Notizie dal mondo
Americhe
Il gas ai boliviani: la svolta di Evo Con il decreto n. 28.701, il 1° maggio il neopresidente boliviano Evo Morales ha nazionalizzato gli idrocarburi, in particolare il gas metano, una delle poche risorse del più povero Paese sudamericano. Abituati a una classe politica le cui promesse elettorali svaniscono il giorno dopo la vittoria, i cittadini boliviani sono rimasti (positivamente) spiazzati dalla rapidità con cui Morales ha concretizzato il suo impegno. Meno entusiaste le imprese straniere che negli ultimi decenni hanno goduto di un'ampia libertà di sfruttamento, con royalties poco più che simboliche: in particolare Petrobras (Brasile), Repsol (Spagna), British Gas (Gran Bretagna) e TotalElFina (Francia). Non a caso, gli introiti per lo sfruttamento del gas rappresentavano sinora solo il 15% del Pil boliviano, sebbene il Paese andino possegga riserve per 1.550 miliardi di metri cubi, seconde in America Latina solo a quelle del Venezuela. I boliviani vedono così accolta una richiesta già espressa nel referendum dell'agosto 2004 ma ignorata dai due predecessori di Morales, costretti alle dimissioni dalle proteste popolari. Peraltro non mancano, nel provvedimento, aspetti ambigui: c'è ad esempio chi annuncia la fuga dei tecnici stranieri, e la conseguente paralisi nelle estrazioni, chi, più in generale, teme un pericoloso isolamento internazionale.
Perú al ballottaggio, futuro incerto C'è voluto quasi un mese per conoscere il nome dello sfidante di Ollanta Humala nel ballottaggio per le elezioni presidenziali in Perù del 4 giugno. Dopo minuziosi controlli delle schede contestate del primo turno (9 aprile), l'ha spuntata Alan García, del Partido Aprista Peruano, di ispirazione socialdemocratica, che ha sopravanzato per soli 64.434 voti la candidata conservatrice Lourdes Flores Nano. Sarà dunque l'ex-presidente (1985-1990) a sfidare la vera sorpresa di queste elezioni: Ollanta Humala, dell'Unión por el Perú, che ha conquistato il 30,6% dei voti. Comunque finisca il duello, il futuro del Perú appare denso di nubi: Humala è il tipico candidato anti-sistema, un mix di nazionalismo e populismo, non privo di qualche venatura razzista e senza ricette credibili per risollevare il Paese; il suo modello è Hugo Chavez, presidente del Venezuela e leader dal peso crescente a livello continentale, ma Lima non può fondare le sue strategie sui pozzi petroliferi di cui è ricca invece Caracas. Dal canto suo, García (favorito nei sondaggi) è ricordato da molti come un presidente disastroso, promotore di una politica che aprì la strada alla dittatura di Alberto Fujimori.
Stati Uniti 2006, lo spettro della fame Secondo un'indagine sulla povertà svolta in 24 città e curata dalla Conferenza dei sindaci statunitensi, nella principale potenza economica mondiale la carenza di cibo e l'insicurezza alimentare sono in rapida crescita. L'incremento è segnalato, ad esempio, dal dato sulle richieste di aiuto a mense o enti simili, aumentate del 12% in un anno. Il numero di persone colpite dalla fame ammonterebbe a 38 milioni (su una popolazione complessiva di circa 300 milioni). Si tratta sia di situazioni di emergenza sia, sempre più spesso, di problemi cronici: persone con basso (o nessun) reddito si trovano di fronte a drammatiche scelte su come utilizzare le scarse risorse finanziarie. Tra spese per l'abitazione, cure mediche e cibo, spesso è quest'ultima la voce maggiormente sacrificata nei bilanci familiari. Nel commentare questi dati, America, quindicinale dei gesuiti Usa, contesta la proposta del presidente Bush di tagliare, nel budget 2007, i fondi per i programmi federali di assistenza.
Africa
Zimbabwe, la terra torna ai bianchi? Sulla riforma agraria, il governo zimbabwiano di Robert Mugabe fa marcia indietro. Le terre che sono state espropriate ai coltivatori bianchi potrebbero essere loro restituite. Lo ha annunciato il ministro dell'Agricoltura, Joseph Made. La riforma agraria, varata nel 2000 per correggere le ingiustizie ereditate dal colonialismo britannico, è sostanzialmente fallita. Su 4.500 farmer bianchi, quattromila sono stati espropriati delle fattorie. Quello che era un settore modello, fonte di entrate in valuta, ha iniziato da allora a perdere colpi. La produzione è progressivamente crollata. Molti bianchi sono fuggiti nei Paesi vicini. Ora il governo cerca di correre ai ripari annunciando una ridistribuzione della terra che non riguarderà solo i contadini neri, ma anche i bianchi (in passato non era possibile). Il ministro ha dichiarato che l'esecutivo non ha fatto alcun passo indietro nella sua politica agraria. Nei fatti, però, si sta cercando di recuperare il terreno perso.
