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  Maggio 2006 - Cosmorama

Focus
 

Americhe
Povertà e crescita: svolta della Bm?

Il documento risale a fine febbraio ma sinora non ha avuto l'eco che forse meritava. Non tanto per i suoi contenuti, che alcuni potrebbero considerare banali, quanto per la firma riportata in calce, quella della Banca mondiale. Si intitola Riduzione della povertà e crescita: circoli virtuosi e viziosi, e potrebbe rappresentare la base per una «rivoluzione copernicana» degli interventi della Banca mondiale (e, a cascata, di altri organismi finanziari internazionali e degli stessi governi), quantomeno in America latina. Quale il succo del documento? La povertà non viene più vista come effetto della scarsa crescita economica ma come causa. Riconoscendo la stretta connessione tra i due fattori, cioè appunto la presenza di un circolo vizioso, viene meno quella dicotomia tra politiche dirette alla crescita e politiche dirette a favore dei poveri che ha caratterizzato per decenni l'istituzione finanziaria. Le seconde sono state spesso sacrificate alle prime e, quando ci sono state, hanno assunto - secondo i critici - la forma di uno sterile assistenzialismo, che non andava a risolvere le cause strutturali degli squilibri. Ora è necessaria, invece, «una nuova impostazione che potrebbe essere definita come politica di riduzione della povertà orientata alla crescita».
Da questo postulato discendono raccomandazioni e precisazioni che - seppure vadano lette con prudenza e richiedano concrete applicazioni - segnano una svolta nella «filosofia» della Banca mondiale: si riconosce ad esempio che la liberalizzazione dell'economia, pur essenziale per una crescita di lungo termine, può avere effetti negativi di breve termine sulla povertà e sulla disuguaglianza; si raccomanda ai Paesi di migliorare l'equità della loro spesa pubblica, indirizzandola verso coloro che hanno davvero bisogno, dunque riconoscendo l'importanza e la necessità di un intervento dello Stato nell'economia (una vera «eresia» fino a ieri); si afferma infine, con un linguaggio indubbiamente sorprendente, che «trasformare lo Stato in un organismo che promuova eguali opportunità e persegua un'equa redistribuzione dei redditi è forse la più importante sfida per l'America latina».

Stefano Femminis

Africa
Guerra e carestia: Somalia senza pace

La discesa all'inferno della Somalia sembra non finire mai. Da 15 anni il Paese è sprofondato in uno stato di anarchia. Con la nomina, nel 2004, di un governo e di un parlamento di transizione, gli osservatori internazionali pensavano che l'incubo fosse finito. Invece, dal mese di marzo sono ripresi gli scontri fra fazioni a Mogadiscio. I signori della guerra, riuniti nella sedicente Alleanza per la restaurazione delle pace e contro il terrorismo (sostenuta massicciamente dagli Stati Uniti), si sono scontrati con le milizie delle Corti islamiche che, da qualche anno, controllano una parte dell'ex capitale somala. I combattimenti, durissimi, si sono concentrati intorno al piccolo scalo aereo di Easley e al porto di El Maan, i due centri attraverso i quali arrivano merci, armi e persone. Gli scontri hanno causato decine di vittime e centinaia di feriti. Molti somali sono inoltre fuggiti verso il Kenya, dove sono stati ospitati nel campo delle Nazioni Unite di Dadaab.
Il problema della sicurezza è uno degli ostacoli principali nel processo di pace. Tanto che nell'ultimo vertice dell'Igad (l'Organizzazione intergovernativa del Corno d'Africa), i governi hanno chiesto all'Onu di eliminare l'embargo di armi verso la Somalia per consentire il dispiegamento di un contingente ben equipaggiato a salvaguardia del governo di transizione.
Un altro problema per la Somalia è la siccità e la conseguente crisi alimentare. L'Onu ha rinnovato l'appello affinché la comunità internazionale invii urgenti aiuti alle popolazioni. «Circa due milioni e centomila persone - ha detto Christian Balslev-Olesen, coordinatore per gli aiuti umanitari in Somalia - hanno urgente bisogno di assistenza. È una corsa contro il tempo per arginare la catastrofe». L'allarme, in realtà, riguarda tutto il Corno d'Africa. Ma, se negli altri Paesi colpiti (Etiopia, Eritrea, Sudan, Tanzania e Kenya) è relativamente facile far arrivare gli aiuti, in Somalia tutto è complicato dall'assenza di un'autorità centrale.

Enrico Casale

Medio Oriente
Israeliani e palestinesi costretti al realismo

Il voto per le elezioni politiche in Israele (28 marzo) e quello tenutosi in precedenza nei territori dell'Autorità nazionale palestinese (15 gennaio) costituiscono un importante elemento di novità nel tormentato panorama mediorientale, suscettibile di sviluppi non facilmente prevedibili. Da un lato, in Israele, la vittoria del neonato partito centrista Kadima si è rivelata inferiore alle aspettative e costringe il primo ministro incaricato Ehud Olmert a cercare un accordo per creare un governo di coalizione con i laburisti e con altri partiti minori. Dall'altro nell'Anp, la vittoria di Hamas e la nomina di Haniya a primo ministro sembrano dare il via libera alle posizioni più intransigenti nei confronti di Israele: no al riconoscimento dello Stato ebraico, no alle trattative, no alla rinuncia alla lotta armata. La storia del Medio Oriente e la quasi sessantennale questione israelo-palestinese insegnano però che nessun «no» è definitivo, anzi. Molti osservatori sottolineano come Hanyia e Hamas, una volta giunti al potere, dovranno necessariamente dare prova di realismo politico: anzitutto per la grave crisi finanziaria che attanaglia l'Anp e per la dipendenza da Israele per quanto riguarda servizi e risorse essenziali (acqua, elettricità, telefoni, ecc.). In secondo luogo, la scomparsa di due protagonisti della scena mediorientale come Arafat e Sharon consente ai nuovi leader di sganciarsi dal bagaglio di posizioni cristallizzate che hanno caratterizzato per lungo tempo i rapporti tra le due parti e di voltare pagina. Paradossalmente, proprio la sconfitta elettorale di al-Fatah e dei suoi alleati apre a Haniya la strada per nuove scelte politiche che, retorica e propaganda a parte, potrebbero rivelarsi dirompenti. Dalla sua ci sono la giovane età (è nato nel 1962), una fama di pragmatismo, la dichiarata volontà di discutere con mediatori internazionali. Anche Olmert (60 anni) è molto più giovane di quanto non fosse Sharon (77 anni), di cui condivide il progetto di ritiro da alcune aree della Cisgiordania. In questo ha saputo ben interpretare i sentimenti della maggioranza dell'opinione pubblica israeliana che, con l'esclusione di frange estreme, aspira a una vita «normale» entro confini sicuri. Certo, questo non significa che ciò sarà accettato da Hamas, ma dimostra, forse, che il vento è già cambiato.

