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  Giugno/Luglio 2006 - Cosmorama

Focus
 

Americhe
Dietro la crisi del Mercosur

Il processo di integrazione latinoamericano subisce una battuta di arresto, effetto di una serie di fattori convergenti. Sullo sfondo vi è la crescente rivalità tra Lula e Hugo Chávez, presidenti rispettivamente di Brasile e Venezuela: il leader del colosso sudamericano ha visto progressivamente erodere la propria leadership regionale a vantaggio dell'ex paracadutista. Nemico numero uno di Caracas sono gli Stati Uniti e gli accordi di libero scambio che Bush - tramontato il progetto di un unico, immenso mercato comune continentale - sta portando avanti a livello bilaterale. Così Chávez ha annunciato la prossima uscita dal Can (Comunidad Andina de Naciones, altro accordo regionale), accusando di «bigamia» alcuni suoi membri - Colombia e Perù - che hanno dato ascolto alle sirene nordamericane. Il presidente venezuelano ha anche ripetutamente criticato il Mercosur (unione doganale e commerciale che riunisce, seppure con modalità di adesione diverse, quasi tutti i Paesi sudamericani), sostenendo che è necessario rimettere al centro le questioni sociali anziché quelle economiche. Ma è proprio una ragione economica a spiegare l'incontrastato protagonismo di Chávez: la crisi energetica mondiale ha messo infatti il Venezuela, quarto produttore di petrolio al mondo, in una posizione di potere mai conosciuta. Lula ha giocato invece, durante tutta la sua presidenza, la carta del moderatismo, evitando strappi con gli Usa, rassicurando istituzioni finanziarie e investitori, ma anche spendendosi nella continua ricerca di mediazioni in ambito continentale. Come ha recentemente dichiarato un consigliere del presidente, con evidente riferimento al Venezuela, «il Brasile non è "anti" nessuno, noi siamo "per"». Per questo Lula non ha gradito la nazionalizzazione del gas boliviano (vedi pagina precedente), decisa contro gli interessi di vari componenti del Mercosur (tra cui lo stesso Brasile). A minacciare ulteriormente l'integrazione, infine, la «guerra delle cartiere» tra due membri dell'unione commerciale, Argentina e Uruguay: l'irrisolta querelle riguarda la costruzione di alcune cartiere al confine tra i due Paesi, voluta da Montevideo ma sgradita a Buenos Aires.

Stefano Femminis

Africa
In Congo si voterà il 30 luglio

Tutto rinviato. Ancora una volta. La Commissione elettorale indipendente della Repubblica Democratica del Congo ha spostato le elezioni presidenziali e legislative dal 30 giugno (come previsto dagli accordi di pace) al 30 luglio (ma non è stata fissata una data per il secondo turno né per le elezioni amministrative). Questo è il secondo rinvio, dopo quello di 12 mesi deciso lo scorso anno. La Commissione ha deciso lo spostamento perché non sarebbero ancora stati risolti i problemi organizzativi legati alla tornata elettorale. Problemi enormi, in un Paese grande quanto l'Europa occidentale e nel quale le infrastrutture viarie sono poche e in cattivo stato e la comunicazione tra le regioni è difficilissima. La Chiesa congolese ha reagito duramente alla notizia del rinvio. Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, presidente della Conferenza episcopale congolese, ha criticato «l'unilateralità delle scelte della commissione elettorale». Ha inoltre invitato a creare un «gruppo di monitoraggio delle elezioni» e ha esortato le «forze vive della nazione» ad aprire un dialogo in particolare su temi delicati come il prolungamento delle istituzioni di transizione. Di diverso avviso i responsabili delle Nazioni Unite. Jean-Tobie Okala, portavoce della missione Onu, si è felicitato per la pubblicazione del calendario elettorale. «Il processo elettorale - ha detto - è oggi più che mai irreversibile. Auspichiamo che questo scrutinio si svolga in uno spirito sereno e che i protagonisti della tornata elettorale si astengano da ogni azione volta a escludere, intimidire o creare disagi».
Intanto però in alcune regioni del Paese continuano le tensioni. Soldati dell'esercito ugandese e miliziani dell'Esercito di liberazione del Sudan continuerebbero in territorio congolese la caccia ai ribelli ugandesi dell'Esercito di resistenza del Signore rifugiatisi nel Parco nazionale di Garamba. Ribelli ruandesi invece continuano a imperversare nel Nord Kivu, contrastati dall'esercito congolese sostenuto dai caschi blu della missione Onu. La presenza di questi gruppi armati crea instabilità e continue violazioni dei diritti umani, soprattutto della popolazione civile.

Enrico Casale

Medio Oriente
Turchia, nuova legge in chiave anti-curda?