Carestia in Africa, tsunami silenzioso Uno «tsunami silenzioso»: così Kjell Magne Bondevik, inviato speciale dell'Onu per le questioni umanitarie, ha definito la carestia che sta investendo l'Africa orientale (cfr Popoli, n. 4/2006). «L'interesse dell'opinione pubblica rispetto a questa tragedia è scarso - ha detto Bondevik - perché l'impatto della siccità è graduale. Ma sono circa 15 milioni le persone che rischiano di morire di fame e sete in Somalia, Kenya, Gibuti, Etiopia, Eritrea, Burundi e Tanzania». Gli aiuti non sono ancora arrivati in quantità sufficiente. E anche le piogge che sono cadute a marzo e aprile non hanno migliorato la situazione, anzi, in alcune zone, l'hanno peggiorata. Nel Nord del Kenya e nella regione di Mogadiscio (Somalia) l'intensità delle precipitazioni ha infatti distrutto centinaia di case e migliaia di animali sono annegati.
Darfur, è intesa tra ribelli e governo Il 5 maggio i rappresentanti del governo sudanese e quelli dell'Esercito di liberazione del Sudan (ma non i ribelli del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza) hanno raggiunto un accordo per portare la pace in Darfur, la martoriata regione occidentale nella quale da anni si scontrano le milizie filoarabe janjaweed e i ribelli locali (scontri che hanno causato migliaia di vittime e due milioni di profughi). L'intesa prevede, secondo un rigido calendario, il disarmo delle milizie janjaweed seguito dal disarmo dei ribelli locali. L'accordo stabilisce poi la creazione di zone cuscinetto intorno ai campi profughi e corridoi di assistenza umanitaria nei quali non sarà consentito l'accesso ai miliziani. Ai ribelli sarà affidata la quarta carica dello Stato, quella di «assistente principale del presidente». Gli abitanti del Darfur potranno poi scegliere, con un referendum che si dovrà tenere entro il 2010, la trasformazione della regione in un'unica entità amministrativa (oggi è divisa in tre province).
L'Egitto prolunga lo stato d'emergenza Una settimana dopo gli attentati di Dahab (24 aprile, 18 morti), il parlamento egiziano ha prorogato per due anni le leggi di emergenza in nome della lotta contro il terrorismo, un regime eccezionale in vigore fin dai tempi dell'assassinio del presidente Sadat nel 1981. La legislazione di emergenza limita le libertà civili, consentendo arresti arbitrari. Secondo le organizzazioni in difesa dei diritti dell'uomo, oltre diecimila persone sarebbero detenute senza processo. Fortemente criticata da tutta l'opposizione, che reclama la sua abrogazione, la legge di emergenza è servita soprattutto, nel corso degli ultimi 25 anni, a soffocare ogni forma di contestazione politica e sociale. Al momento della campagna per le presidenziali del settembre 2005, il presidente Mubarak si era impegnato, per la prima volta, a sostituire lo stato d'emergenza con una nuova legislazione antiterrorismo.
Medio Oriente
Israele, sì alla costruzione di un nuovo tratto del muro Via libera della Corte suprema israeliana alla costruzione di un nuovo tratto della «barriera di sicurezza» attorno a Gerusalemme. Secondo il quotidiano Haaretz, il nuovo «muro» sarà vicino ai villaggi palestinesi di Bir Naballah, Beit Hanina, Al Jib, Jedira, Qalandiyah e A-Ram. I ricorsi dei residenti, che si erano appellati alla Corte, sono stati respinti. Il governo israeliano sostiene che la barriera è necessaria per impedire l'infiltrazione di «terroristi», mentre i palestinesi la denunciano definendola un «muro dell'apartheid». In diversi punti passa nel territorio palestinese, una circostanza che anche la Corte di giustizia dell'Aja ha definito in contrasto con le norme internazionali.
Iraq, crescono i costi della guerra per gli Usa Continua a crescere il bilancio della guerra Usa in Iraq. Nel 2006 la spesa annuale arriverà a 94 miliardi di dollari, contro i 48 miliardi del 2003, i 59 del 2004, e gli 81 dello scorso anno. L'ammontare per il 2006 è frutto dei calcoli effettuati dal Centro per le valutazioni strategiche e di bilancio. In questo contesto l'amministrazione Usa ha chiesto al Senato un'autorizzazione straordinaria di spesa per 106,5 miliardi di dollari, 72 miliardi dei quali solo per gli interventi militari in Iraq e in Afghanistan, che si aggiungono ad altri 50 miliardi già fissati alle stesse voci per l'anno fiscale 2006.
