostra risultati apprezzabili: il 72% della popolazione scolastica ha accesso all'educazione elementare e il 53% all'educazione superiore. Di questi ultimi, il 75% gode dell'aiuto statale per poter sostenere le spese per la propria istruzione. Tra il 2003 e il primo semestre del 2005, circa un milione e 100mila bambini sono stati iscritti all'educazione primaria. Nel campo dell'educazione superiore è stato attivato uno speciale programma che in questi anni ha concesso borse di studio a 50mila giovani dei ceti sociali più bassi. Il vero punto critico del governo Uribe sono i sospetti di un suo legame (che molti ritengono certo) con i gruppi paramilitari. Ancora prima di iniziare il suo mandato nel 2002, l'allora candidato era fortemente criticato dai suoi oppositori e da numerose organizzazioni internazionali. A tutt'oggi il processo di pace con le Auc non è stato sufficientemente trasparente. Meno ancora lo è stata la legge «Giustizia e pace» promossa dal governo e approvata dal parlamento nel 2005. L'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani in Colombia e la Comisión Nacional de Juristas sostengono infatti che tale legge non offre gli elementi necessari per stabilire un livello minimo di giustizia che consenta la pacificazione del Paese. Non si garantiscono adeguatamente i diritti delle vittime di questa guerra, non si persegue efficacemente la ricerca della verità, non viene garantita la restituzione ai cittadini dei beni confiscati dai paramilitari. La legge offre ampi spazi di immunità ai colpevoli, ad esempio la riduzione delle pene e l'accesso ai benefici della libertà condizionale. Con questi presupposti diventa difficile giungere a un'effettiva definizione dei crimini commessi, all'accertamento della verità e all'indennizzo dei cittadini danneggiati. Questa condizione determina un'incertezza giuridica diffusa. Nel rapporto annuale del 2005 sulla situazione umanitaria nel mondo, il Dipartimento di Stato Usa dichiara che l'impunità è «il maggior ostacolo in Colombia». Si tratta di un fenomeno che protegge «soprattutto gli ufficiali accusati di aver commesso in passato violazioni dei diritti umani e alcuni membri dell'esercito che hanno collaborato con i paramilitari». Il rapporto inoltre sottolinea che le Auc, nonostante i negoziati attuali con il governo, hanno ignorato i patti stabiliti, cioè la sospensione di ogni attività illegale durante il periodo delle trattative, e hanno continuato a reclutare soldati, perpetrando ulteriori violazioni dei diritti umani. A queste lacune e incongruenze si aggiungono anche i dubbi sul numero reale dei paramilitari che dovrebbero consegnarsi alla giustizia. Si sospetta infatti che molti narcotrafficanti abbiano a questo punto interesse a presentarsi come paras per usufruire dei benefici concessi dalla legge. I dati sembrano confermare questo timore: a marzo 2006, il processo di pace ha coinvolto ben 21.368 sedicenti membri delle Auc. Carlos Castaño, leader principale dei paramilitari, scomparso misteriosamente il 16 aprile 2003, dichiarava invece che «le Autodefensas sono composte da 13mila uomini. Per questo, quando consegneremo le armi, ne daremo 13mila, né una di più né una di meno». Al momento ne sono state consegnate solo 10.893. Infine, grazie anche a questa politica del governo Uribe, si sta verificando una preoccupante ingerenza da parte dei paramilitari nella vita politica nazionale. Uno dei leader delle Auc, Vicente Castaño, ha persino affermato che «esiste un'amicizia con i politici delle zone in cui operiamo. Ci sono relazioni dirette tra i comandanti paramilitari e la classe politica, e indubbiamente si stanno creando alleanze. Le Autodefensas danno consigli a molti politici e alcuni comandanti paramilitari hanno amici deputati e assessori. Credo che più del 35% del parlamento sia costituito da nostri amici». I paramilitari sono gli unici a essere stati coinvolti in negoziati di pace durante il governo Uribe. Con i guerriglieri dell'Eln appare esserci uno spiraglio dovuto alla volontà dei suoi capi di mediare con la Commissione governativa. Le trattative con le Farc, invece, sono un miraggio: il gruppo ha dichiarato pubblicamente che non intende avviare alcun negoziato di pace finché Uribe sarà presidente. Pablo Molano Prove di dialogo
