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| Giugno/Luglio 2006 - Orizzonti della fede |
Rom È tempo di una Chiesa «zingara» L'intolleranza nei confronti dei rom, la minoranza etnica più numerosa d'Europa, è uno dei problemi sociali più urgenti nel Vecchio continente. Nemmeno i cattolici ne sono immuni. Non a caso, un recente documento del Pontificio consiglio per i migranti invita i fedeli all'accoglienza verso rom e sinti, la cui diversità è un dirittoche deriva da Dio. A Praga, mons. Hucko chiede un impegno diretto dei sacerdoti verso i rom e invita la Chiesa a farsi «zingara tra gli zingari». «Dio punisce tutti, ma uno zingaro più del doppio». Il detto rom riassume il destino collettivo di questo popolo o, almeno, come esso lo vede. Uno sguardo al passato e al presente dei cosiddetti «zingari» legittima questo pessimismo: pur essendo la minoranza etnica più numerosa d'Europa, con circa 15 milioni di persone, i rom sono vittime di ingiustizie antiche che nascono dalla intolleranza. Le enormi violazioni ai loro diritti si collocano tra i problemi sociali più urgenti del Vecchio continente: attacchi razzisti, segregazione nelle scuole, discriminazioni nascoste nell'accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, come anche nel lavoro. I rom sono presenti in ogni parte del continente, ma le comunità più numerose vivono tradizionalmente nei Paesi dell'Europa centrale e orientale, alcuni dei quali sono entrati a far parte dell'Unione Europea nel 2004. Per quanto la loro condizione sia un po' migliorata con l'ingresso nell'Ue, la maggior parte dei rom vive ancora isolata in ghetti, mondi separati dai «bianchi» accanto ai quali hanno vissuto per secoli. Il muro del pregiudizio che li esclude - una condizione non solo metaforica, ma fatta di mattoni e cemento in alcune città - percorre le stesse istituzioni della società. Nemmeno la Chiesa cattolica ne è immune. Il Pontificio consiglio per i migranti e i popoli itineranti lo ha implicitamente riconosciuto all'inizio del 2006, indicando le linee-guida per la pastorale dei rom. Il documento vaticano sottolinea che solo «qualche comunità è aperta all'accoglienza dei rom, ancora troppo poche per permettere loro di scoprire il volto materno della Chiesa». Al riconoscimento di questi continui «segni di rifiuto» è seguita un'inequivocabile esortazione a tutti i credenti, affinché cambino i loro comportamenti e siano accoglienti verso i rom: «Non c'è posto per l'emarginazione» nel regno di Dio, è scritto nel documento. Mons. Ladislav Hucko è un vescovo che vive a Praga, dove è responsabile della pastorale per i rom. Pur definendo le linee-guida del Vaticano indicazioni «preziose», ammette che, sinora, le iniziative pastorali intraprese part-time da alcuni sacerdoti, non hanno raggiunto nemmeno qualche centinaio di rom, mentre nella Repubblica Ceca sono tra i 200 e i 300mila. Eppure i rom, per usare le parole del documento vaticano, «sono una popolazione, che a dispetto di ogni cosa, anela costantemente all'incontro con Dio». Sono innumerevoli le ragioni per le quali la Chiesa sta fallendo nel raggiungere queste persone: la prima è che i cattolici stessi si comportano con diffidenza nei confronti di questa minoranza. «Non è la Chiesa che li rifiuta - spiega monsignor Hucko - sono gli stessi fedeli. Ci sono pregiudizi: rubano, non si lavano. La gente non è pronta a superarli. Anche alcuni sacerdoti sono meno aperti di altri. Dobbiamo cercare di aprirci a loro il più possibile». La cultura rom è spesso rifiutata in blocco, in questo modo molte delle loro qualità non vengono apprezzate. «I rom esprimono i sentimenti più profondi attraverso l'unicità della loro musica, l'ho ascoltata nei loro pellegrinaggi - racconta mons. Hucko -. Hanno bisogno di cantare e di suonare i loro strumenti musicali, ma questo raramente può essere fatto nelle nostre chiese. È necessaria una liturgia appropriata». Le linee-guida del Vaticano vanno al cuore del problema, dicendo che i rom posseggono un diritto dato da Dio alla propria unicità e al reale rispetto per la loro diversità. Questo può essere raggiunto attraverso progetti pastorali mirati, «caratterizzati dalla condivisione e dall'amicizia», che incoraggino le popolazioni rom a condividere le loro qualità e ad arricchire la Chiesa. Ma tali affermazioni suonano vuote di fronte alla realtà, dove l'assimilazione - la spinta a rendere rom e sinti conformi alle pratiche della maggioranza - tende a essere dominante. «Siamo ancora lontani dall'integrazione - dice ancora mons. Hucko -. L'assimilazione, che è l'opzione più comoda, è sempre più popolare, ma è fonte di impoverimento». Frantisek Lizna, un sacerdote gesuita che per anni è stato accanto ai rom, sostiene che essi frequentano raramente la chiesa perché non si sentono accolti. Attribuisce la colpa per il loro status di reietti in parte ai precedenti governi comunisti del Paese, che guardavano ai rom con il massimo spregio a causa della loro resistenza all'assimilazione. «In 40 anni di comunismo, le persone sono state obbligate a essere tutte uguali - afferma padre Lizna -. Grazie a questa eredità, la maggior parte dei cittadini cechi rifiuta di accettare chi è diverso. I rom continueranno sempre a premere contro queste barriere presenti nella mentalità della popolazione». La storia dei rom è costellata di attacchi alla loro identità e al loro modo di vivere, soprattutto nel corso del XX secolo, quando la volontà di cancellarli ha raggiunto nuove vette. Oltre