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  Maggio 2006 - Cosmorama

Notizie dal mondo
 

Americhe

Argentina-Uruguay: le cartiere della discordia
La diatriba risale a inizio 2005, si è acuita da dicembre, quando sono iniziati i blocchi stradali, e rischia di avere ripercussioni sul clima politico generale nella regione. Tutto nasce con il via libera dato dall'ex presidente uruguayano Jorge Batlle alla costruzione di due grandi cartiere (di proprietà della finlandese Botnia e della spagnola Ence) sul Río Uruguay, precisamente a Fray Bentos, al confine con l'Argentina. Immediatamente è scattato l'allarme di ambientalisti e popolazione locale - soprattutto sul versante argentino - per i rischi di inquinamento di aria e acqua a causa degli scarti industriali. Nonostante la comune appartenenza al Mercosur e la vicinanza di orientamento politico (progressista) tra i due attuali governi, Argentina e Uruguay hanno scelto lo scontro. A dicembre, appoggiati da Buenos Aires, alcuni ambientalisti hanno bloccato il ponte tra Gualeguaychú e Fray Bentos, nodo strategico per le comunicazioni nella regione. Denunciando la violazione del principio di libera circolazione, Tabaré Vasquez - presidente dell'Uruguay da marzo 2005 - ha chiesto l'intervento dell'Organizzazione degli Stati americani, mentre gli autotrasportatori uruguayani hanno deciso di intraprendere azioni legali. Dal canto suo, il presidente argentino Nestor Kirchner contesta la mancata consultazione prevista dal Trattato del Río Uruguay in caso di interventi sul fiume. Così, dopo una tregua di alcune settimane e dopo che è saltato un incontro tra i due capi di Stato, i blocchi stradali sono ripresi a inizio aprile. E ora c'è chi invoca l'intervento della Corte internazionale di giustizia dell'Aia per dirimere la questione.

È messicano il Paperone d'America latina
Con una fortuna personale di circa 30 miliardi di dollari (6,2 miliardi in più rispetto all'anno precedente), il magnate messicano Carlo Slim Helú - proprietario (tra le altre cose) del colosso delle telecomunicazioni Telmex - si è piazzato al terzo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo nel 2005, secondo la consueta classifica stilata dalla rivista Usa Forbes. I latinoamericani con un patrimonio superiore al miliardo di dollari sono 32. La ricchezza dei 10 più ricchi assomma a 113,7 miliardi di dollari. Sono dati che non possono sorprendere, se si tiene presente che l'America latina è il continente in cui la ricchezza è distribuita in modo più squilibrato: il 10% più ricco della popolazione detiene il 40% delle ricchezze complessive, mentre al 30% più povero spetta solo il 7,5%.

Tremila lingue a rischio, 700 nel Nuovo mondo
Ogni due settimane una lingua scompare dalla faccia della Terra, o perché scompaiono gli stessi gruppi etnici che la usano (è il caso di alcune tribù amazzoniche) o perché questi adottano idiomi più comuni. Con questo ritmo, nei prossimi decenni, metà delle 6mila lingue che oggi si parlano nel mondo sono a rischio di estinzione. La denuncia arriva dall'Unesco in occasione della Giornata internazionale della lingua madre (21 febbraio). Secondo un'indagine dell'Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, l'America latina, ricca di idiomi risalenti all'epoca precolombiana, è il continente più minacciato: in un futuro non lontano potrebbero scomparire 700 lingue. In Africa sono a rischio 200 idiomi, in Asia 80 e in Europa 40. La selezione «naturale» appare accelerata dalle nuove tecnologie: solo l'1% delle lingue esistenti nel mondo è attualmente usate in Internet.

Africa

Nilo, una commissione per l'utilizzo delle acque
I Paesi africani del bacino del Nilo si sono accordati per la creazione di una commissione permanente incaricata di coordinare l'utilizzo delle risorse idriche del fiume. Lo hanno annunciato i rappresentanti di Burundi, Repubblica democratica del Congo, Congo, Egitto, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sudan e Tanzania che, al termine di un intenso dibattito che segue anni di intense trattative, hanno sottoscritto l'accordo del Bacino del Nilo. La commissione, un vero organismo esecutivo in rappresentanza degli Stati membri, avrà sede a Kampala (Uganda). Rientrata negli ultimi anni nell'agenda politica africana, la questione delle acque del Nilo è regolata da un trattato del 1929, rivisto nel 1959 che assegna il diritto a utilizzare l'80% delle acque del fiume all'autorità del governo egiziano, escludendo qualsiasi intervento che possa modificare la portata del corso da parte degli altri Stati. È proprio questo l'aspetto che ha maggiormente irritato gli altri Paesi bagnati dal Nilo o dai suoi molti affluenti. Un primo passo avanti verso una revisione degli accordi del 1929 era stato fatto nel 2005 da Egitto, Etiopia e Sudan, che avevano proposto la creazione di un Parlamento congiunto dei dieci Paesi del bacino del Nilo.

