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  Giugno/Luglio 2006 - Il mondo, i popoli


Un fallimento di nome Fox

Vicente Fox termina i suoi sei anni di presidenza con risultati economici insoddisfacenti e senza significativi passi avanti su temi cruciali come corruzione, narcotraffico, diritti umani. Il 2 luglio si contenderanno la sua poltrona tre candidati: in testa nei sondaggi il candidato della sinistra, Manuel López Obrador. Ma, a sorpresa, dal Chiapas arriva per lui la bocciatura del subcomandante Marcos.

Erano molte le speranze di un cambio (cambiamento) sei anni fa, quando l'ex dirigente della Coca-Cola, Vicente Fox Quesada, del Partito di azione nazionale (Pan), storica formazione della destra tecnocratica e cattolica messicana, pose fine a 71 anni di governo del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), il partito-Stato più longevo al potere nel panorama delle «democrazie occidentali», erede della rivoluzione dei primi del Novecento, ma via via trasformatosi in un apparato clientelare, corrotto e, occasionalmente, persino criminale. Nel 2000, la maggioranza relativa dei messicani gli preferì la destra «modernizzante» che, al solito, meglio era riuscita a farla sognare sulle mirabolanti prospettive aperte dal Trattato di libero commercio con Stati Uniti e Canada (Nafta, North American free trade agreement), entrato in vigore nel 1994.

Oggi, il commento forse più sferzante sui sei anni di Fox è che il presidente uscente ha fatto rimpiangere il Pri... In effetti, il bilancio negativo di questi sei anni di governo Fox pare abbastanza condiviso dai politologi e il giudizio è trasversale ai vari schieramenti.

La politica economica seguita dal Pan si è ispirata alla dottrina neoliberista classica. Grazie al Nafta, il Messico ha triplicato il proprio commercio con Usa e Canada, stipulato una dozzina di altri accordi di libero scambio con oltre una quarantina di Paesi e avviato il cosiddetto Plan Puebla-Panamá, per lo sviluppo dell'asse centroamericano. Tuttavia, la bilancia commerciale è negativa e le previsioni non sono confortanti, nonostante gli aumenti del prezzo del petrolio e il boom delle maquilas, le fabbriche di assemblaggio a capitale straniero che godono di incredibili favori sul piano fiscale, ma che pochi benefici lasciano al Paese in cui operano.

Il reddito pro capite dei messicani è pari a un quarto di quello statunitense. Le disuguaglianze sociali sono stridenti e la distribuzione della ricchezza si è ulteriormente polarizzata a favore dei ricchi. Mai prima d'ora un messicano era arrivato così in alto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, annualmente stilata dalla rivista Forbes: si tratta di Carlos Slim, terzo dopo Bill Gates e Warren Buffett, con una fortuna di 30 miliardi di dollari: 66 anni, figlio di immigrati libanesi, Slim ha fatto il «salto» sotto il governo (1988-94) di Salinas de Gortari, del Pri, quando grazie a una sorprendente disponibilità di capitali comprò la Telmex, l'azienda che oggi controlla quasi interamente il mercato messicano delle telecomunicazioni; recentemente, Slim è entrato anche nel settore televisivo, secondo alcuni con mire elettorali.

Fox ha tentato, invano, di riformare il mercato del lavoro, introducendo maggiore «flessibilità», e pure lo Stato sociale, riducendo sprechi e assistenzialismo. Ma ha dovuto fare i conti con l'opposizione dei sindacati e dei movimenti sociali, nonché del Congresso, in cui il Pan non aveva la maggioranza. Il presidente si era proposto, poi, di combattere seriamente la corruzione e limitare, quanto meno, lo strapotere dei cartelli del narcotraffico. Per quanto riguarda la prima piaga, l'organizzazione Trasparency Internacional, che annualmente stila un rapporto sul tema, assegna al Messico il 65° posto su 159 Stati al mondo, con il magro punteggio di 3,5 su 10. Per quanto riguarda il narcotraffico, nonostante gli sforzi compiuti, fonti statunitensi confermano che il Messico non è soltanto il Paese di transito di gran parte della cocaina destinata al mercato nordamericano, ma è anche tra i principali produttori di marijuana, eroina, metanfetamine e altre droghe sintetiche. Inoltre, il Messico è considerato uno dei principali centri di riciclaggio di denaro «sporco».

Il debito estero, pari a oltre 174 miliardi di dollari, non sembra destare - chissà perché - le preoccupazioni degli analisti; eppure, nei primi anni '80, il Messico aprì la serie delle crisi finanziarie internazionali per l'eccessivo peso del servizio del debito, che ancora oggi drena ingenti risorse. Parimenti, una quota significativa del suo debito interno è detenuto da investitori internazionali.

Altra cocente delusione per Fox è la mancata riforma del sistema fiscale. Le entrate sono rimaste basse, insufficienti a coprire la spesa sociale, peraltro carente nell'istruzione, nella sanità e nella previdenza. Ciò ha conseguenze paradossali sulla politica energetica: il Messico è il quinto produttore di petrolio al mondo e vanta riserve per oltre 33 miliardi di barili. Tuttavia, il deficit fiscale fa sì che il Paese non abbia fondi da investire nella ricerca di nuovi pozzi, né nello sviluppo del settore, con il risultato che deve importare gas naturale e persino la benzina.