La Turchia intende dare un giro di vite legislativo per reprimere l'annosa e tormentata questione curda. Il governo Erdogan ha infatti presentato un progetto di legge al Parlamento per riformare la legge antiterrorismo e facilitare la repressione della guerriglia curda del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Il progetto mira a colpire specialmente coloro che condividono e sostengono le idee politiche alla base della guerriglia. Sono previste pene detentive aggravate per chi abbia relazioni con il «terrorismo» e diffonda le idee del Pkk. La semplice esposizione di bandiere curde o la proclamazione di slogan a viso coperto comporterà, secondo il progetto di legge, tre anni di carcere. Polizia ed esercito sono autorizzati a fare un «uso appropriato» delle armi da fuoco contro chi violi queste disposizioni. Contribuire con somme di denaro all'organizzazione comporterà cinque anni di carcere, che salgono a sette se si è un impiegato pubblico o un sindaco. Le persone sospette arrestate per «terrorismo» non potranno avere l'assistenza di un avvocato per 24 ore.
In realtà, il progetto di legge, se approvato, non farebbe che legittimare una pratica già in atto. Durante le più recenti manifestazioni di protesta, tra fine marzo e inizio aprile, le forze turche hanno ucciso almeno dieci manifestanti a Diyarbakir. Secondo il ministro degli Esteri e vice primo ministro, Abdullah Gul, le nuove misure non modificherebbero le libertà individuali dei cittadini ma, al contrario, aumenterebbero le possibilità di ingresso della Turchia nell'Unione Europea, perché «lottare contro il terrorismo rafforza la democrazia turca».
La stampa turca ha criticato il progetto, sottolineando come molti comportamenti definiti «terroristi» potrebbero essere utilizzati in modo scorretto e strumentale. Il quotidiano Cumhuriyet ha dedicato la prima pagina alle critiche di questa proposta. Il ministro della giustizia, Cemil Cicek, ha replicato parlando di «necessità di sicurezza» e di «libertà».

Federico Tagliaferri

Europa
Repubblica Ceca, cervelli in fuga

Oltre 30mila professionisti hanno lasciato la Repubblica Ceca dal giugno 2004, subito dopo l'adesione del Paese all'Unione Europea. La fuga di cervelli verso l'Occidente, già molto diffusa nell'ex Cecoslovacchia durante il comunismo, continua dunque anche oggi, pur con motivazioni diverse: se all'epoca del regime si lasciava il Paese principalmente per ragioni di dissenso politico, oggi i cechi lo fanno per cercare opportunità di lavoro più remunerative. Negli anni '70, circa 700mila cittadini - tra cui artisti, scienziati e uomini di cultura, come il regista Milos Forman e lo scrittore Milan Kundera - fuggirono per sottrarsi alla dittatura comunista, mentre oggi la prospettiva che induce le nuove generazioni a partire è la possibilità di guadagnare all'estero almeno il triplo dello stipendio che ricevono in patria. Oltre a questo si punta anche a una maggior qualificazione professionale, all'accrescimento di esperienze e a perfezionare le conoscenze linguistiche.
Nelle università ceche oggi studiano circa 80mila giovani, un decimo dei quali - secondo una recente analisi curata dall'Istituto di ricerca del ministero del Lavoro e degli Affari sociali ceco - lascerà il Paese entro i prossimi cinque anni. I due terzi dei potenziali emigranti cechi sono giovani con meno di 30 anni e non sono sposati. La maggior parte di loro è specializzata in ambito tecnico o medico-sanitario e, pur partendo con l'intenzione di rientrare in patria nel futuro, di fatto finiranno con lo stabilirsi permanentemente all'estero, anche perché la Repubblica Ceca non è in grado, al momento, di valorizzare le esperienze e il know how acquisiti fuori dai confini nazionali.
Il paradosso è che, mentre da un lato il Paese perde le sue forze professionali migliori, dall'altro ha un'economia sempre più dipendente da manodopera straniera, proveniente anzitutto dall'Ucraina. Oggi infatti lavorano in modo legale in Repubblica Ceca 150 mila stranieri, ma alcune ricerche che comprendono anche gli illegali riferiscono numeri molto più alti.

Giovanni Ruggeri

Asia
Nepal, primo passo verso la nuova costituzione

Con una decisione all'unanimità da parte della Camera dei rappresentanti, avvenuta a fine aprile, il Nepal ha compiuto il primo passo verso il ritorno a un sistema democratico, dopo la svolta assolutista da parte del re Gyanendra iniziata nel 2002 con lo scioglimento del parlamento e culminata nel febbraio 2005 con l'assunzione dei pieni poteri. La Camera dei rappresentanti, ricostituita sotto le pressioni della popolazione che ha dato vita a 19 giorni di sciopero in aprile, ha approvato una risoluzione per l'elezione di una Assemblea costituente: la storica decisione di elaborare una nuova carta ha ottenuto il consenso non solo della coalizione di opposizione al re, ma anche dei partiti filo-monarchici. La Costituzione, che sostituirà quella del 1990, dovrà disegnare il nuovo profilo istituzionale del Nepal, ponendo argini alla possibilità di altri colpi di mano dittatoriali e decidendo le sorti della monarchia. Il sovrano, dopo le proteste che hanno causato 16 morti e 5mila feriti negli scontri tra i manifestanti e l'esercito, ha restituito il potere esecutivo a un governo provvisorio guidato da Girja Prasad Koirala, l'84enne leader del partito Nepali Congress. A lui e ai sette ministri del nuovo gabinetto spetterà il compito di ricondurre entro il sistema democratico i ribelli maoisti, il movimento di guerriglia che nel 1996 ha iniziato un conflitto con oltre 13mila morti per rovesciare la monarchia e attuare una riforma agraria. Alla tregua di tre mesi annunciata dai ribelli a fine aprile, il governo ha risposto con un cessate-il-fuoco a tempo indeterminato e con la disponibilità a rilasciare i comandanti maoisti tuttora in carcere qualora il movimento fosse pronto a trattative serie con l'esecutivo. Ma la rinascita del Nepal non dovrà essere solo politica e istituzionale: l'economia è prevalentemente agricola, il reddito pro capite annuo è di 250 dollari e il governo ha chiesto alla comunità internazionale un aiuto per raccogliere 1,2 miliardi di dollari necessari alla ricostruzione del Paese dopo dieci anni di scontri. Secondo il Dipartimento per la promozione del lavoro, tra luglio 2005 e aprile 2006 sono emigrati oltre 130mila nepalesi, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Andrea Fontana

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