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  Agosto/Settembre 2006 - Cosmorama

Focus
 

Americhe
Spese militari: boom in Sudamerica

I livelli degli anni Settanta e Ottanta - epoca di dittature e «avventure» militari - sono lontani, ma la crescita del commercio di armamenti nel continente sudamericano è inquietante. L'allarme viene dal Sipri, istituto svedese che annualmente pubblica quello che è considerato il più attendibile rapporto sul commercio di armi nel mondo: tra 2004 e 2005 le spese militari in America Latina sono aumentate del 7,2%. La classifica dei Paesi che, in valore assoluto, spendono di più nel settore della difesa vede al comando il Brasile, seguito da Cile e Colombia: questi tre Paesi rappresentano il 75% delle spese militari nel continente. Significativa è anche la graduatoria che considera la percentuale delle spese in rapporto al Pil: Cile, Ecuador e Colombia superano il 3%, contro una media continentale dell'1,4%. Se invece ci si concentra sugli acquisti di nuovi armamenti (escludendo dunque le spese per la gestione ordinaria dell'esercito, la manutenzione degli arsenali, ecc.) troviamo nuovamente al comando il Cile, con 2.785 milioni di dollari, il cui protagonismo si spiega con la notevole crescita economica degli ultimi anni, che ha garantito ingenti flussi di denaro per l'ammodernamento del settore.
Con simili investimenti Santiago si prepara a diventare la principale potenza militare del continente entro il 2015. Un contrasto netto con i milioni di cileni che, nonostante i passi avanti sotto la presidenza Lagos, ancora vivono in condizioni di povertà (come dimostra anche la recente dura protesta degli studenti, prima «gatta da pelare» per la presidente Bachelet).
Il boom di spese militari non manca di suscitare preoccupazioni: è il caso del Perú, certamente non indifferente al riarmo del vicino cileno, ma soprattutto di Colombia e Venezuela: da tempo Bogotá accusa Caracas di armare i guerriglieri delle Farc. Dal canto suo Hugo Chávez rivendica il diritto di difendersi contro una possibile aggressione statunitense: l'annuncio del prossimo acquisto da parte di Caracas di 24 aerei da guerra russi getta ulteriori ombre sul futuro.

Stefano Femminis

Africa
Somalia, l'avanzata delle Corti islamiche

La Somalia si trasformerà in un nuovo Afghanistan? L'ex colonia italiana diventerà una repubblica islamica base dei terroristi di Al-Qaeda? I presupposti ci sono. Anche se è ancora difficile prevedere il futuro del Paese. L'elemento più importante di questi ultimi mesi è la conquista di Mogadiscio e di Giohar da parte dell'Unione delle corti islamiche (ora ribattezzata Somali Islamic Courts Congress, Sicc) che ha strappato le due importanti città alle milizie dell'Alleanza per la pace e contro il terrorismo (una coalizione di signori della guerra finanziata probabilmente dagli Usa). Il Sicc è una rete di undici corti creata da alcuni uomini d'affari somali stufi di vivere e lavorare in un Paese anarchico nel quale domina solo la legge del più forte. Ufficialmente ha come obbiettivo la restaurazione dell'ordine attraverso l'imposizione della legge islamica. Ciò ha però spaventato gli Stati Uniti, terrorizzati dalla possibile nascita di uno Stato islamico governato dai fondamentalisti e da possibili infiltrazioni di guerriglieri di Al-Qaeda (di cui una cellula sarebbe, secondo fonti diplomatiche, già presente in Somalia). In questo senso un pessimo segnale è venuto dalla nomina al vertice del Sicc di Sheikh Hassan Dahir Aweys, 62 anni, fondatore del movimento radicale islamico al-Ittihat al-Islaami (ora sciolto), e rappresentante dell'ala più radicale delle corti.
In realtà, la situazione non è né semplice né chiara. Anzitutto il Sicc è un organismo meno compatto di quanto si possa pensare e su di esso pesano molto i legami clanici. Alcuni dei rappresentanti, poi, sono uomini d'affari molto più attenti al business che al Corano. In terzo luogo, si sono tenuti a giugno colloqui tra Sicc e governo federale di transizione (nato nel 2004 e guidato da Abdullahi Yusuf), colloqui che hanno portato al reciproco riconoscimento delle due entità. E ai colloqui era presente, per conto del Sicc, anche Aweys. I giochi sono quindi ancora aperti e su di essi influiranno molto anche le manovre dei Paesi stranieri. Primo fra tutti l'Etiopia, tradizionale nemico della Somalia e alleato degli Usa, che mal tollererebbe uno Stato islamico alle porte di casa.

Enrico Casale

Medio Oriente
Iraq, c'è un governo manca uno Stato

George Bush e Tony Blair, comandanti in capo dei 145mila uomini che occupano l'Iraq da tre anni, alla fine hanno deciso di smettere di accarezzare l'opinione pubblica con vane speranze. I due leader, molto indeboliti nei rispettivi Paesi dalle conseguenze politiche del conflitto, hanno adottato un nuovo approccio alla questione. Dicono in sostanza: non è vero che va tutto bene, molti errori sono stati commessi, tattici e strategici, ma non è possibile dire come e quando i nostri soldati potranno lasciare senza rischi un Paese che è sull'orlo del collasso.
La dura realtà è che non esiste alcuno Stato in Iraq. Poliziotti, gruppi paramilitari, soldati non rispondono a un ipotetico Stato iracheno, ma ai capi politici e religiosi delle rispettive comunità. La frantumazione dell'Iraq è risultata evidente con le elezioni del 15 dicembre 2005: la gran parte degli elettori ha votato come sciita, curdo o sunnita, non come iracheno. Non esiste uno Stato quando i cittadini sono costretti a cercare giustizia e protezione nelle loro tribù o quando le autorità si rivelano incapaci di assicurare un minimo di servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, carburante). Non esiste uno Stato quando le élite e le classi medie di un Paese fuggono il caos e si rifugiano nei Paesi vicini o quando le maggiori comunità etniche e religiose all'interno di un territorio non desiderano altro che separarsi. Le forze che premono per la divisione sono più potenti di quelle impegnate per l'unità del Paese. Le elezioni, presentate da Bush e Blair come la nascita di un nuovo Iraq, rischiano di suggellare la fine del Paese. Ne è prova il fatto che ci sono voluti sei mesi di trattative fra le varie fazioni per arrivare a costituire un governo di «unità nazionale» - che include i sunniti - come preteso da Washington. Molte settimane in più sono risultate necessarie per designare i titolari di tre ministeri chiave, difesa, interni e sicurezza nazionale. Di quale «unità» si può parlare?