Europa
Un milione di mine inesplose in Turchia Ahmet Isik è un ex reporter del quotidiano Radikal, uno dei principali della Turchia. Nel 2005, nel corso di un viaggio alla frontiera con la Siria, ha avuto l'idea di documentare, in un viaggio lungo oltre 4mila chilometri, le tragiche conseguenze prodotte dalle mine: «Sono andato a Nusaybin e, per la prima volta, mi sono accorto di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma che è poco conosciuta. Sono moltissime le vittime dello scoppio di mine». Ne è nata una mostra fotografica che ha presentato dati impressionanti: sono un milione gli ordigni antiuomo tuttora posati in territorio turco e tre milioni quelli presso depositi militari. Nel 1996 la Turchia ha annunciato di avere interrotto la produzione di mine e nel 2001 LandMine Monitor l'ha cancellata dalla lista dei Paesi produttori.
Stop alle adozioni: la Romania insiste Nessun accenno a possibili aperture, anzi un ulteriore irrigidimento da parte delle autorità romene, sul fronte delle adozioni internazionali. La legge varata in Romania all'inizio del 2005 per proibire ai cittadini stranieri di adottare bambini romeni ha ricevuto negli ultimi mesi un ulteriore giro di vite da parte delle autorità di Bucarest, che hanno respinto tutte le istanze presentate dall'estero sulle richieste di adozione di piccoli romeni. A livello internazionale si mettono in rilievo, in particolare, l'ancora insufficiente capacità del Paese di risolvere con le proprie risorse il problema rappresentato dagli orfani, sia la mancanza di uniformità, nel campo delle adozioni, rispetto alla legislazione dell'Unione Europea, di cui la Romania dovrebbe entrare a far parte nel 2007. A nulla sono servite le ripetute richieste di revisione della legge indirizzate alle autorità romene da famiglie nordamericane ed europee che intendono adottare, come pure dallo stesso Parlamento europeo.
Bielorussia, continua la protesta anti-Lukashenko Non cala la tensione in Bielorussia dopo la rielezione di Aleksandr Lukashenko alla carica di presidente della Repubblica, avvenuta il 19 marzo con un voto denunciato come irregolare dall'Unione Europea. L'ultimo colpo di scena, il 27 aprile, è stato l'arresto e la condanna a 15 giorni di reclusione del leader dell'opposizione democratica Aleksandr Milinkevic, reo di aver partecipato a una marcia in ricordo della catastrofe nucleare di Chernobyl, poi sfociata in una manifestazione contro Lukashenko. Nella stessa circostanza sono stati arrestati altri tre leader dell'opposizione. La protesta aveva di mira il progetto, reso noto recentemente dal presidente, di ripopolare d'autorità la regione di Gomel, una delle più colpite dalla nube radioattiva sprigionatasi a Chernobyl nell'aprile del 1986. Lukashenko ha iniziato a finanziare massicciamente le comunità agricole (kolkoz) disposte a stabilirsi nella zona e sta riducendo notevolmente le precauzioni contro i perduranti effetti della radioattività.
Serbia sott'acqua: danni all'agricoltura La primavera in Serbia è stata connotata da forti inondazioni e, secondo gli esperti, il periodo critico durerà fino alla metà del mese di giugno, quando è atteso lo scioglimento della neve delle montagne e un nuovo innalzamento dei fiumi della regione. Il livello delle acque è stato il più alto mai registrato negli ultimi cento anni. I danni lasciati dalle inondazioni non sono ancora stati calcolati con precisione, la somma complessiva potrà essere determinata solo a fine giugno. Tuttavia, fino ad ora, i danni provocati dalle inondazioni e dalle frane in 120 zone della Serbia e nella città di Belgrado, secondo le stime della Direzione per le acque, ammontano a 3,11 miliardi di dinari (circa 38 milioni di euro). Secondo i dati raccolti, sarebbero oltre 3mila le case danneggiate e oltre 220mila gli ettari di terreni coltivabili inondati. La zona più colpita risulta essere la Vojvodina, definita il granaio della Serbia per l'ampia superficie di terreni soggetti a coltura.