L'inflazione è rimasta sotto controllo, ma la crescita economica è stata assai inferiore alle aspettative. Così come la creazione di posti di lavoro: in cinque anni, ne sono stati creati meno della quota annuale promessa e si tratta in gran parte di lavori temporanei. In questo contesto, le cifre ufficiali sulla disoccupazione non rendono conto delle dimensioni del settore «informale» dell'economia, grazie al quale molti messicani sopravvivono.

Ma la vera valvola di sfogo è stata l'emigrazione: circa 400mila messicani all'anno hanno preso la via del Nord. Sono 11 milioni i messicani che oggi risiedono negli Stati Uniti, e sarebbero messicani metà degli «illegali» che vivono nel Paese a stelle e strisce. Nel 2005, le rimesse familiari hanno sfiorato i 20 miliardi di dollari.

Con l'emigrazione, sono aumentate anche le morti di indocumentados, che a volte affrontano le più terribili avventure pur di arrivare a destinazione. In questo contesto, la contrastata decisione di Washington di varare una legislazione più restrittiva nei confronti degli stranieri «illegali» - mentre scriviamo, non ancora ratificata dal Senato statunitense - e la proposta di estendere il muro che già corre lungo buona parte della frontiera fra i due Paesi, hanno suscitato le proteste dei latinos negli Usa, della Chiesa cattolica e dello stesso Fox, che ne ha discusso con i presidenti di Stati Uniti e Canada nel vertice di Cancan, a marzo: incontro che forse peggio non poteva sottolineare l'uscita di scena di Fox e, con lui, il venir meno dei sogni di un'integrazione più umana e meno mercantile.

Gran parte di queste problematiche restano, tuttavia, sullo sfondo nell'attuale campagna elettorale. A fronteggiarsi sono principalmente tre candidati.

Il Pan lancia Felipe Calderón Hinojosa, che ha sconfitto nelle primarie dello scorso ottobre il favorito di Fox, Santiago Creel. Calderón si presenta come un moderato, in grado di attrarre il voto cattolico e, anche se appare meno rigido del presidente uscente, assicura continuità e stabilità macroeconomica. Sul piano politico, memore delle difficoltà sperimentate dall'attuale governo, ha adombrato la possibilità di un governo di coalizione. Con chi? Dipenderà dall'esito elettorale.

Dal canto suo, il Pri candida Roberto Madrazo Pintado, ex governatore dello Stato di Tabasco. La sua scelta è stata assai contrastata da una parte della dirigenza del Pri. Per guadagnare nuovi consensi Madrazo ha rotto con l'ala del partito su posizioni più nazionalistiche. Anche per questo, è considerato un pragmatico più che un ideologo. Bisognerà, però, vedere fino a che punto l'apparato del partito lo appoggerà. Il Pri ha reagito alla sconfitta di sei anni fa e non è certo uscito di scena. Nelle elezioni locali degli ultimi anni ha, anzi, raccolto importanti successi, tanto che oggi governa in più della metà degli Stati messicani. In questo senso, il Pri resta l'unico partito davvero «nazionale». Anche se i messicani non sembrano illudersi sulla sua natura, da molti è oggi visto come il «male minore» rispetto al Pan e, comunque, alternativo al centro-sinistra. Appoggia la candidatura di Madrazo anche il Partito verde ecologista messicano.

Il Partito della rivoluzione democratica (Prd), appoggiato dal Partito del lavoro e dalla Convergenza, candida l'ex sindaco della capitale federale Andrés Manuel López Obrador, 53 anni, popolarmente noto con l'acronimo Amlo, secondo la mania centroamericana per le sigle. Questi ha lasciato, ai più, un buon ricordo della sua amministrazione e, fra il 2004 e il 2005, ha resistito a grossolani quanto pretestuosi tentativi di desafuero (impeachment), per impedirgli di candidarsi. Il Prd è il partito meno organizzato sul piano nazionale, ma è forte a Ciudad de México e nel sud del Paese. A fine aprile i sondaggi davano López Obrador in leggero vantaggio su Calderón, in recupero; più staccato Madrazo.

Spina nel fianco dell'ex sindaco è il subcomandante Marcos, secondo il quale Amlo sarebbe «la mano sinistra della destra». Gli zapatisti ricordano il suo passato nel Pri e gli rimproverano i legami attuali con personaggi corrotti della vecchia oligarchia. Di qui la chiusura di Marcos a ogni ipotesi di «voto utile» per il Prd e l'avvio di un'«Altra campagna», in qualche modo opportunisticamente favorita dal Pan, che dal basso punta a riarticolare l'opposizione sociale ed estendere nel resto del Paese le alleanze del movimento zapatista, ancora molto concentrato nel Chiapas.

Marco Cantarelli


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