L'impegno dei vescovi Apparentemente al riparo dai «venti di rinnovamento» che da un triennio attraversano l'America latina, la Colombia sembra avviata a riconfermare alla massima carica dello Stato Álvaro Uribe, prototipo del presidente di destra e filostatunitense del continente. Quale la posizione dell'episcopato colombiano? Alcune prese di posizione riguardano anzitutto la situazione economica: nonostante la modernizzazione economica accelerata, la Conferenza episcopale colombiana (Cec) non ha mancato di denunciare che «negli ultimi anni il Paese ha sperimentato un crescente impoverimento: due colombiani su tre non hanno un reddito sufficiente a soddisfare uno o più bisogni primari e uno su tre non arriva neppure a coprire le proprie necessità alimentari». Perciò la Cec indica quattro priorità al nuovo governo: «Valorizzazione della vita umana, diminuzione della povertà, benessere sociale e impegno per la pace». Intanto la Chiesa ha accresciuto il proprio impegno nelle iniziative per risolvere politicamente il quarantennale conflitto armato che, solo nell'ultimo lustro, ha provocato circa 20mila morti (tra cui 33 sacerdoti) e tre milioni di sfollati. Ciò anche di fronte al fallimento della strategia di «guerra totale» alle guerriglie su cui Uribe aveva puntato, con l'appoggio di Washington, nel 2002, raccogliendo consensi pure tra i vescovi. Dalla metà del 2004, la Cec, attraverso mons. Julio Vidal e mons. Germán García, rispettivamente vescovi di Monteira e Apartadó, ha facilitato i colloqui tra governo e Autodifese unite della Colombia (Auc) per arrivare al disarmo di 20mila paramilitari entro la fine del 2005, una scadenza poi prorogata. La legge «Giustizia e pace», varata lo scorso anno, ha però di fatto garantito che la smobilitazione di questi «squadroni della morte» di estrema destra - responsabili, secondo Amnesty International, di gran parte dei massacri compiuti nel Paese - si traduca in una sostanziale impunità, se non addirittura in un rafforzamento del loro potere politico. I paras verranno infatti inseriti nella polizia o assunti come vigilantes e i loro capi, grazie ai legami con oltre un terzo dei parlamentari e con lo stesso Uribe, potranno sottrarsi all'estradizione chiesta dagli Stati Uniti per narcotraffico. Di fronte a questa situazione l'episcopato ha cercato di ottenere un adeguato risarcimento per le vittime, ma senza mettere in discussione il processo negoziale o chiedere una riformulazione della citata legge, accettando la nomina di mons. Nel Beltrán, vescovo di Sincelejo, a membro della Commissione nazionale di riparazione e riconciliazione incaricata della sua attuazione. Più critica la Commissione giustizia e pace della Conferenza dei religiosi della Colombia, diretta dal gesuita Javier Giraldo, più volte minacciato di morte per la sua difesa dei diritti umani, il quale, riferendosi ai narcos riciclatisi come paramilitari per beneficiare della nuova normativa, ha commentato: «Per Uribe aver massacrato contadini o leader sindacali è un'attenuante più che un reato da perseguire». Sull'altro fronte, quello delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), i vescovi premono affinché il governo e la maggiore formazione guerrigliera marxista del continente (circa 17mila membri) firmino un accordo umanitario che consenta la liberazione di 3mila persone ora nella mani del gruppo armato e apra la strada a un vero negoziato di pace. Sinora però un'intesa non è stata raggiunta perché le Farc hanno offerto soltanto il rilascio di 59 politici e militari, compresi tre consiglieri statunitensi del Dipartimento della Difesa, in cambio di quello di 500 guerriglieri detenuti e della creazione di una zona smilitarizzata in cui realizzare la trattativa. Maggiori risultati sono stati raggiunti dal governo nel dialogo con l'Esercito di liberazione nazionale (Eln), il secondo gruppo guerrigliero del Paese. Al termine dei primi colloqui preliminari tra l'esecutivo e l'organizzazione politico-militare, svoltisi a Cuba, l'Eln ha infatti dichiarato una tregua per le legislative dello scorso 12 marzo. All'incontro hanno partecipato anche quattro vescovi, a conferma del ruolo svolto dall'episcopato, che ha realizzato, con il beneplacito di Uribe, un «pre-dialogo» con il gruppo guevarista e ha poi ospitato nella propria sede il suo portavoce, Francisco Galán, rimesso in libertà vigilata per consentirgli di consultare esponenti della società civile, dei partiti politici e della comunità internazionale circa i contenuti del processo di pace. Mauro Castagnaro |
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