Asia
In Asia lavora un bambino su 5 Dei 218 milioni di bambini che lavorano nel mondo, pur non avendo l'età minima stabilita per legge, 122 milioni vivono in Asia e nell'area del Pacifico. In base al rapporto pubblicato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, nel continente asiatico lavora quasi un fanciullo su cinque (18,8%) nella fascia d'età compresa tra i 5 e i 14 anni, ma il dato, relativo al 2004, è in diminuzione rispetto al 2000. La precedente indagine, infatti, stimava in 127 milioni i bambini «economicamente attivi», pari al 19,4% del totale. Occorre notare che il concetto di «economicamente attivo» è molto ampio (si riferisce a un impiego di almeno un'ora al giorno in una settimana) e non è di per sé sinonimo di lavoro minorile o di attività pericolosa, così come non specifica le eventuali condizioni di sfruttamento. Solo 14 Paesi asiatici hanno ratificato la Convenzione 138, che fissa a 15 anni l'età minima per l'assunzione e consente lavori leggeri dai 13 anni.
Singapore, vittoria netta per il partito di governo Vittoria quasi plebiscitaria alle elezioni parlamentari di maggio per il People's Action Party (Pap), il partito che governa Singapore dal 1959. Un test importante per il Pap e per il presidente Lee Hsien Loong, nominato nel 2004, visto che per la prima volta negli ultimi 18 anni l'opposizione ha presentato i suoi candidati in più della metà dei collegi elettorali. Pur registrando un calo di consensi del 9% rispetto alle consultazioni del 2001, in cui raggiunse il 75%, il partito di governo ha ottenuto 82 seggi su 84 (37 seggi nei collegi in cui era l'unico partito, 45 su 47 in quelli in cui si presentavano anche i candidati d'opposizione). Nessun analista politico si aspettava una sconfitta del Pap, data anche la scarsa visibilità dei tre partiti di minoranza sui media, ma alcuni osservatori speravano in un segnale di insofferenza da parte della popolazione nei confronti del partito unico. A favore del governo ha influito anche la situazione economica della città-Stato: una crescita del 6,4% nel 2005 con livelli di disoccupazione e di inflazione al di sotto dei valori medi dei Paesi occidentali.
Cambogia, si sblocca il processo ai khmer rossi A 27 anni dalla fine del regime di Pol Pot, potrebbe finalmente partire il processo contro i crimini compiuti dai khmer rossi, il movimento di guerriglia comunista al potere in Cambogia nella seconda metà degli anni '70. Il 4 maggio il Consiglio supremo della magistratura ha nominato i 30 membri del tribunale che dovrà giudicare i responsabili di un milione e 700mila omicidi compiuti nel Paese tra il 1975 e il 1979. Dopo anni di trattative, solo nel 2003 il governo del Paese e l'Onu avevano trovato l'accordo sulla costituzione di una corte a composizione mista (17 membri cambogiani e 13 internazionali), intesa poi ratificata dal parlamento di Phnom Penh l'anno successivo. I giudici inizieranno a lavorare da giugno, anche se l'avvio del processo vero e proprio è previsto per il 2007. Morto Pol Pot, davanti alla corte compariranno gli altri leader, ormai anziani, dei khmer rossi, la maggior parte dei quali vive ancora in libertà. Solo l'ex capo della milizia, Ta Mok, e il comandante del campo di Tuol Sleng dove morirono circa 20mila persone, Kaing Khek Ieu, sono tenuti in custodia cautelare.
Giornalisti uccisi, Filippine seconde solo all'Iraq Con 583 casi all'anno di aggressione e minacce nei confronti di giornalisti e operatori dei media, l'Asia rimane un continente dove la libertà di stampa deve fare ancora molta strada. Secondo l'ultimo rapporto di Reporter senza frontiere, nel 2005 sono stati assassinati 17 cronisti con un triste primato che spetta alle Filippine. Nonostante l'arresto di numerosi killer, come quelli responsabili della morte di Edgar Damalerio, reporter della radio pubblica ucciso nel 2002, le Filippine hanno registrato lo scorso anno 7 omicidi, confermandosi dopo l'Iraq il Paese più pericoloso per chi lavora negli organi di informazione. Oltre all'uccisione dei giornalisti (due i casi avvenuti in Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Pakistan) e alle aggressioni, crescono in Asia le denunce per diffamazione da parte delle autorità o di uomini d'affari, uno strumento intimidatorio che limita il giornalismo di inchiesta e di denuncia. Spetta al re nepalese Gyanendra invece il primato mondiale delle censure nei confronti dei mezzi di informazione: per 567 volte, secondo Reporter senza frontiere, la monarchia hymalaiana avrebbe bloccato pubblicazioni e stazioni radio indipendenti.
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