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  Agosto/Settembre 2006 - Dossier: Cristiani di Terra Santa


Quando il «terrorista» è cristiano

La storia di Daniel, 25 anni, ucciso dall'esercito israeliano, assomiglia a quella di tanti giovani palestinesi della seconda intifada. Con un particolare sorprendente: Daniel era cristiano, fiero di esserlo. Il racconto di un dramma in presa diretta: l'inutile corsa in ospedale, il funerale e una rabbia che non fa differenze di religione.

Daniel è stato ucciso il 23 aprile nel campo profughi di Deishee, vicino a Betlemme. Aveva 25 anni, era un militante delle brigate Al Aqsa, braccio armato di Fatah: lo ha freddato, assieme a un compagno, un reparto scelto israeliano. Ci trovavamo casualmente nello stesso campo profughi, appena tornati da un servizio giornalistico a Ramallah. Senza pensarci troppo, siamo andati a vedere. Trovandoci di fronte a un fatto due volte sconvolgente: la caotica scena del delitto, appena consumato, di due «terroristi» palestinesi. E il fatto che uno dei due, Daniel Abu Hamama, fosse cristiano e fiero di esserlo. Non è forse scandaloso un «terrorista cristiano»?

La scena dell'omicidio è quella vista decine di volte in televisione e alla quale però è difficile abituarsi. Gente che corre, ingorgo di macchine, ambulanze ferme. Su un marciapiedi una striscia di sangue larga 40 centimetri e lunga 20 metri che porta da un'automobile crivellata di colpi a un negozio. Sgomitiamo per entrare nella bottega: urla, gente che si accalca. Ci sono solo una coperta e un giubbotto intrisi di sangue. Decidiamo di andare all'ospedale di Betlemme, per capire chi è stato ucciso. Arrivati, quattro ambulanze e una folla di persone attonite, in lacrime, arrabbiate. Con la telecamera alla mano, che è un ottimo passpartout, entriamo nell'atrio dell'ospedale, per raggiungere la sala operatoria bisogna farsi largo fra la folla. Poliziotti palestinesi con le ricetrasmittenti cercano di dare ordini a qualcuno, infermieri che urlano perché la gente esca. Incrociamo la madre in lacrime, portata via da parenti. Anche un bambino viene portato via. Avrà dieci anni. Cosa vorrà fare nella vita, penso. Il medico o il martire? Alla fine un militare capisce che siamo giornalisti e ci lascia entrare nella sala operatoria. Ci sono parenti e amici, chi urla vendetta, chi urla perché siamo in troppi. Un amico dell'ucciso piange piano e tiene una mano sul viso del morto, che guarda nel vuoto senza espressione. Ha una ferita suturata sul collo, sangue sul torace; veste una tuta da ginnastica e ciabatte, come molti ragazzi del campo di Dehishee.

Decidiamo di uscire. Le strade, mentre torniamo, sono piene di ragazzini che si raccolgono a sciami. Sono arrabbiati, emozionati, spiritati. Ci sono due nuovi martiri da celebrare. E la celebrazione dei «martiri» qui sembra avere un rituale comune: il funerale, tre giorni di veglia e un poster che viene attaccato ovunque nel quartiere dell'«eroe». Nel caso di Daniel e del suo compagno musulmano, Ahmad Mesleh, come si chiamava, la coreografia è identica: il ritratto in atteggiamento militaresco; ai piedi un tempio, per ricordare la fede a causa della quale il martire è caduto; in alto, i simboli di Fatah e al-Aqsa e una frase presa dal libro Santo. Il poster di Daniel ci fa trasecolare: ai piedi la basilica della natività di Betlemme e in alto una frase del Vangelo di Giovanni: «Io sono la via, la verità e la vita: chi crede in me avrà la vita eterna». In mezzo, lui che imbraccia un mitragliatore.

Il giorno dopo partecipiamo a entrambe le veglie funebri insieme a Nabil Kukali, palestinese cristiano, professore di scienze statistiche all'università di Hebron. Con un pullman di cristiani di Betlemme andiamo prima a Dehishee, alla veglia per Ahmad: all'ombra di un capannone viene offerto caffè a tutti coloro che vogliano rendere omaggio. Ci sono un'ottantina di persone, cristiane e musulmane. Musica militante. Un oratore che celebra il sacrificio di chi è morto.

Poi ci spostiamo a Betlemme, nei locali di un istituto religioso cristiano, alla veglia funebre di Daniel. Stesso schema: i parenti all'ingresso ad accogliere chi arriva, caffè e discorso celebrativo. Tra la gente anche quattro pope ortodossi e un prete cattolico. Non sembra uno scandalo, sembra una normale veglia di preghiera. Il professor Kukali non comprende il mio disappunto. Kukali è un cristiano che cerca il dialogo. La sua società di statistica (Pcpo, Palestinian center for Public Opinion), ha dimostrato con indagini scientifiche come (al di là dei luoghi comuni) esista una base solida di persone in Palestina che vogliono innanzitutto la pace. Secondo un recente sondaggio il 69,8% dei palestinesi è a favore della ripresa dei negoziati di pace con Israele; l'80,4% vuole che continui il cessate il fuoco. Il 62,2% che cessino i lanci di razzi contro Israele. E il 50,8% è addirittura d'accordo, con varie sfumature, sul fatto che Hamas riconosca lo Stato d'Israele. «Noi li uccidiamo e loro ci uccidono e nessuno lo vorrebbe - spiega Kukali -. Ma con l'occupazione gli israeliani stanno dando ogni motivo ai palestinesi per reagire. Il deterioramento delle condizioni economiche è il logico risultato dell'occupazione. Con l'aumento della disoccupazione e della sofferenza, la percentuale delle persone che si oppongono alla pace sta crescendo e così anche il numero di quelli che approvano la violenza. Molti palestinesi si trasformano in martiri perché non hanno nulla da perdere». Cristiani o musulmani che siano. La tentazione della violenza, in queste condizioni, è naturale e diffusa. In particolare se si è molto giovani. M., cristiano palestinese, 44 anni, vive in un villaggio della Cisgiordania. Aveva 17 anni quando i soldati israeliani sono andati a prenderlo a casa con l'accusa di lancio di pietre contro i blindati, durante la prima intifada: «Sono venuti di notte - ricorda M. -. Mi hanno preso senza che mia madre potesse darmi neanche una maglia, mani dietro la schiena, messo sulla jeep e portato in caserma a Nablus. Ho fatto tre mesi di carcere dove sono stato picchiato e umiliato. Dopo tre mesi sono potuto uscire solo perché la mia famiglia ha pagato una cauzione, non perché sia stato celebrato un processo. E ancora oggi, per quell'episodio, mi è impedita la possibilità di andare in Israele». E di trovare un lavoro.

Carlo Giorgi


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