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| Maggio 2006 - Altrisuoni |
Buone parole in salsa
In molti oggi, un po' ovunque, ballano ritmi latinoamericani, che però sarebbe meglio chiamare per lo meno caraibici. Ma ci sarà qualcuno che balla capendo quello che balla? Sarebbe bello, perché alcuni autori sono validi anche per i testi che scrivono. Juan Luis Guerra è del gruppo che sa maneggiare la penna, oltre che le corde, ed è di Santo Domingo, patria indiscussa di merengue e salsa. I suoi pezzi suonano familiari anche a chi ignora l'identità dell'autore e proprio dalla conosciuta hit Visa para un sueño si può partire per valutare il suo merito di paroliere che abborda il tema dell'emigrazione forzata, affermando esplicitamente che la gente si accalca per ottenere il «visto per un sogno» più che per qualche Paese specifico. In un sintagma succinto viene quindi riassunto il dramma delle speranze e delle illusioni (e spesso delusioni) di moltissimi dominicani (e qui davvero si potrebbe estendere usando l'aggettivo latinoamericani). In maniera simile Ojalá que llueva café (lett. «magari piovesse caffè», dal cd omonimo), secondo un registro che sembrerebbe onirico-folcloristico, tocca il problema dello sfruttamento dei piccoli produttori agricoli. Ma il desiderio, utopico e apparentemente irreale del titolo e dell'intero testo, assume un tono più che realista se si pensa a quanto poco guadagna un campesino del Sud e a come condizioni più degne sembrino poter provenire solo da una improbabile tempesta. Entrambi i pezzi citati si possono ascoltare, oltre che nel disco sopra menzionato, in raccolte come Grandes Éxitos. Polo Montanez rappresenta il corrispettivo cubano e rurale di Guerra. Gli stili sono simili anche se Polo aggiunge «son y trova», ai fiati preferisce gli archi e alla batteria le congas e altre percussioni tipicamente afro-caraibiche. I testi di stile guajiro - è così che a Cuba si definisce lo spirito e la gente di campagna - non mancano di qualità, che raggiunge picchi interessanti proprio in immagini e figure retoriche di marcato sapore quotidiano e popolare. In Si fuera mía il cantor celebra la donna che ama e gli sta di fronte confessando di invidiare «il ventilatore e come l'aria la spettina». Con la stessa diretta franchezza Polo parla delle difficoltà della sua carriera completamente self-made. Eccone, ad esempio, un frammento da Canten: «Io ripeto quel detto/ che a Cuba si usa parecchio/ arrivano distanti quelli che sono più indietro, non quelli che sono davanti/ e se ora mi guadagno il pane col sudore della fronte/ un giorno sicuramente mi ascolteranno». Pure in questo caso il testo è più che realistico e suona come la profezia di un artista che se n'è andato troppo presto (in un incidente stradale) e lasciandoci troppo pochi dischi (imperdibili, comunque, Guajiro Natural e Guitarra Mía). Andrea Rigato
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