Federico Tagliaferri

Europa
Il Montenegro indipendente

I cittadini del Montenegro, il 21 maggio, hanno scelto attraverso un referendum la strada dell'indipendenza. Il 55,5% dei cittadini della Repubblica adriatica si è detto favorevole a porre termine all'Unione di Serbia e Montenegro. Alta l'affluenza alle urne: 419.236 votanti, pari all'86,5% degli aventi diritto. L'Unione di Serbia e Montenegro era un'entità statale ancora giovanissima, sorta su pressione dell'Ue per ridefinire i rapporti tra le due Repubbliche e che sostituì quella che allora si chiamava ancora Repubblica Federale di Jugoslavia. L'accordo che ne sanciva la nascita stabiliva, tra le altre cose, la possibilità di indire un referendum allo scadere dei tre anni di vita dell'Unione. Non è la prima volta che i cittadini montenegrini decidono alle urne lo status del proprio Paese. Agli inizi degli anni Novanta, mentre la Jugoslavia di Tito si stava disgregando in modo cruento, scelsero a gran maggioranza di rimanere legati ai «cugini» serbi. Ma, terminata la guerra e salito al potere l'attuale premier Milo Djukanovic, in Montenegro ha cominciato a far presa l'idea di uno Stato indipendente, materializzatasi con il graduale distacco politico ed economico da Belgrado (Podgorica, ad esempio, ha adottato una moneta parallela, prima il marco tedesco, poi l'euro). Ora tra i due Stati intercorrerà un periodo di assestamento per determinare le rispettive competenze un tempo comuni, come la difesa e gli esteri, e per definire le questioni dei diritti dei cittadini montenegrini che vivono in Serbia e dei serbi che vivono in Montenegro, oltre alla questione delle proprietà immobiliari. Punti nodali in cui le due Repubbliche dovranno dimostrare di saper collaborare anche più di prima. Nel frattempo il Montenegro si prepara alle elezioni politiche, previste per l'autunno. Nonostante la posizione del premier Djukanovic esca rafforzata dalla vittoria nel referendum (in barba alle indagini sul suo conto da parte della magistratura italiana per contrabbando di sigarette durante gli anni delle sanzioni), non sono pochi quelli che in Montenegro vorrebbero un radicale cambio di politica, meno affaristica e basata sui privilegi personali e più orientata ai problemi dei cittadini.


Asia
Giappone, una legge contro la piaga del suicidio

Il Giappone è deciso a perdere il primato del numero di suicidi tra i Paesi più industrializzati, con 24 casi ogni 100mila abitanti. A metà giugno il parlamento di Tokyo ha approvato all'unanimità una proposta di legge che intende attuare una più efficace politica di prevenzione. Obiettivo: ridurre nel giro di un decennio a meno di 25mila il numero dei suicidi all'anno (nel 2005 ha superato quota 30mila per l'ottava volta consecutiva). Secondo le statistiche della polizia, lo scorso anno è stato il peggiore dopo il 1978, con 32.552 suicidi e una significativa crescita di morti tra i trentenni e i ventenni. Su dieci giapponesi che si tolgono la vita, sette sono uomini e più della metà ha tra i 50 e i 60 anni, anche se in queste fasce di età si è registrata una flessione. Più morti tra i giovani e meno tra le persone in età matura dunque: una diagnosi che, oltre ai disagi legati alla vita scolastica e universitaria o alla difficoltà di trovare lavoro, si spiega anche con l'impressionante aumento dei cosiddetti «patti della morte», i suicidi di gruppo decisi dai ragazzi che si conoscono attraverso internet. Nel 2005 questi casi sono quasi triplicati, passando da 36 a 91. Ma le cause più diffuse che spingono le persone a togliersi la vita rimangono i problemi di salute, i debiti e i guai finanziari (anche se la migliore situazione economica ha fatto diminuire l'incidenza di questi fattori) e le difficoltà a livello familiare. Inoltre, secondo i sociologi, l'assenza di una repulsione verso il suicidio basata su motivazioni religiose è uno dei fattori decisivi per la diffusione del fenomeno in Giappone.
La legge approvata dal parlamento chiede al governo Koizumi di intensificare l'attività di prevenzione del suicidio, di aumentare il numero di centri per l'assistenza medica e psicologica e di promuovere forme di sostegno alle famiglie colpite da questi lutti. L'esecutivo dovrà riferire ogni anno al parlamento sulla situazione dei suicidi e sulle politiche attuate. Secondo le statistiche diffuse dall'Organizzazione mondiale della sanità, il Giappone, per numero di casi in rapporto alla popolazione, è secondo nel mondo solo all'Ungheria e ai Paesi dell'ex Unione Sovietica.

Andrea Fontana

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