Nigeria: Obasanjo, no al terzo mandato
Il presidente nigeriano, Olesugun Obasanjo, potrebbe non ricandidarsi per un terzo mandato. Lo ha annunciato a marzo nel corso di una visita negli Stati Uniti. In realtà, la costituzione nigeriana prevede che un presidente non possa candidarsi più di due volte, ma nonostante le elezioni presidenziali e legislative si tengano solo il prossimo anno, nel Paese si è già scatenato un dibattito su una eventuale modifica della costituzione che permetterebbe la ricandidatura di Obasanjo. Il presidente però ha smentito la sua volontà di ripresentarsi.

Il liberiano Taylor giudicato a L'Aia
Charles Taylor, l'ex presidente della Liberia accusato di crimini di guerra, sarà giudicato nella sede del Tribunale penale internazionale (Tpi) a L'Aia (Olanda), ma da giudici del Tribunale speciale per la Sierra Leone (che lo hanno messo sotto accusa per il suo ruolo di sostegno ai ribelli durante la guerra che ha sconvolto il Paese dal 1991 al 2001). Il tentativo di fuga dalla Nigeria (dove era stato ospitato dopo la sua destituzione nel 2003) e l'influenza che l'ex presidente ha ancora in Africa occidentale hanno indotto i magistrati a chiedere una sede più sicura per il processo. Il Tpi ha accettato, ma a condizione che fossero i magistrati che stanno lavorando al processo sulla Sierra Leone a occuparsi del caso.

Benin, eletto Yayi Boni: finisce l'era Kerekou
Thomas Yayi Boni è il nuovo presidente del Benin. Al ballottaggio di marzo ha sconfitto Adrien Houngbedji, veterano della politica beninese. Finisce così l'era di Mathieu Kerekou, uno dei politici più longevi dell'Africa, che ha governato ininterrottamente per 33 anni. Yayi Boni, 54 anni, arriva dal mondo delle banche: per molti anni è stato infatti presidente della West african development bank. Appena eletto ha promesso «cambiamenti e prosperità». Il Benin è un Paese politicamente stabile, ma con gravi problemi economici e una corruzione diffusa.

Ciad, scontata la conferma di Deby
Per Idriss Deby le elezioni presidenziali del 3 maggio in Ciad dovrebbero rivelarsi una passeggiata. L'opposizione, riunita nella coalizione Coordinamento dei partiti per la difesa della costituzione, ha infatti deciso di non presentare alcuna candidatura. La tornata elettorale, secondo i membri dell'opposizione, si rivelerà una sorta di «sceneggiata» che «non deve avere luogo». Deby avrà così di fronte solo candidati di scarso rilievo. La sua rielezione dovrebbe quindi essere scontata. Si troverà a governare un Paese che sta vivendo una fase difficile, caratterizzata da povertà diffusa, corruzione, complesse relazioni con il Sudan. Recentemente poi i ribelli dell'Est del Paese, dopo aver tentato un golpe per destituire Deby, si sono arroccati nelle regioni al confine con il Sudan e continuano la guerriglia contro l'esercito ciadiano.

Sudan, molte assenze al vertice della Lega araba
La Lega araba mostra ancora una volta i suoi limiti politici e la sua scarsa efficacia nella risoluzione delle crisi internazionali. Molte sono state, infatti, le assenze registrate a Khartum, dove il 28 marzo si è aperto il 18° vertice, centrato sulle crisi in Iraq e Darfur (Sudan) e sul conflitto palestinese. Tra gli assenti il presidente dell'Iraq (Talabani) e i suoi colleghi di Egitto (Mubarak), Tunisia (Ben Ali), Arabia Saudita (Abdallah bin Abdelaziz) e Marocco (Mohamed VI). Il presidente algerino Bouteflika ha dichiarato che «gli appelli alla sospensione degli aiuti al popolo palestinese sono un'aggressione al suo diritto» a eleggere propri rappresentanti. Sull'Iraq, vari delegati hanno chiesto ai partiti iracheni di rispettare e lavorare per il successo dell'iniziativa della Lega per la riconciliazione nazionale. Quanto alla crisi in Darfur, il segretario generale della Lega Araba, Amr Musa, ha invitato la comunità internazionale a non inviare forze armate in questa regione senza l'approvazione del governo sudanese.


