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| Maggio 2006 - Gesuiti in rete |
Un gesuita in coda con gli immigrati Nel marzo scorso le lunghe file dei lavoratori stranieri davanti agli uffici postali hanno suscitato polemiche sulle norme previste dalla legge Bossi-Fini. A Roma, insieme agli immigrati, c'era anche il direttore del Centro Astalli per i rifugiati. Che racconta come, a volte, la solidarietà superi le quote. «È avvilente per un Paese che si dice civile creare un sistema del genere: fa male vedere dormire di notte, all'aperto, chi ha un contratto di lavoro. Gente di tutte le età, compresi donne e bambini. Mi sento indignato prima come uomo, poi come sacerdote». Questo ho pensato una volta consegnata la mia busta contenente il modulo per la richiesta di un lavoratore straniero che potesse rientrare nelle quote, dopo una notte passata al freddo con persone di varie parti del mondo che in quella busta avevano messo oltre che i moduli anche la speranza di poter riuscire ad aiutare un familiare o un amico ad avere un lavoro in Italia. Al Centro Astalli ci si era informati e organizzati per tempo per potere riuscire ad avere un «buon piazzamento nella graduatoria generale». Avevamo calcolato di andare davanti all'ufficio postale la sera tardi con l'automobile per poi darci il cambio durante tutta la notte. Ma ci siamo resi ben presto conto di essere stati troppo ottimisti: alle 16,30 arriva alla mensa la notizia che le file nei vari uffici postali del centro erano già iniziate. E così comincia anche per noi l'avventura che hanno vissuto centinaia di migliaia di stranieri in tutta Italia. Dopo un giro rapido nelle poste di zona abbiamo scelto quella di largo Arenula, riuscendo a conquistare un dignitoso numero 63. In pochissimo tempo si è formata una fila di 140 persone: filippini, pakistani, cingalesi, romeni, latinoamericani, una donna etiope con un bambino nel passeggino e altre immigrate con i loro figli. Tutti avremmo trascorso la notte all'addiaccio. Al mio arrivo alla posta gli immigrati si erano già organizzati da soli: avevano creato una lista (con i cognomi e gli orari di arrivo) e avevano distribuito i numeri corrispondenti; ogni tre ore circa veniva fatto un appello per verificare che le persone in fila ci fossero ancora. A causa degli abbandoni, durante la notte sono riuscito a risalire la lista fino al numero 35. Gli elenchi sono stati aggiornati e autogestiti fino alla fine dagli immigrati: all'apertura della posta gli impiegati hanno chiesto agli stranieri di continuare a gestire la fila. Ma non ci sono stati problemi: ognuno stava in fila con il suo numero, tutto si è svolto in maniera civile e tranquilla, sotto l'occhio vigile dei carabinieri, che non hanno avuto bisogno di intervenire. In questa situazione difficile è emersa l'umanità degli impiegati dell'ufficio postale, dei datori di lavoro, di passanti e vicini che assistevano allo «spettacolo». Questa è la vera Italia: gli impiegati hanno permesso alle persone di entrare nell'ufficio postale prima dell'apertura degli sportelli, per potersi sedere e stare al caldo; alcuni passanti hanno offerto dolci e bevande calde; un bar vicino ha mandato tavolette di cioccolato. I primi della fila presentavano il massimo delle domande (cinque) per fare un favore ad altri amici. Qualcuno, per mantenere il posto durante la notte, ha pagato un altro straniero; altri hanno provato palesemente a offrirsi per farlo a pagamento; ma la maggioranza delle persone ha offerto aiuto gratuitamente, con generosità. Col senno di poi e dopo un lungo sonno ristoratore riesco a guardare a questa vicenda, oltre che come un'umiliante trafila burocratica anche e soprattutto come un'esperienza di solidarietà e gratuità. Tuttavia ciò non giustifica che non ci sia un sistema per presentare la domanda salvaguardando la dignità delle persone, ad esempio ampliando la rete di sportelli, evitando che la gente resti al freddo. Questo metodo è un modo per scoraggiare le persone e creare problemi: si crea la difficoltà, se non l'impossibilità, di usufruire di un diritto. Provo un profondo dispiacere nel vedere infliggere un'offesa gratuita alle persone. Questa esperienza mi ha confermato la grande dignità degli stranieri che vengono qui a lavorare; hanno un contratto di lavoro e arrivano per rispondere a un bisogno reale del Paese. Da parte di chi ha organizzato questo assurdo sistema c'è stata una valutazione positiva. Poiché non ci sono stati incidenti di grave entità, la loro conclusione è stata che tutto ha funzionato. Nessuno ha preso consapevolezza dell'assurdità di una legge che è fallita perché non salvaguarda la dignità delle persone. Una legge che costringe all'illegalità, che alimenta il mercato nero del lavoro e che non tiene conto della realtà degli italiani e delle persone straniere che giungono nel nostro Paese. Senza contare la vergognosa situazione di quanti giungono in Italia per chiedere aiuto, e penso ai tanti rifugiati. Voglio sperare che il nostro Paese riesca a dotarsi di una legge rispettosa della dignità delle persone, capace di fare dell'Italia una nazione veramente accogliente e sicura per tutti. Mi auguro che un mondo diverso sarà possibile a partire proprio da un cambiamento in Italia. Giovanni La Manna S.I. Direttore del Centro Astalli (Roma) |
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