agli ebrei, i rom erano l'unica altra «razza» che i nazisti volevano sterminare. Meno del 10% dei rom che vivevano in Cecoslovacchia prima della guerra è sopravvissuto. Al termine del conflitto, i comunisti decisero che i rom dovevano insediarsi stabilmente. Nell'allora Cecoslovacchia le comunità sono state però sradicate dai loro tradizionali villaggi per essere impiegate come forza lavoro nelle aree industrializzate e «imparare» a vivere in società. I rom e i sinti negli edifici di cemento erano come pesci fuor d'acqua. La casa loro assegnata era così estranea alla loro cultura che alcuni scappavano in preda al panico quando sentivano l'acqua scorrere negli impianti di riscaldamento: pensavano infatti che l'appartamento fosse abitato da fantasmi. I tentativi spietati di trasformare la vita dei rom sono falliti, ma hanno comunque assestato loro un duro colpo. Per quanto conservino un'identità distinta, oggi sono un popolo disperso e frammentato. Le comunità sono colpite dal problema dei maltrattamenti familiari e da una disoccupazione alle stelle. Molti vivono degli aiuti di Stato o si rifugiano nel crimine (droga, furti, prostituzione) alimentando i pregiudizi in un classico circolo vizioso. Quelli che cercano di migliorare la propria condizione sono spesso ostacolati. Benché un numero crescente stia cercando di opporsi a questa fatalità, trovando un lavoro dignitoso o frequentando l'università, la maggior parte è ancora condannata all'esclusione nei ghetti. Padre Frantisek crede fermamente che la Chiesa debba destinare dei sacerdoti alla loro cura. «Questa è la mia proposta: andare a vivere in un ghetto per alcuni anni, individuare le necessità dei rom e le nostre risposte». L'idea che questa iniziativa possa portare frutto nasce vedendo il successo delle sette che fanno proselitismo nei ghetti. Tuttavia, è deludente, secondo il gesuita, osservare lo scarso entusiasmo dei superiori di fronte a questa proposta. Pochi sacerdoti condividono questo suo sogno: tra questi padre Jaroslav Nemec, un salesiano che ha diretto un centro giovanile nella città di Ostrava frequentato soprattutto da giovani rom. Ma padre Lizna avverte: non può essere una missione per una sola persona. «Non si può andare da soli, bisogna lavorare in équipe. Altrimenti si viene sovrastati dall'ampiezza dei problemi». Una considerazione che ha trovato eco anche nel documento della Santa Sede: «È fondamentale che gli operatori pastorali si inseriscano completamente nello stile di vita rom, condividendone le condizioni. Quello che la Chiesa richiede a coloro che lavorano in terra di missione è attuabile in modo speciale anche da questi operatori». Gli operatori pastorali che si immergono nella cultura rom sono chiamati a un'attività più ampia dell'evangelizzazione. Il loro è un vero e proprio lavoro per la giustizia e per lo sviluppo, al fine di permettere ai rom di sfruttare le loro potenzialità. A questo proposito, le linee-guida del Vaticano ritengono l'istruzione un elemento «indispensabile» per una qualità della vita dignitosa. Nella Repubblica Ceca, anche se la situazione è in via di miglioramento, le pari opportunità nell'istruzione per i rom sono ancora lontane dal realizzarsi. Secondo un rapporto Ue del 2004, circa il 75% dei bambini della scuola elementare è stato in scuole speciali di sostegno per disabili mentali. «Il problema principale con cui abbiamo a che fare è la mancanza di istruzione - afferma Jana Zatlovkslova, responsabile dei programmi della Caritas nella diocesi di Olomouc -. Cerchiamo di aiutare i bambini attraverso corsi prescolari, attività extrascolastiche come la danza e lo sport, insegnando loro alcune "norme" per favorirne l'integrazione». Diffondere la consapevolezza tra i rom sugli standard di comportamento accettati come «legali» è una delle raccomandazioni presenti anche nel documento vaticano che insistono sull'«onestà», dicendo che vanno abbandonate le attività illegali o paralegali. «Tuttavia questo compito è delicato - spiega Jana - perché noi vogliamo stabilire limiti precisi, ma dobbiamo essere attenti a non ferirli». La sfida cruciale è costruire relazioni basate sul rispetto e la fiducia reciproci. «Il nostro sforzo principale con i giovani è stato anzitutto quello di essere accettati - ricorda padre Jaroslav -. I rom hanno paura e non si fidano facilmente. Spesso, tutti i "bianchi" che conoscevano alzavano la voce con loro». Ma gli sforzi hanno pagato. «Il centro giovanile è stato un lavoro difficile, ma ora capisco che è stato fecondo. Non si vedono immediatamente i risultati: le cose migliorano poco a poco. Penso che i ragazzi di cui mi sono occupato siano migliorati e ora sono felice che i loro figli vengano al centro». È possibile dunque rompere il muro dell'esclusione e costruire qualcosa di nuovo. Ma è necessario un impegno sincero, unito alla sensibilità di bilanciare il rispetto per la diversità dei rom con la loro integrazione. Le linee-guida indicate nel documento vaticano lo sintetizzano perfettamente: «La Chiesa stessa deve diventare, in un certo senso, "zingara" tra gli "zingari", così che essi possano prendere parte pienamente alla vita della Chiesa». È chiaro che c'è ancora molto da fare perché le linee-guida diventino realtà. Ma il fatto che siano state scritte è un passo avanti, perché sollecitano un'azione pastorale per rispondere alle ingiustizie e ai bisogni di un popolo a lungo perseguitato. Danielle Vella |
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