Federico Tagliaferri

Europa
La morte di Slobodan Milosevic

L'11 marzo il corpo senza vita di Slobodan Milosevic è stato trovato nella sua cella nel carcere di Scheveningen (Olanda). I medici legali del Tribunale penale internazionale hanno decretato la morte per infarto al miocardio. Lo stesso Tribunale è stato investito di accuse da parte dei membri del partito di Milosevic e del Partito radicale serbo, il cui ex leader è in carcere per crimini di guerra. Un duro colpo, ha commentato Carla Del Ponte, che per quattro anni ha guidato il processo contro l'accusato numero uno dell'Aia: «In questo momento il Tribunale è in coma», ripeterà in un'intervista al francese Le Monde. Chi ha sofferto durante il regime dell'ex presidente serbo parla di dispiacere per la sua morte, un dispiacere dovuto al fatto che il decesso ha fatto svanire per sempre la possibilità di una condanna.
Nei giorni successivi alla morte e durante i funerali, la società serba ha riscoperto la polarizzazione tra la «Serbia profonda» di Milosevic e la cosiddetta «altra Serbia». Da una parte una folla di circa 80mila persone, per lo più anziani, si è radunata per accompagnare il feretro di Milosevic, sepolto nella sua casa di Pozarevac, dall'altra qualche migliaio di persone, in prevalenza giovani, hanno organizzato un contro-meeting per le vie del centro, sventolando palloncini colorati e manifesti di protesta contro l'ex presidente. Ma la maggior parte della Serbia che disse no a Milosevic nelle elezioni del 2000 ha vissuto con distacco la morte del despota. Mentre radicali e socialisti cercano di guadagnare punti politici in vista di nuove elezioni, il Paese si confronta con decisive questioni politiche: il referendum per la secessione del Montenegro (21 maggio), il processo presso la Corte internazionale di giustizia che vede la Bosnia accusare la Serbia di genocidio, i negoziati sullo status del Kosovo e non da ultimo le minacce dell'Ue di bloccare i negoziati sull'Accordo di associazione e stabilizzazione se non verrà dimostrata una tangibile collaborazione con il Tribunale dell'Aia, nella fattispecie la consegna del superlatitante Ratko Mladic, accusato di genocidio e di crimini di guerra.


Asia e Oceania
All'Asia il primato dello sfruttamento sessuale

La vulnerabilità delle donne asiatiche a fenomeni di sfruttamento e sottomissione è il frutto di ineguaglianze, discriminazioni e, più in generale, di un sostrato culturale che crea una dipendenza femminile dalle necessità di una società patriarcale e sessista. Questo, unito a una mercificazione che non risparmia nemmeno i bambini, ha portato alla crescita esponenziale dello sfruttamento sessuale, spesso organizzato e gestito da reti criminali con notevoli complicità e connivenze. Di questo traffico, che è mondiale, l'Asia è l'epicentro, a partire dalla Thailandia. Il numero dei luoghi di prostituzione nell'antico Siam è enorme: almeno 80mila, al punto che la «materia prima» locale non basta da tempo ad alimentare un mercato in crescita. La provenienza dei circa due milioni di prostitute straniere in questo Paese è la più varia: Myanmar, Cina, Laos, Cambogia, Vietnam, ma numerose sono anche le donne dell'Est europeo e persino le latinoamericane. La corrente di turisti del sesso provenienti da altri continenti è un fattore determinante, ma non può mettere in ombra gli aspetti socio-culturali propriamente asiatici. L'Indonesia, ad esempio, che si è affacciata sul «mercato» internazionale in tempi relativamente recenti (anche per la sua qualifica di grande Paese islamico), ha un mercato della prostituzione che «fattura» ogni anno almeno due miliardi di dollari. In una catena che si autoalimenta, la tratta delle donne per il mercato della prostituzione non coinvolge solo le aree più marginali del continente. Paesi che sono già emersi dal sottosviluppo, se non sempre dalla povertà, diventano «esportatori» di donne verso Paesi più ricchi. Esempi sono le donne malesi che finiscono nei bordelli di Hong Kong e in Australia; le thailandesi in Giappone, Taiwan, Australia, Malaysia e Medio Oriente; le coreane ancora in Giappone e a Hong Kong. Il Giappone, Paese soprattutto «consumatore», ha l'industria del sesso (e della pornografia) più vasta del continente: sono 150mila le donne (soprattutto thailandesi e filippine) impiegate in vari modi sul mercato dell'«intrattenimento», che spesso nasconde una vera schiavitù gestita dalle cosche della mafia (yakuza).

Stefano Vecchia

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