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| Agosto/Settembre 2006 - Il mondo, i popoli |
Il suicidio arriva prima dell'asilo Tentano di togliersi la vita sei volte più degli autoctoni: sono gli immigrati che arrivano in Danimarca per chiedere asilo politico. Una scelta disperata che scatta quando l'incertezza del futuro, l'impossibilità di ritornare in patria e lo sconforto causato dalla lunga attesa di una risposta delle autorità prendono il sopravvento. Una situazione drammatica raccontata da un giovane che, con questo articolo, ha vinto il primo premio del concorso europeo 2006 del Jrs (l'organizzazione dei gesuiti che si occupa dei rifugiati), rivolto agli studenti delle scuole di giornalismo. In Danimarca il numero dei tentativi di suicidio tra i richiedenti asilo è oltre sei volte più alto rispetto alla media dei casi registrati tra i residenti e, negli ultimi anni, si è evidenziata una drammatica crescita del fenomeno. Secondo la Croce rossa danese, il principale ente del Paese che si occupa dei rifugiati, i tentativi di suicidio sono passati dall'1,8% del 2004 al 3% del 2005: tre immigrati su cento, quindi, cercano di farla finita. Da quando ha presentato domanda di asilo in Danimarca, il 30 novembre 2000, il 24enne palestinese Hasan Wafic El Usta ha cercato di togliersi la vita cinque volte. Quando ha ricevuto il secondo e definitivo rifiuto da parte delle autorità danesi, Hasan è entrato in una condizione psicologica ancora più incline al suicidio, iniziando a fare abuso di alcool e droghe. «Dopo il no definitivo non vedevo più alcun futuro per me. Se mi avessero rispedito in Libano, sarei stato torturato o anche ucciso», spiega il giovane, fuggito perché un'organizzazione militare palestinese in Siria lo voleva costringere a compiere un'azione kamikaze contro gli israeliani. In ogni caso, se anche Hasan non fosse stato individuato dalla milizia, sarebbe caduto nelle mani della polizia libanese che Hasan conosce da quando lo ha torturato bruciandogli la pelle con sigarette e ferri roventi. In uno dei suoi tentativi di suicidio, Hasan ha cercato di darsi fuoco nella sua stanza al centro di accoglienza di Sigerslev, città della costa orientale. «Ho fumato dell'hashish e ho acceso un fuoco nella mia camera. Mi sono tolto i vestiti e li ho ammucchiati con tutti gli altri. A quel punto mi sono gettato tra le fiamme pensando solo che volevo morire». Sulle braccia e sulle gambe del ragazzo le cicatrici sono un segno indelebile di quel giorno. Per qualche motivo però, mentre era in mezzo al fuoco Hasan ha cambiato idea. «Sono corso nudo fino all'ufficio del centro e ho detto quello che avevo fatto. Mi sentivo in colpa. L'uomo del centro mi ha solo detto che avrei dovuto andarmene». Per questo episodio, Hasan è stato arrestato dalla polizia e condannato a cinque anni di prigione per l'incendio, ma dopo un mese e mezzo è stato trasferito in un ospedale a causa delle sue condizioni psichiche. Secondo Marcello Ferrada-Noli, docente universitario svedese e psichiatra dell'Istituto Karolinska di Stoccolma, esiste una significativa correlazione tra i tipi di tortura subiti e i metodi utilizzati per togliersi la vita. Il professore ha studiato l'epidemiologia dei suicidi tra gli immigrati in Svezia a partire dal 1987 e analizzato le relazioni tra questi comportamenti e i traumi psichici subiti. In una delle sue pubblicazioni internazionali, Ferrada-Noli e i suoi collaboratori hanno esaminato 65 casi di richiedenti asilo in Svezia, cui era stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress (Pstd) e che avevano tentato di suicidarsi. La ricerca ha rivelato che, ad esempio, se una persona è stata vittima di torture con l'acqua, con molte probabilità ricorrerà all'annegamento per tentare di uccidersi. Oltre agli studi sulla correlazione tra tortura e suicidio, Ferrada-Noli ha anche analizzato in che modo le persone soggette a questo disturbo siano più inclini di altre a togliersi la vita. Hasan ritiene che le autorità danesi, compresa la Croce rossa, non si siano prese cura di lui quando ha tentato di darsi fuoco. «Nei giorni successivi al fatto, il personale del centro veniva nella mia stanza ogni due ore a visitarmi, ma nessuno ascoltava quello che dicevo. Sono anche andato da uno psicologo che mi ha solo detto di non compiere più una cosa del genere». Dal 1984 la Croce rossa danese si occupa della maggior parte dei richiedenti asilo che arrivano nel Paese, ma non ha alcun potere sulla decisione di concedere o meno asilo a un immigrato. «Quando qualcuno tenta di uccidersi noi cerchiamo di aiutarlo per quanto possiamo», spiega Ebbe Munk Andersen, medico responsabile del centro per i traumi psichici della Croce rossa. «Esaminiamo il caso e parliamo con la persona per capire ciò che la tormenta. Se è depressa per il rifiuto della domanda d'asilo, possiamo solo sperare che non si uccida. Non possiamo fare molto». Se Hasan ha qualcuno da incolpare per i suoi tentativi di suicidio, questo è il governo danese. «Il governo non ascolta il mio caso. Dicono solo che per me non sarebbe pericoloso tornare nel mio Paese, ma cosa ne sanno loro?». Anche il dottor Andersen è critico verso le autorità e indica nel lungo periodo di attesa in questa sorta di terra di nessuno la causa dei comportamenti suicidi. «Chi è in attesa di vedere accolta la propria domanda di asilo - afferma - vive una situazione di stress e rischia più di altri di cadere in depressione. Quando queste persone attendono molto tempo per una soluzione del proprio caso e alla fine ottengono un rifiuto, si lasciano spesso andare ad azioni drastiche, come togliersi la vita». Inoltre, molti richiedenti asilo soffrono di disturbo post-traumatico da stress e ciò rende più frequenti i comportamenti suicidi rispetto alle persone in condizioni normali. Un modo per migliorare la situazione è innanzitutto ridurre i tempi di attesa. Per esempio, se una persona ottiene un rifiuto definitivo da parte delle autorità e deve essere rimpatriata, la polizia ha 18 mesi di tempo per farlo; scaduto questo termine, alla persona viene assegnato un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Secondo il professor Andersen, questa attesa di 18 mesi è troppo lunga. Il 1° marzo di quest'anno, Hasan ha ricevuto un permesso di soggiorno temporaneo. Ciò significa che alla fine ne riceverà uno definitivo. Il giovane palestinese ha ottenuto che il suo caso fosse riaperto a causa delle sue condizioni mentali. «Non penso al suicidio oggi, ma mi deprimo se ripenso alla durata dei tempi per l'asilo. Ora mi concentrerò sul mio futuro e spero di trovare una ragazza qui in Danimarca», conclude Hasan. P. S. Nonostante le ripetute promesse di un'intervista da parte del ministero danese per l'Immigrazione, non è stato possibile avere un commento del ministro Rikke Hvilshøj. Kasper Tveden Studente di una scuola di giornalismo danese © Jesuit Refugee Service Europe |
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