Medio Oriente

Gran Bretagna in Iraq: il dividendo della guerra
Si potrebbe definire il «dividendo della guerra»: le società britanniche hanno fatto una fortuna con il conflitto in Iraq. Almeno un miliardo di sterline (circa un miliardo e mezzo di euro) è il fatturato realizzato da quando (tre anni fa) le forze della coalizione hanno abbattuto il regime di Saddam Hussein. Nell'elenco delle società che hanno fatto affari con l'Iraq del dopoguerra compaiono nomi famosi ma anche sigle che invece preferiscono l'anonimato: ci sono, tra le altre, banche, servizi di sicurezza privati, compagnie petrolifere e studi di architettura. In cima alla lista, il quotidiano britannico Independent cita la società Amec, che ha firmato contratti per 500 milioni di sterline per ripristinare i sistemi elettrici e garantire l'approvvigionamento di elettricità negli ultimi due anni.

La Giordania apre al microcredito
Tre donne giordane hanno ricevuto dalle mani della regina Rania i piccoli prestiti necessari per finanziare nuovi progetti di lavoro. È stata così inaugurata quella che l'agenzia di stampa giordana Petra definisce «la prima banca del mondo arabo» specializzata nel microcredito, definita da alcuni giornali la «banca dei poveri». Alla cerimonia erano presenti anche il ministro del lavoro giordano, Basem Salem, il presidente del consiglio di gestione del Fondo per lo sviluppo Re Abdullah II e il principe saudita Talal ben Abdel Aziz, fratellastro di re Abdullah e presidente del Programma del Golfo arabo per l'organizzazione allo sviluppo delle Nazioni Unite, tutti enti che, insieme a privati, concorrono alla concessione dei prestiti. Si calcola che in Giordania, su una popolazione di cinque milioni e mezzo di abitanti, circa un milione viva sotto la soglia di povertà.


Europa

Macedonia e libertà religiosa: la sfida di Jovan
Tre anni fa il vescovo Jovan decise di ribellarsi alla Chiesa ortodossa macedone e di aderire a quella serba. Le reazioni dell'opinione pubblica furono accese e ben presto la vicenda assunse una connotazione politica. Si profilò una sorta di scisma: Jovan costituì l'arcidiocesi di Ohrid, immediatamente riconosciuta da quella serba. Contro Jovan venne emessa una condanna di cinque anni di reclusione, per incitamento all'odio religioso, appropriazione indebita e abuso di autorità. Il caso varcò i confini macedoni e destò la preoccupazione delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. A marzo la Corte suprema ha ridotto la sentenza e il sacerdote è stato scarcerato. Ora, sotto pressione internazionale, la Macedonia sta per emendare la sua legislazione sulle comunità religiose. Il vescovo Jovan spera che con la nuova legislazione gli sarà possibile vedere riconosciuta ufficialmente la sua diocesi. In alternativa si rivolgerà alla Corte di Strasburgo.

Romania/1 - I crimini del regime
«I Paesi ex comunisti oggi parte dell'Unione europea hanno condannato i regimi comunisti; lo dovrebbe fare anche la Romania, tanto più che i romeni sono stati vittime di un regime di una brutalità estrema. Riteniamo necessario non solo condannare il comunismo, ma anche rendere pubblici gli orrendi crimini commessi». È l'appello, senza precedenti, rivolto da 30 Ong e oltre 300 personalità del mondo culturale romeno al presidente della Repubblica Traian Basescu, a 17 anni dal rovesciamento del regime di Ceausescu. Tra gli atti catalogabili come criminali, l'ascesa al potere dei comunisti nel 1946 con brogli, la messa al bando dei partiti di opposizione, l'abolizione forzata della monarchia, la soppressione fisica dei dissidenti, la repressione della Chiesa ortodossa, la soppressione della libertà di espressione. Basescu non ha ancora preso posizione, mentre il premier Calin Popescu Tariceanu ha creato l'Istituto per l'analisi dei crimini del comunismo, incaricato anche di ricercare i funzionari compromessi con il regime tuttora presenti nelle strutture dello Stato.

Romania/2 - Aids, triste primato
La maggior parte dei bambini europei sieropositivi vive in Romania. Lo si scoprì già all'inizio degli anni '90 quando da alcuni studi emerse che i piccoli sieropositivi romeni rappresentavano il 50% del totale europeo. Le statistiche restano drammatiche. Al 31 dicembre 2005 la Commissione per la prevenzione dell'Aids di Bucarest registrava 9.825 malati di Aids, dei quali 7.263 bambini e adolescenti. Lo scorso anno i deceduti a causa della malattia sono stati 360. La maggior parte dei giovani ha contratto l'infezione alla fine degli anni Ottanta attraverso trasfusioni di sangue eseguite negli ospedali della repubblica socialista. Soprattutto negli orfanotrofi: molti erano infatti i bambini malnutriti sottoposti a trasfusioni. Alla base della drammatica situazione c'è anche un'informazione insufficiente: le autorità comuniste nascosero l'esistenza del virus fino alla fine degli anni Ottanta.

