Farmaci in divieto di accesso
Tubercolosi, malaria, Hiv/Aids: malattie che possono essere limitate o curate grazie ai progressi della ricerca in campo farmaceutico. Ma solo in Occidente, perché nei Paesi in via di sviluppo le terapie costano troppo. A incidere sul prezzo sono soprattutto i brevetti, che garantiscono il diritto esclusivo di produzione di un farmaco all'azienda che lo ha messo a punto. Le regole commerciali si scontrano con le emergenze sanitarie globali e con il diritto fondamentale a essere curati? Popoli ha discusso di questi temi con l'esponente di una Ong impegnata nel Sud del mondo e il manager di un'azienda farmaceutica.
a cura di Andrea Fontana
Gianfranco De Maio Molte malattie diffuse nei Paesi del Sud del mondo potrebbero essere facilmente curate, ma il principale ostacolo è costituito dall'alto costo dei farmaci che sono coperti da brevetto. Quali sono le urgenze? Il mancato accesso alle cure per le malattie infettive che falcidiano il Sud del mondo deriva da più fattori: ad esempio, la scarsa disponibilità di personale, l'assenza di infrastrutture, i costi di prestazioni e farmaci troppo alti in rapporto ai redditi della popolazione. Di tutti, quest'ultimo è il più immediatamente misurabile e, pertanto, una campagna per il diritto alla salute si è concentrata sull'accesso ai farmaci essenziali. Le urgenze sono le pandemie quali Aids, malaria, tubercolosi, ma anche malattie «di nicchia» che colpiscono i poveri: la malattia del sonno, la leishmaniosi, il morbo di Chagas, l'ulcera di Buruli, patologie per le quali mancano del tutto ricerca e sviluppo farmaceutico. Quanto costano le terapie per l'Hiv/Aids? Come procedono le esperienze di Paesi come Brasile e Sudafrica, che hanno tentato di cambiare la legislazione sui brevetti? Le terapie di «prima linea» in Occidente costano tra gli 8mila e i diecimila dollari a paziente per anno, mentre nei Paesi a basso reddito si è scesi fino a 400-450 dollari per la concorrenza tra farmaci «primogeniti» di marca ed equivalenti generici. Alle terapie di «seconda linea» si ricorre quando insorgono resistenze virali o effetti tossici e sono, in generale, più costose e meglio protette dai brevetti secondo accordi commerciali che stroncano la possibilità di concorrenza. Il tentativo sudafricano, promettente fino al 2001, quando le multinazionali si opposero alla decisione di quel governo di controllare la spesa farmaceutica, si è progressivamente annacquato perché le case farmaceutiche, sconfitte in sede giudiziaria, hanno adottato una politica «tampone», fatta di donazioni occasionali e di produzione locale attraverso società affiliate, con una riduzione dei prezzi, ma senza reale trasferimento di tecnologia. Il Brasile ha cercato di ottenere una riduzione dei prezzi dei farmaci, minacciando ogni volta di imporre la fabbricazione locale di generici, minaccia sempre meno credibile perché mai attuata. Di fronte alle accuse della società civile i gruppi farmaceutici rispondono che i brevetti garantiscono le risorse per investire in ricerca. Fino a che punto la legislazione sulla proprietà intellettuale può essere tollerabile? Che i mercanti facciano i mercanti non può scandalizzare, ma è inquietante la commedia dell'industria farmaceutica compassionevole che con i brevetti si garantisce perenni profitti che reinveste in marketing e non in ricerca, e poi fa bei gesti come le donazioni occasionali, l'elemosina ai derelitti. Qui si parla di diritti e non di carità. Ed è grave che alcune stimate Ong avallino questa parodia, forse per giustificare i finanziamenti ottenuti dalle stesse multinazionali. Le politiche sanitarie vanno decise dai poteri pubblici dei Paesi interessati, e non da privati cittadini stranieri seduti nei consigli di amministrazione delle imprese occidentali. La recente assemblea dell'Organizzazione mondiale della sanità ha approvato una risoluzione, su proposta di Kenya e Brasile, che anche Msf ha definito «importante». Quali le novità? L'accordo raggiunto a maggio è un impegno a regolare la ricerca e lo sviluppo in settori essenziali della salute pubblica orientandola ai reali bisogni sanitari e non alla previsione di profitti. L'assenza di ricerca e sviluppo è uno dei fattori nevralgici del mancato accesso all'innovazione farmaceutica e plaudiamo al fatto che finalmente è promessa un'azione che considera i problemi di cui siamo testimoni ogni giorno sul campo. A Ginevra, i ministri della Salute si sono attribuiti un ruolo guida per stabilire le priorità, allo scopo di trovare vie alternative di finanziamento per lo sviluppo di nuovi prodotti che assicurino un più esteso accesso alle cure. Gianfranco De Maio è dal 2003 responsabile medico di Medici senza frontiere (Msf) Italia, associazione privata a carattere internazionale costituitasi legalmente nel nostro Paese nel 1992. Specializzato in neurologia, è stato field doctor per Msf Belgio in Congo nel 2001 e 2002 e in Costa d'Avorio nel 2004. Msf offre assistenza sanitaria in oltre 80 Paesi, presso il quale lavorano ogni anno circa 3mila volontari.
