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| Maggio 2006 - Editoriale |
![]() | Massimo Toschi * Debolezza, via della missione | |
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Si è discusso molto sul piano storiografico in ordine al Concilio Vaticano II e alla sua eredità. Ma se oggi vogliamo trovare i semi di una sua ricezione vigorosa e accrescitiva, dobbiamo guardare più alle giovani Chiese che non alle Chiese dell'Occidente, stanche e dalle ginocchia infiacchite. L'intuizione profetica di Giovanni XXIII sulla Chiesa dei poveri come immagine della Chiesa missionaria è stata sepolta dal gelo dell'inverno in Occidente, mentre in tanti luoghi del Sud del mondo ha prodotto una nuova fecondità del cristianesimo. Basti ricordare la Chiesa algerina, che negli anni '90 ha confessato le fede dentro la crisi islamista, vivendo il dono del martirio non come una rivincita di fronte a chi strumentalizzava l'Islam con la violenza e con il terrore, ma come una consegna, una condivisione di vita e di cuore con il popolo musulmano dell'Algeria. Chi ha potuto conoscere questa Chiesa ha visto la fecondità del Vangelo al cuore dell'Islam, ha incontrato una Chiesa povera e a mani nude, ma sempre lieta nella fede; ha sperimentato la tenerezza del sacramento dell'incontro con i figli di Maometto; ha colto il mistero della missione nella debolezza. Ecco la parola nuova sulla missione, che in qualche modo rovescia la ricerca, talora ossessiva, di mezzi imponenti per portare il Vangelo al mondo, nel paradosso della croce che diventa paradosso della missione. Vivere la missione con altri mezzi che non siano la croce di Cristo significa condannarla al fallimento, anche se può trovare il consenso dei potenti della Terra. Mentre in Occidente la Chiesa cerca il rapporto con il potere come strumento della propria missione, fino a ridurre il Vangelo a religione civile, in tante parti del mondo si scopre la povertà non come impotenza mondana, ma come luogo per vivere con più libertà l'amore al Vangelo, come condizione per rendere visibile il mistero del crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i gentili nel cuore della storia. Alcune di queste Chiese mostrano di saper uscire dal regime di cristianità, che ha appesantito fortemente l'azione missionaria, ponendo al centro il primato della liturgia, l'ascolto adorante della parola di Dio e una presenza evangelica in mezzo agli uomini mite e disarmata. La testimonianza della Chiesa algerina mostra che quando tutto questo è accaduto, essa è divenuta strumento di riconciliazione e di unità per tutti, non solo per i cattolici. Il martirio dei sette monaci di Tibhirine - di cui ricorre il decimo anniversario e a cui Popoli dedica il dossier di questo numero - è il sigillo a questa testimonianza. Il loro martirio è riconosciuto da tutto il popolo algerino, che vede in esso la via del suo futuro, contro ogni tentazione violenta. Il monastero di Tibhirine è oggi icona della missione: è divenuto fecondo quando ha perduto la sua imponenza del passato, e una piccola cappella e il cimitero nel giardino sono divenuti come le lampade di una nuova stagione cristiana, che vuole vedere l'altro nella sua differenza con gli occhi stessi di Dio, non per condannare o escludere, ma per amare e condividere.
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