Nuove tensioni nell'ex Urss: scoppia la «guerra del vino»
Dopo la «guerra del gas» è ora scoppiata quella del vino. Le tensioni tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche che hanno voltato le spalle a Mosca conoscono un nuovo, delicato capitolo, che vede protagonista, questa volta, il voluminoso export vinicolo dalla Georgia e dalla Moldavia verso la Russia. Mosca ha infatti decretato un blocco a tempo indeterminato delle importazioni vinicole da questi due Paesi: ufficialmente a motivo dell'eccessiva quantità di ferro e pesticidi contenuti nei vini georgiani e moldavi, di fatto come risposta all'evidente orientamento filo-occidentale dei due vicini. Si tratta di un colpo molto pesante per l'economia di questi Paesi. La Moldavia si regge in gran parte sulla produzione vinicola ed esporta l'85% del suo prodotto in Russia: «Perdiamo almeno 400 milioni di dollari al giorno», ha dichiarato Gheorghi Kozub, presidente dell'Associazione degli esportatori vinicoli moldavi. La Georgia, dal canto suo, esporta in Russia circa l'80% della sua eccellente produzione.


Asia

India e Vietnam, cattolici in crescita
Aumenta in India il numero di cattolici, che ora superano i 17 milioni, pari al 70% dei cristiani del Paese. È quanto emerge dall'Annuario 2005-06 della Chiesa cattolica indiana che registra una crescita dei fedeli del 13% rispetto ai 14,9 milioni rilevati nell'ultimo censimento del 2000 sulle 140 diocesi del Paese. Negli ultimi anni le diocesi indiane sono salite a 155, tra cui tre nate da pochi mesi: quella di Buxar (Bihar), e di quelle di Miao e Itanagar (Arunachal Pradesh). Tuttavia la percentuale dei cattolici sul totale della popolazione indiana rimane stabile intorno all'1,6%. Anche in Vietnam le cifre fornite durante l'ultima Conferenza episcopale evidenziano un aumento dei cattolici: 110mila in più rispetto alla precedente rilevazione (nel complesso i battezzati sono 5,8 milioni). Ma, in rapporto alla popolazione vietnamita, i cattolici restano il 7%, esattamente come nel 1960. Significativa invece la situazione vocazionale: i seminaristi sono tremila, lo stesso numero dei sacerdoti operanti nel Paese.

Troppi incidenti: la Cina chiude le miniere
Il governo cinese accelera l'attuazione del piano per ridurre drasticamente gli incidenti nelle miniere (5.986 vittime solo nel 2005). Il direttore dell'Amministrazione di Stato per la sicurezza nelle miniere di carbone, Zhao Tiechui, ha annunciato la chiusura di tutte le 24mila cave con produzione inferiore alle 30mila tonnellate all'anno entro il 2007, correggendo la tabella di marcia comunicata in precedenza che prevedeva lo stop a quattromila miniere all'anno nel prossimo triennio. Secondo Pechino, la decisione dovrebbe incoraggiare l'incorporazione delle imprese di minori dimensioni, che rappresentano il 70% del totale, da parte di quelle più grandi, dove l'attenzione alla sicurezza dei lavoratori è maggiore. Nei primi tre mesi del 2006, sottolinea l'Amministrazione di Stato, le morti bianche nelle cave di carbone si sono ridotte, scendendo a 161 rispetto alle 413 dello stesso periodo dell'anno scorso, anche se sul dato del 2005 pesa l'esplosione nella miniera di Sunjiawan che ha causato 214 vittime, il più grave incidente degli ultimi sessant'anni in Cina.

Nepal, morti e arresti per lo sciopero contro il re
Quattro giorni di sciopero generale indetti a inizio aprile dai sette partiti di opposizione contro la politica del re nepalese Gyanendra: il bilancio è di 3 morti e 800 manifestanti arrestati, scontri tra studenti e poliziotti e ancora sangue per gli attacchi dei ribelli maoisti. Chiuse le scuole e gli uffici nonostante il coprifuoco imposto dal governo per il rischio di infiltrazioni da parte dei ribelli.
Dopo la tregua durata quattro mesi, gli scontri armati tra l'esercito e la guerriglia maoista, che vuole la fine della monarchia e una riforma agraria, hanno causato oltre 250 morti dall'inizio dell'anno. Le opposizioni, che hanno raggiunto un accordo politico in dodici punti con i ribelli, protestano contro i poteri speciali del re che, a febbraio 2005 ha nominato un governo a lui favorevole e messo poi in carcere diversi capi dei partiti minori.


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