Sergio Daniotti È possibile per le case farmaceutiche effettuare deroghe alla normativa sui brevetti nei Paesi in via di sviluppo, che rappresentano un grosso ostacolo alla possibilità di curarsi? Per le aziende è fondamentale la tutela del brevetto, in quanto è la fonte che permette di trovare nuovi fondi da investire in ricerca e sviluppo di nuovi farmaci. Alcune case farmaceutiche stanno dimostrando che è possibile identificare nuove strade per aiutare i Paesi che non possono far fronte alle emergenze sanitarie. Tra le varie misure, Boehringer partecipa all'Accelerating Access Initiative: un progetto che coinvolge aziende farmaceutiche, Banca mondiale e Ong per ridurre a livello locale, nei Paesi in via di sviluppo, il costo dei trattamenti per l'Hiv. Al momento, grazie al progetto, sono in trattamento più di 330mila pazienti. Inoltre, in 58 di questi Paesi, Boehringer ha in atto dal 2000 un programma di donazione gratuita di nevirapina (questo farmaco anti-Aids può essere somministrato alle donne in gravidanza e, in un'alta percentuale di casi, impedisce che il bambino venga infettato durante il parto). In totale, oltre 634mila dosi sono state donate per il trattamento di madri e bambini. L'Aids colpisce in Africa 38 milioni di persone, quasi il 10% in più rispetto a tre anni fa, ma paradossalmente la gran parte dei malati non ha accesso ai farmaci. Al di là degli aspetti etici, non state perdendo un mercato potenzialmente enorme? Il mercato è ampio e rendere disponibile l'accesso alle terapie è una priorità delle aziende che operano nell'area anti-Hiv. Prima di pensare ai Paesi in via di sviluppo come potenziale mercato, ci si deve rendere conto, però, che la lotta all'Aids deve essere condotta su più fronti. È imperativo accelerare lo sviluppo delle infrastrutture mediche e dei laboratori, nonché formare adeguatamente il personale e realizzare nuovi ospedali. In Nuova Guinea, ad esempio, Boehringer sta conducendo - in collaborazione con altre aziende farmaceutiche e con il governo locale - un progetto pilota di formazione degli operatori sanitari. La sola diffusione dei farmaci non è sufficiente, se non successivamente alla creazione di infrastrutture idonee a un utilizzo corretto dei farmaci stessi. Solo allora si potrà pensare ai Paesi in via di sviluppo come a un mercato potenziale. Tra le soluzioni avanzate per uscire dall'impasse c'è quella di stabilire il prezzo del farmaco in base al reddito medio del Paese a cui viene venduto, oppure quella del doppio prezzo (uno di mercato e uno per i Paesi in via di sviluppo). Sono ipotesi praticabili? Sì, le aziende hanno queste possibilità. L'Accelerating Access Initiative opera proprio negoziando il prezzo dei farmaci con i ministri locali sulla base del reddito del Paese. La nevirapina, in questo modo, ha prezzi diversi a seconda del Paese in cui viene venduta. Il rapporto 2006 della Commissione per i diritti della proprietà intellettuale afferma che gli investimenti in ricerca su alcune malattie non concorderebbero con le logiche commerciali (in pratica, non porterebbero profitti ai gruppi farmaceutici) e propone l'alleanza tra pubblico e privato. Che cosa ne pensano le case? La collaborazione tra pubblico e privato nell'ambito della ricerca sarebbe certamente proficua. In Italia il 90% delle spese per la ricerca farmaceutica è sostenuto interamente dai privati. In altri Paesi, invece, come negli Stati Uniti, ci sono collaborazioni molto forti tra aziende e università ed è proprio da quei Paesi che nascono le migliori innovazioni. Questa collaborazione porterebbe benefici alla diffusione dei farmaci antiretrovirali nel Sud del mondo? La facilitazione della ricerca potrebbe avere ripercussioni positive su tutto il processo: dalla ricerca, alla commercializzazione. Sgravate in parte dai costi della ricerca, le aziende potrebbero avere maggiori risorse per la diffusione degli antiretrovirali nei Paesi in via di sviluppo. Sergio Daniotti è country manager di Boehringer Ingelheim Italia, divisione italiana del gruppo tedesco Boehringer Ingelheim, una delle prime 20 case farmaceutiche mondiali con un fatturato di 9,5 miliardi di euro (2005). La società italiana, che opera anche nel settore biotecnologico e biologico, impiega circa 1.100 persone e nel 2002 ha adottato una Carta etica dal titolo Valore etico è valore economico.
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